LYRES – A Promise Is a Promise (Ace of Hearts)

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Dopo il tour promozionale di supporto a Lyres Lyres, Jeff Conolly si ritrova circondato da un gruppo sfinito. Anche il vecchio compagno di avventura Rick Coraccio gira i tacchi per raggiungere gli Shambles di Artie Sniederman e Steve Aquino e spetta al solo Monoman il compito di restaurare i Lyres.

Per il terzo album in studio vengono convocati Jack Hickey, Matt Miklos e Johnny Bernardo. É la formazione con cui arrivano per uno storico concerto pisano con i Birdmen of Alkatraz, nel Novembre del 1987. L’album arriva l’anno successivo e segna una parziale svolta stilistica nel suono del gruppo di Boston. Il fischio delle tastiere di Jeff viene ridimensionato e l’intero sound del gruppo sembra volersi divincolare dagli schematismi settoriali dei primi dischi aprendosi al gusto del pubblico delle college-radio americane. Ecco quindi un funk pericolosamente vicino al Freaky Stiley dei Red Hot Chili Peppers come Every Man For Himself o una I‘ll Try Anyway che, con una produzione più sporca, non avrebbe sfigurato su New Day Rising degli Hüsker Dü (anche loro, guarda caso, devoti alla musica sixties).

I riferimenti diretti ai padri putativi sono stavolta indirizzati, così come era stato per i Kinks sul primo e gli Outsiders sul secondo, ai Love. On Fyre e Worried About Nothing infatti, nonostante portino la firma di Conolly, sono delle classiche pennellate alla Arthur Lee che sembrano colate giù dalla tela di Da Capo.

Il resto è ciò che rimane del suono dei Lyres spurgato dalla sporcizia primitiva che Tim Warren ha risucchiato dentro il vortice del fantastico Live at The Cantones pubblicato appena qualche mese prima accendendo un riflettore sui micidiali concerti della band di Boston nei primi anni di vita, una volta chiusa la zip dei DMZ (cerniera che qui Jeff tenta di riaprire ripulendo la loro Bad Attitude e dimostrando che di quell’attitudine cattiva in effetti ne è rimasta ben poca, NdLYS), con tanto di sfoggio di amicizie eccellenti come il tossico Stiv Bators che presta la sua voce alla cazzuta cover di Here‘s a Heart di Dave Dee, Dozy, Beaky, Mich & Tich e Wally Tax degli Outsiders che fa altrettanto per la rendition live della sua Touch ripresa dal vivo proprio in Olanda.

Una promessa è una promessa insomma.

Ma un bel disco dei Lyres è un bel disco dei Lyres.

E non è certo questo.

 

                                                                                    Franco “LYreS” Dimauro

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MIRACLE WORKERS – Anatomy of a Creep (Triple X)

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C’è un modo di dire della mia terra che rende appieno l’idea di quello che succede ai Miracle Workers all’alba degli anni Novanta: Se è vero che il mondo gira, l’America deve passare da qua.

Ai Workers, paradossalmente ma poi mica tanto, bastava restare fermi e aspettare che il mondo arrivasse lì dove loro erano già da un po’. E quel momento arrivò.

Purtroppo però la band era già sull’orlo del baratro, divorata dall’eroina e dall’odio (di cui si può avere un assaggio ascoltando le liti in studio disseminate in scaletta proprio su questo disco, NdLYS). E infatti Anatomy of a Creep, realizzato nel 1992 con la vecchia line-up di Overdose e Primary Domain per saldare i conti con la Triple X uscì a band ormai sciolta, nel 1995. Nel frattempo il resto del mondo, dicevo, aveva scoperto che i capelli lunghi e sporchi non erano più fuori moda e che quel suono messo a bruciare nei forni del punk di Detroit e nell’hard rock che la band aveva elaborato poteva regalare delle scosse.

I proprietari dei forni capirono che potevano anche venderlo.

È anche per questo forse che Anatomy of a Creep, lungi dall’essere un album perfetto, è il miglior disco dei Workers post-Overdose.

Il perno del lavoro, che continua a mescere nell’esplosivo stoogesiano con una esplosiva ma personale rilettura di Search & Destroy, è tuttavia la centrale Joanna Crying, rugosa ballata suonata al piano che nella traccia fantasma diventa il concime per una jam-session hard rock di quasi dieci minuti.

Quando decidono di dare fondo a tutto il potenziale elettrico però i Workers esasperano le atmosfere e sono più spietati del solito, come nell’apertura di Times, premonitrice degli assalti cosmici dei Monster Magnet di Dopes to Infinity, nella Hey Lover fumosa di “Pop” ‘n roll o nelle atmosfere Screaming Trees della bella Conversation.

Un disco che avrebbe meritato meno fretta.

Da parte loro e da parte nostra.

Ma la messa, purtroppo, era già finita.

E andammo tutti a casa, senza pace.

 

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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