MORTICIA‘S LOVERS – Smash the Radio (Ammonia)

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Continua sempre più a definirsi, disco dopo disco, il progetto trash ‘n roll dei Morticia‘s Lovers. Partito da radici autenticamente garage punk (ovviamente quello ultraintransigente alla Tim Warren) il gruppo piacentino è negli anni diventato l’ equivalente italiano di formazioni come Rip Offs o Hives che sarebbe poi la “riattualizzazione” di una estetica sonora istintiva, cruda che parte dal rock ‘n roll di Sin Alley e arriva, transitando ovviamente per punti fermi come Eddie Cochran, Trashmen, Sonics (How I Hate You è degna di stare dentro Boom, non ci sono cazzi, NdLYS), Mummies o New Bomb Turks, alle derive trash di etichette come Estrus, S.F.T.R.I. o Rip Off. Tutto molto minimale e furioso, con sbavature tecniche talmente grosse da essere praticamente perfette. E come per magia ecco un pezzo ultra-pop come Ca Plane For Moi diventare un inno da surfers depravati come solo una Surfin’ Bird prima d’ora. Quella degli Amanti di Morticia è autentica spazzatura rock ‘n roll, roba ripescata dai cassonetti di periferia lungo le derive suburbane delle grandi metropoli occidentali, Cleveland, Parigi, Stoccolma, Londra, Detroit, Los Angeles, Milano e tirata fuori senza nessuna sensibilità ambientalista, riciclaggio della sporcizia e redistribuzione della stessa senza nessuna operazione di raffineria e di eliminazione scorie. Un’operazione di riciclo che non risparmia nemmeno i loro stessi furgoni (il disco si chiude con un omaggio a Johnny Thunders che è una parodia del brano di apertura). I Morticia‘s Lovers sono oggi la catena di assemblaggio del corpo rock ‘n roll meglio attrezzata d’ Italia. Grandissimi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STROKES – Room On Fire (RCA)

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Dio ci liberi dai dischi inutili! E anche dai giornalisti che li costruiscono. Già perchè, parliamoci chiaro, gli Strokes sono uno di quei gruppi che stava già sulle copertine di tutti i rock magazines prima ancora che si accorgessero di aver inserito i jack negli ampli del loro garage. E questo solo perchè, in un periodo in cui  si stava recuperando (giornalisticamente, poichè artisticamente non era mai ne’ morto ne’ giunto ad alcun periodo di sofferenza, NdLYS) il rock ‘n’ roll più stradaiolo e uncompromized, gli Strokes, con la loro immagine così perfettamente vicina allo stereotipo del rockers torbido e introverso, ci stavano perfettamente bene, con quei culetti resi ancora più lucidi dalla carta patinata delle rivistone gloriose della pop culture.

Ora, dopo il successone di Is This It, rieccoli qui con lo stesso album di due anni fa. Che non è un bel disco, ma non è neanche brutto a dire il vero. Molto più semplicemente, non serve a un bel cazzo. Inutile, come quei dischetti da ipermercato con le canzoni dei Beatles suonate dai Paperotti Flutes Orchestra. Verrebbe da tornarlo indietro ai discografici con una richiesta di rimborso. E poi sedersi e riflettere che per lo stesso prezzo di questa minestrina, potevamo portarci a casa il primo Velvet Underground e il primo Television, entrambi. E godere almeno cento volte di più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BEASTS OF BOURBON – Low Life (Spooky)

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Confesso che avevo un po’ di nostaglia del vomito blues dei Bourbons. Un’assenza che le uscite in solitario dei vari Perkins, Salmon e P. Jones non erano riusciti a colmare. Quello che ci voleva era un bagno rigenerante in QUEL blues. Stopposo ed etilico, grumoso, psicotico e lascivo. Ecco allora Low Life, ovvero i suoni della palude tra le muffe del Tote Hotel a celebrare il ventennale delle Bestie. Chi sparla oggi di rinascita del rock ‘n roll delle origini e cerca di recuperare il tempo perduto pescando un po’ a casaccio dovrebbe lasciarsi sporcare dalle renditions di classici immondi come Cocksucker Blues, Ride On, Saturated o farsi seppellire da blues sepolcrali come Fake, Drop Out, Bad Revisited o Just Right con quel carico di sudiciume che pare appiccicarsi addosso con l’ insistenza turpe di un pervertito.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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YOU AM I – The Cream & the Crock (Bittersweet/BMG)

