THE ZEN CIRCUS – Canzoni contro la natura (La Tempesta Dischi)

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Gli Zen Circus avevano già mandato affanculo tutti cinque anni fa.

Ma i tempi cambiano, e c’è sempre qualcuno o qualcosa da mandare altrove.

Nuovi arrivati da aggiungere all’elenco o scarti sfuggiti alla lista precedente.

Il qualunquismo, il mutuo, la disillusione, i Cinque Stelle.

E così ecco il gruppo pisano affidare all’invettiva del brano inaugurale un’altra buona dose di rancore subito doppiata dall’altrettanto velenosa parata disumana di Postumia.

Sono i brani che danno l’impronta barricadera di buona parte del disco, quella che avanza facendosi strada tra il vibrato Finardiano di Canzoni contro la natura e i Modena City Ramblers di Vai Vai Vai! e della giga di Mi son ritrovato vivo fino a sfociare nella ballata panteista Albero di tiglio, nel rimpasto de Il Pescatore di L’anarchico e il generale che ci fa rimpiangere i Gang e nel tex-mex alla Calexico di Dalí, in un processo di spersonalizzazione ed invecchiamento cutaneo che ha del prodigioso, allargando l’angolo acuto del Circo Zen fino a renderlo ottuso e pilotando il treno folk-punk del trio toscano verso il binario morto di No Way e Sestri Levante.  

Non mi piace fare il salmone ma delle grandi parole che ho letto in rete a proposito di Canzoni contro la natura, non mi sento di sottoscriverne alcuna, anche a costo di venir aggiunto alla LYSta delle prossime cose da mandare a quel paese.

Speriamo solo sia un paese migliore di questo. 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

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THE CLASH – The Clash (CBS)

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Mick Jones ha appena disertato l’adolescenza quando decide di imparare a suonare e di mettere su una band. Nonostante i suoi capelli lunghissimi decide di battezzarla come si trattasse di una band nazi-skin: London SS.

Gli manca ancora un sottotenente e così chiama l’adunata per gli amici, finchè non trova il tipo che fa al caso suo.

Lo trova senza nemmeno conoscerlo, senza chiedergli neppure se abbia mai suonato una sola nota in vita sua: si chiama Paul Simonon e viene da Brixton.

È biondo, dinoccolato e ha la faccia bella e arrabbiata.

È il suo uomo.

Mick gli spiega prima cos’è una chitarra ma Paul non riesce nemmeno a suonare quei tre accordi base che sono alla base del concetto minimale del punk.

Quindi, passa a spiegargli cosa sia un basso elettrico e per aiutarlo a trovare le note, gliele trascrive con cura su tutto il manico.

Poi mette su un vecchio pezzo degli Who e gli intima di premere i tasti corrispondenti alle note che lui gli urla dall’altro lato della sala.

Paul impara. E impara in fretta.

Tuttavia i London SS durano poco, come gran parte delle band sommerse della scena punk inglese. I gruppi nascono, suonano, si sciolgono.

È l’ordinarietà per tutti.

Per tutti tranne che per una: The Clash. All’inizio sono Mick, Paul e Terry Chimes.

Poi reclutano Keith Levene e Joe Strummer.

Una band in cui tutti sono leader, come nel socialismo migliore.

Una band destinata a scoppiare.

Già sulla copertina di questo loro album di debutto sono rimasti in tre.

Sono i tre prescelti per edificare la storia più bella del rock inglese.   

The Clash è punk da barricata. Ogni canzone un canto da trincea.

Come se Paul, Joe, Mick e Terry Chimes (che partecipa alla registrazione del disco ma è già fuori dalla band quando l’album vede la luce nell’Aprile del ’77, NdLYS) fossero scesi da un panzer con le armi in mano brandendole nel cielo basso di uno scontro a fuoco. Uno qualsiasi, dal Libano al triste Carnevale di Notting Hill.

Questa coscienza sociale che lo pervade lo allontana dall’efferata idiosincrasia che invece corrode gli altri due dischi-manifesto di quell’anno Damned Damned Damned e Never Mind the Bollocks.

The Clash si muove dentro, non sopra, il tessuto sociale dell’Inghilterra di quegli anni, nelle lotte di classe, nelle spaccature generazionali e negli scontri razziali che la stanno bruciando dall’interno.

Fa retorica e fa politica e di entrambe fa la propria carta vincente.

E fa suo il linguaggio comunicativo e musicale dei ghetti extracomunitari sempre più popolosi della periferia londinese insinuando da subito le linee morbide del reggae dentro quelle del guitar-rock.

Un’intuizione che darà il via all’integrazione artistica tra le comunità caraibiche e quelle indigene che genererà tutto il movimento ska inglese che esploderà di lì a breve e che i Clash coltiveranno per tutto il resto della propria storia conquistando il rispetto e la stima dalle frange giamaicane più conservatrici.

Teppisti con una coscienza.

Dalla parte del torto forse, ma certo mai dalla parte dei vincitori.

Loro avevano già i loro alfieri del resto, i loro baronetti, i loro portaborse.

E ci voleva qualcuno che queste borse le facesse saltare in aria.

