MC5 – Detroit Rock City

Se quella del 1967 è l’Estate dell’Amore, quella del ’68 è la stagione dell’odio.

Gli sbirri si sono rotti i coglioni dei contestatari, dei pacifisti, degli hippies, dei beatnik, dei figli dei fiori e dei nipoti di Nonna Papera. L’assassinio di Martin Luther King avvenuto nell’Aprile di quell’anno stringe un cerchio di repressione attorno alla comunità giovanile di tutti gli Stati Uniti.

Alle marce pacifiste della stagione dell’amore si sono sostituite le guerriglie metropolitane fomentate dai movimenti politicizzati delle Pantere Nere di Bobby Seal e delle Pantere Bianche di John Sinclair.

Detroit vive questo disagio in maniera amplificata. Perché è dentro i capannoni della sua zona industriale che confluisce la manodopera operaia in seno alla quale cresce il potere sindacale e la rivendicazione dei diritti sociali.

È lì dentro che si agita la grande ala del proletariato statunitense bianco e nero.

La Città dei Motori, come Chicago, è la zona vitale dell’economia del paese e la polizia non può permettersi distrazioni. Occorre reprimere, censurare, soffocare.

Gli sbirri hanno dalla loro parte la classe borghese, gli imprenditori, i commercianti di alto prestigio come Joseph L. Hudson, Jr. proprietario dei magazzini Hudson‘s.

Le White Panthers hanno dalla loro gli MC5.

Motor City Five. Il nome di una street gang, ne’ più ne’ meno.

Lo scontro è pronto già prima che esploda. Inevitabile come la morte.

Gli MC5, cinque capelloni che amano fare chiasso, diventano il mezzo di propaganda delle idee rivoluzionarie di Sinclair ed eleggono il Grande Ballroom di Detroit a tempio della loro idea di rivoluzione dove si incita all’amore libero, all’odio verso l’ordine costituito, alla liberazione attraverso l’onda d’urto del rock ‘n roll.

Il 27 Ottobre del 1968, proprio nella sala concerti del Grande Ballroom, il cerimoniere delle Pantere Bianche JC Crawford invita il pubblico a presidiare il locale per la notte di Halloween per un concerto gratuito che sarà registrato per tirarci fuori il primo album ufficiale degli MC5, nel tentativo di imbottigliare la rivoluzione e venderla al grande pubblico, in barba al nuovo proibizionismo. Rob Tyner incita la folla prima che gli altri uomini della Motor City lancino le loro molotov imbottite di rock ‘n roll, incendiando la folla. La musica degli MC5 è un concentrato di energia e rumore allo stato brado, disordinata ed anarchica, il loro spettacolo un’orgiastica seduta collettiva di incitazione alla rivolta ideologica contro il Sistema.

Una catarsi emotiva pari a quella messa in scena dai Doors, animata però da una spinta centrifuga anziché centripeta ed egocentrica. L’individualismo tormentato ed inquieto della poetica morrisoniana è qui proiettato all’esterno dell’io-egos, il simbolismo psicoanalitico sostituito da slogan e linguaggi sin troppo espliciti, il complesso di Edipo schiacciato dal complesso di Erostrato, la primordiale esigenza di rifugio tipica delle liriche del gruppo di Los Angeles soppiantata dalla necessità fisica dell’abbattimento, della demolizione, dello smantellamento ideologico.

Sul piano musicale Kick Out the Jams si immerge nel primitivismo più turpe sacrificando all’istinto ciò che nei Doors viene invece modellato da un tecnicismo un po’ troppo ridondante. Ecco quindi la tensione animalesca di pezzi come Rocket Reducer No. 62, Kick Out the Jams, Borderline, Ramblin’ Rose, I Want You Right Now, Come Together. Macigni di riff contundenti e urla esasperate, sciabordate chitarristiche e ritmiche concitate che si spartiscono la scena annientandosi vicendevolmente fino all’esplosione collettiva nell’assordante versione di Starship che chiude l’album. Le officine automobilistiche di Detroit diventano cantieri astronautici e la capsula degli MC5 parte per il sistema solare in un’orgia di fischi, scoppi, rumori metallici e voci dallo spazio profondo.

Cinque punk alzano gli occhi dal fiume di piscio che scorre sotto i loro piedi e indicano le stelle. Qualcuno prova a imitarli, fermandosi incantato a guardare quelle che pendono dalle bandiere incastrate tra le testate e le casse degli amplificatori della più rumorosa band del mondo.

L’America va in frantumi.

Joseph Hudson ritira il disco dai negozi, assieme a tutti quelli della Elektra.

I “figli di puttana” della prima edizione diventano “fratelli e sorelle”, in un tentativo ecumenico di recuperare i dollari che la censura aveva negato.

L’Elektra scarica Danny Fields, colpevole di aver portato gli MC5 dentro gli uffici della multinazionale e averli fatti uscire con un contratto in mano.

Poi, scarica pure gli MC5.

Pare che mentre uscissero Jac Holzman li apostrofasse con “attenti a non sbattere la porta, figli di puttana”. Fuori qualcuno attendeva con in mano una museruola.

