MIRACLE WORKERS – Anatomy of a Creep (Triple X)

C’è un modo di dire della mia terra che rende appieno l’idea di quello che succede ai Miracle Workers all’alba degli anni Novanta: Se è vero che il mondo gira, l’America deve passare da qua.

Ai Workers, paradossalmente ma poi mica tanto, bastava restare fermi e aspettare che il mondo arrivasse lì dove loro erano già da un po’. E quel momento arrivò.

Purtroppo però la band era già sull’orlo del baratro, divorata dall’eroina e dall’odio (di cui si può avere un assaggio ascoltando le liti in studio disseminate in scaletta proprio su questo disco, NdLYS). E infatti Anatomy of a Creep, realizzato nel 1992 con la vecchia line-up di Overdose e Primary Domain per saldare i conti con la Triple X uscì a band ormai sciolta, nel 1995. Nel frattempo il resto del mondo, dicevo, aveva scoperto che i capelli lunghi e sporchi non erano più fuori moda e che quel suono messo a bruciare nei forni del punk di Detroit e nell’hard rock che la band aveva elaborato poteva regalare delle scosse.

I proprietari dei forni capirono che potevano anche venderlo.

È anche per questo forse che Anatomy of a Creep, lungi dall’essere un album perfetto, è il miglior disco dei Workers post-Overdose.

Il perno del lavoro, che continua a mescere nell’esplosivo stoogesiano con una esplosiva ma personale rilettura di Search & Destroy, è tuttavia la centrale Joanna Crying, rugosa ballata suonata al piano che nella traccia fantasma diventa il concime per una jam-session hard rock di quasi dieci minuti.

Quando decidono di dare fondo a tutto il potenziale elettrico però i Workers esasperano le atmosfere e sono più spietati del solito, come nell’apertura di Times, premonitrice degli assalti cosmici dei Monster Magnet di Dopes to Infinity, nella Hey Lover fumosa di “Pop” ‘n roll o nelle atmosfere Screaming Trees della bella Conversation.

Un disco che avrebbe meritato meno fretta.

Da parte loro e da parte nostra.

Ma la messa, purtroppo, era già finita.

E andammo tutti a casa, senza pace.

 

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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