 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CHAMBERS BROTHERS – Time Has Come: The Best of The Chambers Brothers (Track)

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Strano come ogni qualvolta si parli di pionieri della musica nera si finisca per citare Hendrix o Sly Stone e ci si scordi sempre dei fratelli Chambers del Mississippi. Curioso vista la miscela incendiaria di rock intorbidito nel soul e nel tribalismo afro che bruciava la loro Time Has Come Today, quel vortice di effetti registrati senza overdubs ma direttamente sparati in cuffia mentre la band improvvisa lungo quei cinque minuti capitali che lasciarono sbigottito pure Dylan, al Newport Festival da cui vennero cacciati. Menti capaci di creare un Cerbero bavoso di gospel, folk, soul, rock, funky e lucide abbastanza da evitare di diventare un gruppo-macchietta in mano di uno show-biz che voleva depredarli di quel classico per darlo in pasto a un gruppo di efebici rockers dalla pelle bianca. Riscatto razziale e genio musicale. Impossibile ignorarli.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE GREENHORNES – “Dual Mono” (Telstar)

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Dopo aver perso per strada l’organo di Jared McKinney i Greenhornes sfornano un nuovo disco su Telstar affindandosi per la terza volta alla produzione molto vintage di John Curley degli Afghan Whigs. La dipartita di Jared ha ovviamente obbligato il gruppo di Cincinnati alla scelta di un suono più secco, ancora più strettamente garage pur senza recidere i legami con certa soul music bianca soprattutto a livelli di ispirazione (avvertibili in un pezzo come Too Much Sorrow, vicina allo spirito meditabondo della Stay Away Girl sul disco omonimo). “Dual Mono” sfoggia infatti alcuni tra i più abrasivi garage-stomps fin qui scritti da Craig Fox e compagni. Roba come The Way It’s Gonna Be, Three Faint Calls, It’s Not Real, You’ll Be Sorrow, spesso vicine a certe cose dai Fourgiven, ti fanno accapponare la pelle. Quello che potrebbe spiazzare sono invece episodi come There’s an End o Gonna Get Me Someone con i quali, complice la voce di Holly Golightly delle Headcoatees la band sembra voler fare il verso alla stagione d’oro del pop vocale femminile. Roba Spectoriana insomma, mica roba horror, ma francamente spero non si superi la soglia della citazione occasionale e episodica. Perché è altrove, come già detto, che il gruppo riesce a impressionare, quando si cala nel suo rock ‘n’ roll abrasivo figlio dei Pretty Things e del punk corvino dei Sonics. Saranno la “sensazione” prossima ventura, e le charts non saranno mai state così belle.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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LINK WRAY – The Original Rumble (Ace)

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Dopo l’elettrificazione del blues che avrebbe portato alla nascita del rock ‘n’ roll, un altro solco profondo nell’evoluzione del rock lo avrebbe lasciato Link Wray. Ufficialmente cantante di country e segretamente stupratore di amplificatori, Ray Vernon divideva la sua vita tra qualche onesta esibizione (spesso, preferibilmente, di spalla a Gene Vincent) e la sua maniacale ossessione per la ricerca di un suono che lacerasse la pelle, che gli permettesse come un bisturi di aprire a carne viva ogni cosa si imbattesse sulla sua chitarra, fosse rock ‘n’ roll, country, surf o folk tradizionale. Poi un giorno, stanco e frustrato dal maneggiare manopole senza cavare un ragno dal buco, si avventa sul suo ampli e gli pianta una pugnalata sulla membrana con la prima cosa che gli capita tra le mani: una matita. Le note dell’ultimo accordo della sua Gibson stanno ancora vibrando e sdddreeenng…..d’improvviso il suono si sfibra, come morso da una scarica elettrica. Così nasce il fuzz, quel suono elettrico “a strappo” che crepita e frigge come un cavo d’alta tensione, talmente volgare e trash che ci sarebbero voluti anni prima di venire metabolizzato ed eletto quindi ad emblema della nuova musica beat-punk. Così nasceva la leggenda di Link Wray, il primo guitar hero della storia che, dopo avere aperto la carne del rock ‘n’ roll, avrebbe lavorato sul suo scheletro. Rumble, The Fuzz, Ace of Spades, Jack the Ripper, I’m Branded, Run Chicken Run e le altre perle inserite in questo estremo tributo alla sua memoria non sono altro che questo: un ossario di fraseggi surf ‘n roll senza cui bands come Yardbirds, Cramps, Fuzztones, Mɘtɘors, l’intera boscaglia garage punk o il riff di (I Can’t Get No) Satisfaction non sarebbero mai nati. Inginocchiatevi ragazzi, e rendete omaggio e preghiera al Dio della surf-guitar.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro


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TALKING HEADS – Fear of Music (Sire)

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Quando nel 1980 uscì Sandinista! non mi turbai più di tanto.

Io il mio Sandinista! lo avevo già avuto l’anno prima.

Fear of Music, si intitolava. Non faceva esattamente paura.

Ma soggezione, alle mie orecchie da ragazzino ancora troppo occidentalizzato, ai miei timpani che erano stati educati a giudicare un disco di musica rock dalla quantità di rumore elettrico che conteneva, quella sì.

Un disco che si apriva con una cassa dritta e che si chiudeva con una sorta di dub rattrappito come la pelle di una mummia. Un disco anomalo.

La new wave del terzo mondo. In un disco dell’altro mondo.

Fear of Music arriva a suggello di un decennio inaugurato simbolicamente dall’apertura del Club 27 e concluso con l’inaugurazione dello Studio 54. E alla fine del ’79 o stavi con Tony Manero o stavi con Patti Smith.

Ma se decidevi di stare in mezzo, allora stavi con i Talking Heads.

E c’era da divertirsi ad esplorare il mondo racchiuso tra lo sgangherato tribalismo di I Zimbra e dei koala che lo abitavano e gli angosciosi deliri di Drugs (che gli Art of Noise cannibalizzeranno  per cagare Paranoimia, senza che nessuno se ne accorgesse, NdLYS) in cui ogni singolo strumento veniva vivisezionato per esporne solo piccolissimi frammenti, come quando ti esplode in mano un caleidoscopio.  

Prendete il cannocchiale e mettere il berretto che si parte per un safari tra le dune africane di Fear of Music.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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