AA. VV. – Kris Needs Presents…Dirty Water 2 – More Birth of Punk Attitude (Year Zero)

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Kris Needs ci ha preso gusto, e noi pure.

Ecco così il sequel al fantastico Dirty Water di inizio anno.

Medesimo spirito e identico formato: doppio cd con succulento libretto dove Kris motiva le scelte che lo hanno portato ad individuare in queste ulteriori 38 tracce l’“attitudine punk” che egli sta cercando di disegnare con i consueti orizzonti ampissimi, che vanno stavolta dal folk da combattimento di Woody Guthrie al funky spaziale dei Parliament, dal beat schizzato delle leggende texane Zakary Thaks al caramello pop dei Tidal Waves, dal reggae di Junior Murvin al power pop dei Flamin’ Groovies, dal blues corrosivo di Captain Beefheart a quello fuso nel metallo dei Blue Cheer, dal porno glam di David Bowie al jungle rock di Bo Diddley, dal rock ‘n’ roll di Eddie Cochran al rock futuristico dei Faust, dal pub-rock di Kilburn & The High Roads al jazz informe di Albert Ayler e poi un carosello di nomi noti (Velvet Underground, Patti Smith, MC5, Suicide, Dizzy Gillespie, Blondie, Big Star) e di culto (Misunderstood, Unrelated Segments, Death, Doctor of Madness, Godz, Holy Modal Rounders, Tappa Zukie, John Otway fino ai Vice Creems dello stesso Kris, ecc. ecc.) a spiegarci che il punk, proprio come gli uomini, è tale nella sostanza e non nella forma.

Prendete e bevetene tutti.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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IAN McCULLOCH – Candleland (Sire)

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Niente muore. Niente muore per sempre.

Con queste accorate parole si chiude Candleland, il disco progettato da McCulloch per dare spazio al suo ego artistico, lontano dalle pretese dei suoi vecchi compagni di associare i loro nomi alle canzoni che lui stesso ha disegnato per la sua band. Una sorta di rinascita annunciata dalla scelta di affidare le sue nuove canzoni al ritmo meccanico di una batteria elettronica. Perché così era stato anche dieci anni prima. Una batteria elettronica che aveva scandito i primi passi dei Bunnymen, tanto da assegnarle il ruolo di primo attore quando si era trattato di dare un nome alla band. Avvolto dal grigio di una copertina autunnale e annunciato dalla fioca luce di una candela, Candleland era però anche un disco intriso di morte. Il padre di Ian era morto l’anno precedente, folgorato da un infarto. Ian era tornato in fretta dal Giappone dove aveva concluso l’ultimo concerto dei Bunnymen giusto in tempo per chiudergli le palpebre.

Ian che cerca di forzare la porta della giovinezza e la trova serrata. Per sempre.

Il vecchio amico Pete DeFreitas era invece morto proprio durante la registrazione di Candleland, così come Chris McCaffery (ex-bassista dei Pale Fountains) l’altro compagno dei “Big Days” cui il disco è dedicato.

Ian che chiude la cornetta e accende un’altra candela. Anzi, due. 

McCulloch è un presuntuoso figlio di puttana che non ha nessuna remora a dare del testa di cazzo a chi gli ricorda ancora che Pictures on My Wall è stata una delle canzoni più belle che lui abbia mai scritto. E lo fa, pubblicamente, il 30 Settembre del 1989, in una storica intervista condotta da Simon Raynolds e pubblicata sul Melody Maker. È uno che ama essere idolatrato, come tutte le rockstar del mondo.

E che lo ammette spudoratamente, come invece fanno solo in pochissimi.

Ma è anche, adesso, un artista trentenne con una moglie e un neonato. Che ha scritto alcune delle più belle pagine della new-wave inglese ma che non ha mai nascosto il proprio amore per la vecchia musica americana, quella dei grandi intrattenitori come Sinatra, Dean Martin, Cary Grant e Nat King Cole, pure quando veniva deriso.