 

Pure il secondo album degli MC5, come il primo, si apre con una cover.

Ma tra la Ramblin’ Rose di Ted Taylor e la Tutti Frutti presa dal libro di filastrocche di Little Richard c’è un abisso.

Chi poggia la puntina sul primo solco di Back in the USA, in quel lontano 1970, si accorge di essere davanti ad un cervello spento.

Come Capo Bromden davanti la testa di McMurphy nella scena finale di Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Un involucro vuoto dentro cui dorme la rivoluzione.

Una fiamma domata che puzza di cenere.

E così, mentre negli uffici dell’FBI si brinda all’arresto di John Sinclair e in quelli della Elektra per essersi liberati da un cappio politico che rischiava di trasformarsi in una ghigliottina commerciale, nei GM Studios di Detroit sotto l’occhio attento di Jon Landau, si celebra il funerale ideologico della più pericolosa compagine rock della città. Se resiste ancora, pur vacillante, la trincea tirata su con Kick Out the Jams, dietro la barricata ci si trova davanti ad una piccola truppa di rivoluzionari intenta a sfamarsi col rancio passato dall’esercito americano.

E in quest’ottica, l’altra cover che chiude l’album mette ancora più tristezza.

I ribelli si stringono sotto la bandiera americana e si mettono in posa.

Sorridenti come una surf band qualunque e qualunquista.

Un po’ del fuoco dei vecchi giorni del Grande Ballroom cova ancora tra le polveri piriche di The Human Being Lawnmower e The American Ruse. Ma è un fuoco di paglia perché Back in the USA non è più quella polveriera che era stata Kick Out the Jams nonostante faccia mostra di qualche buon esercizio di rock ‘n roll stradaiolo come Teenage Lust, High School, Call Me Animal, Shakin’ Street e la smunta ripresa di Lookin’ at You in cui lo stridore infernale della versione pubblicata su singolo un anno e mezzo prima è stato canalizzato in una muscolosa e testosteronica esibizione di chitarre proto-hard.

Il voltafaccia nei confronti dei vecchi ideali rivoluzionari e del manifesto programmatico del White Panther Party era già stato siglato negli uffici dell’Atlantic dai quali erano usciti con le tasche gonfie di dollari dilapidati nel giro di pochi isolati in spese di lusso.

L’assalto alla cultura teorizzato da Sinclair era adesso una sfilata di limousine, tradito da un paio di spinelli e da un contratto discografico in cui la libertà di opinione era stata messa a tacere da qualche zero di troppo.

Bentornati negli Stati Uniti d’America, Motor City Five.

 

Spesso ritenuto un disco di scarto nella seppur risicata discografia del gruppo di Detroit, High Time rimane un grandissimo, fottuto disco di rock ‘n roll. E lo è ancora di più se contestualizzato in quello che fu il momento di crisi in cui venne concepito.

L’allontanamento forzato da John Sinclair e l’abiura dai precetti politici del Movement in favore di una sempre più vanitosa vita da rockstar ne avevano dapprima delegittimato la spinta rivoluzionaria.   

Adesso le droghe e l’alcol stavano spezzando le gambe agli equilibri interpersonali tra i componenti della band, minando i rapporti umani e creativi in seno al gruppo.

Ricorda Michael Davis a proposito: “eravamo cresciuti insieme come una vera band. Ma adesso eravamo diventati niente più che un prodotto. Non eravamo più un’unica identità ma cinque uomini ognuno per conto proprio”. 

High Time è infatti il primo disco in cui le canzoni non vengono più accreditate agli MC5 ma ai singoli componenti del gruppo: quattro pezzi per Fred Smith, due per Wayne Kramer, uno a testa per Rob Tyner e Dannis Thompson.

Michael Davis partecipa come bassista ma è già isolato dal resto del gruppo.

“Solo, isolato e triste” come lui stesso ammetterà anni dopo.

Nonostante la crisi che incombe sul gruppo High Time riesce a mostrare un’energia che Back in the USA era ben riuscito a mascherare dietro un bubblegum pop senza vivacità ne’ mordente.

I pezzi diventano più lunghi (sei su otto viaggiano oltre i cinque minuti) ed elaborati (tube, fiati, percussioni, cori, organo servono a colorare quello che fino ad allora era stato un irrefrenabile scontro di volumi tra chitarre).

Ma soprattutto, viscerali e pieni di merda punk e hard rock, sfoggiando riff epocali (Poison di Kramer su tutti, Future/Now di Tyner e Skunk di Smith immediatamente dopo, NdLYS) e sporchissime canzoni che meritano ancora di essere annoverate tra le migliori rappresentazioni del rock ‘n roll a cavallo di quei due decenni come Sister Ann, Over & Over, Gotta Keep Movin’, Baby Won‘t Ya.

Non abbiate paura di lordarvi le mani.

Siate testimoni.

Ci vogliono solo cinque secondi.

Cinque secondi per decidere.

Cinque secondi per comprendere che è il tempo di muoversi.

Scegliete adesso da che parte stare.

Scegliete se essere chiamati motherfuckers oppure brothers&sisters.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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