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Quindici anni di attività e un buon bottino di dischi hanno fatto degli You Am I uno dei gruppi australiani più stimati di questi anni anche se il loro nome, complice una distribuzione disastrosa, sta circolando in Italia solo da pochissimo, soprattutto grazie alle citazioni “intestine” di bands che li hanno un po’ eletti a modello. Questa bella doppia raccolta dovrebbe aiutarvi, trattandosi di un prodotto spagnolo e quindi ipoteticamente più facilmente “assorbibile” nel mercato import, ad avvicinarvi alla musica di un quartetto che ha la forza di scrivere canzoni pregne di quel “classicismo” che è proprio dei grandi…mi vengono in mente Flamin’ Groovies, Alex Chilton, Rolling Stones, Real Kids. Il loro suono dal debutto del ‘93 ad oggi non ha subito variazioni eclatanti: aderisce ad un modello che è perpetuamente stretto ai propri canoni, volutamente vintage senza ricorrere a facili “trucchi” estetici. Pezzi come Rumble, Junk, Jaimme’s Got a Gal (chissà se Kurt Cobain ebbe il tempo di innamorarsene, prima di quel fottuto sparo), i Dinosaur Jr. senza feedback di Berlin Chair o Mr. Kermode sono merce sempre più rara da trovare in giro oggi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CHRIS ROBINSON – This Magnificent Distance (Vector)

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Chiusa la bottega di restauro dei Black Crowes i fratelli Robinson hanno avviato le loro attività in proprio continuando a contemplare gli stessi paesaggi. Gente che al di là di tutto, sa di cosa sta parlando. Non semplici pouseurs ma nuovi hippie cresciuti con le orecchie dentro gli speakers quando questi passavano Free, Allman Bros., Faces, Humble Pie.

Il mood ecologista e bucolico di New Earth Mud trova compimento nell’assemblaggio di questo gioco di incastri tra southern rock e acid-rock californiano, mellifluo dilatato e distorto come dentro un utero pieno di acidi psichedelici. I Little Feat che, stanchi di aspettare Columbus, hanno deciso di andare a Bron-Y-Aur a vedere suonare i Santana e gli Skynyrd fino all’alba. Tutta la tradizione sudista americana col suo carico di profumi latini e fuligine magica passa per qui, oggi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FLESH EATERS – No Question Asked (Atavistic)

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Cosa univa a cavallo tra i ’70 e l’alba del decennio seguente gente come Exene Cervenka, John Doe, D. J. Bonebrake, Stan Ridgway, Joe Nanini, Tito Larriva, Dave Alvin, Steve Berlin? Cosa e, soprattutto, chi? Semplice: Chris D. Uomo chiave della scena punk di Los Angeles, Chris fu redattore della storica ‘zine Slash e anima di labels come Upsetter e Ruby prima di invischiare il suo nome in dischi storici come Wine and Roses dei Dream Syndicate o Fire of Love dei Gun Club e di dedicarsi alla scrittura e al cinema. Ma, soprattutto, Chris fu l’ideatore dei Flesh Eaters, tra le più rispettate e temute compagini della flotta punk californiana. Ossessionato da una visione necrofila e moralmente deviata della società Chris D. avrebbe riversato queste sue macabre dissertazioni nel punk marcio dei Flesh Eaters già nel 1978, anno del primo grandioso E.P. con quella Radio Dies Screaming che resta tra le cose migliori del punk americano tutto e qui aggiunto come bonus assieme ad altri sei brani del periodo. No Question Asked, album di debutto, malgrado qualche dissertazione (il reggae di Cry Baby Killer piegato a un’altra ossessione di Chris, ovvero Lee Perry) seguiva la stessa strada di un punk acceso anche se erano già avvertibili in filigrana certe pieghe country/roots che la band avrebbe sviluppato oltre.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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DRAGONTEARS – Turn On, Tune In, Fuck Off!! (Bad Afro)

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I Dragontears ci mandano a fare in culo. In tutti i sensi.

Si chiude con questo nuovo album la trilogia sperimentale cui Lorenzo Woodrose ha affidato il lato più malato della sua psiche drogata.

La navicella spaziale dei Dragontears dopo averci fatto girare attorno al sole di Easter Everywhere è atterrata dentro le sue lingue di fuoco fino a sciogliersi come una piastra di stagno.

Quello che ci lasciano in memoria è questo nuovo disco di sei brani, tra cui un lunghissimo mantra dedicato all’amico William Skotte Olsen, una sorta di lungo filamento per terapia reiki pieno di rumori, scampanelli e qualche tablas smarrita nel vortice lisergico-spirituale di questa nenia straniante e spiroidale. I restanti pezzi scavano nelle memorie lisergiche di Lorenzo, fino a toccare le bare di 13th Floor Elevators e Music Machine e riuscendo nella necrofila impresa di farli copulare dentro la bellissima intro di No Salvation.

Mennesketvilling è uno stranissimo esperimento in lingua madre, una sorta di gotica litania al rallenti che pare uscita dalle scatole di Coil. Su My Friend ecco venire fuori l’altra grande ossessione di Mr. Woodrose: Arthur Lee, il Dio del folk acido. Una splendida ballata dai toni malinconici ed apocalittici cari a Lee e a Jake Holmes, suonata su una chitarra acustica immersa in una placenta di oscillatori e e-bow circolari che sfumano nella pioggia irreale di Time of No Time dove le voci si sovrappongono su queste stratificazioni di rumori e su una linea di basso ripetitiva e ovoidale.

I Dragontears sono morti.

Lunga vita ai Dragontears.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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