Un artista e un uomo complesso. Che oltre alla cocaina, alle donne e al successo della giovinezza adesso ha anche conosciuto il dolore, la perdita.

Ian che tiene le dita incrociate, nella speranza che ci sia un paradiso.

Nonostante queste premesse Candleland (e quella dell’autunnale atmosfera della September Song che nel lontano 1984 aveva rappresentato il primo esperimento in solitudine per Ian) è un disco affatto angoscioso. Anzi, c’è dentro tutta quella luce splendente dell’Inghilterra che saluta il decennio che muore: il Cope di My Nation Underground, i primi singoli degli Stone Roses, gli Happy Mondays, i New Order, i Primal Scream, i Charlatans, gli House of Love, i Cocteau Twins della campana blu.

C’è tutto lo scintillare di chi è costretto dalla vita a scegliere la vita, nonostante tutto. E così si dipinge le mani d’inchiostro e prova a spennellarlo di colori accesi, lasciando al grigio della copertina solo l’illusione di aver dominato su tutti gli altri.

Abbrutito da una concessione forse un po’ troppo eccessiva al suono posticcio dell’era digitale e dell’elettronica di largo consumo (The Cape, Faith and Healing e la bella In Bloom i pezzi in cui la mano calca più pesante), Candleland è il disco dove, nel bene e nel male, muoiono i Bunnymen e nascono i Coldplay.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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MC5 – High Time (Atlantic)

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Spesso ritenuto un disco di scarto nella seppur risicata discografia del gruppo di Detroit, High Time rimane un grandissimo, fottuto disco di rock ‘n roll. E lo è ancora di più se contestualizzato in quello che fu il momento di crisi in cui venne concepito.

L’allontanamento forzato da John Sinclair e l’abiura dai precetti politici del Movement in favore di una sempre più vanitosa vita da rockstar ne avevano dapprima delegittimato la spinta rivoluzionaria.   

Adesso le droghe e l’alcol stavano spezzando le gambe agli equilibri interpersonali tra i componenti della band, minando i rapporti umani e creativi in seno al gruppo.

Ricorda Michael Davis a proposito: “eravamo cresciuti insieme come una vera band. Ma adesso eravamo diventati niente più che un prodotto. Non eravamo più un’unica identità ma cinque uomini ognuno per conto proprio”. 

High Time è infatti il primo disco in cui le canzoni non vengono più accreditate agli MC5 ma ai singoli componenti del gruppo: quattro pezzi per Fred Smith, due per Wayne Kramer, uno a testa per Rob Tyner e Dannis Thompson.

Michael Davis partecipa come bassista ma è già isolato dal resto del gruppo.

“Solo, isolato e triste” come lui stesso ammetterà anni dopo.

Nonostante la crisi che incombe sul gruppo High Time riesce a mostrare un’energia che Back in the USA era ben riuscito a mascherare dietro un bubblegum pop senza vivacità ne’ mordente.

I pezzi diventano più lunghi (sei su otto viaggiano oltre i cinque minuti) ed elaborati (tube, fiati, percussioni, cori, organo servono a colorare quello che fino ad allora era stato un irrefrenabile scontro di volumi tra chitarre).

Ma soprattutto, viscerali e pieni di merda punk e hard rock, sfoggiando riff epocali (Poison di Kramer su tutti, Future/Now di Tyner e Skunk di Smith immediatamente dopo, NdLYS) e sporchissime canzoni che meritano ancora di essere annoverate tra le migliori rappresentazioni del rock ‘n roll a cavallo di quei due decenni come Sister Ann, Over & Over, Gotta Keep Movin’, Baby Won‘t Ya.

Non abbiate paura di lordarvi le mani.

Siate testimoni.

Ci vogliono solo cinque secondi.

Cinque secondi per decidere.

Cinque secondi per comprendere che è il tempo di muoversi.

Scegliete adesso da che parte stare.

Scegliete se essere chiamati motherfuckers oppure brothers&sisters.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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