THE CLASH – The Clash (CBS)

Mick Jones ha appena disertato l’adolescenza quando decide di imparare a suonare e di mettere su una band. Nonostante i suoi capelli lunghissimi decide di battezzarla come si trattasse di una band nazi-skin: London SS.

Gli manca ancora un sottotenente e così chiama l’adunata per gli amici, finchè non trova il tipo che fa al caso suo.

Lo trova senza nemmeno conoscerlo, senza chiedergli neppure se abbia mai suonato una sola nota in vita sua: si chiama Paul Simonon e viene da Brixton.

È biondo, dinoccolato e ha la faccia bella e arrabbiata.

È il suo uomo.

Mick gli spiega prima cos’è una chitarra ma Paul non riesce nemmeno a suonare quei tre accordi base che sono alla base del concetto minimale del punk.

Quindi, passa a spiegargli cosa sia un basso elettrico e per aiutarlo a trovare le note, gliele trascrive con cura su tutto il manico.

Poi mette su un vecchio pezzo degli Who e gli intima di premere i tasti corrispondenti alle note che lui gli urla dall’altro lato della sala.

Paul impara. E impara in fretta.

Tuttavia i London SS durano poco, come gran parte delle band sommerse della scena punk inglese. I gruppi nascono, suonano, si sciolgono.

È l’ordinarietà per tutti.

Per tutti tranne che per una: The Clash. All’inizio sono Mick, Paul e Terry Chimes.

Poi reclutano Keith Levene e Joe Strummer.

Una band in cui tutti sono leader, come nel socialismo migliore.

Una band destinata a scoppiare.

Già sulla copertina di questo loro album di debutto sono rimasti in tre.

Sono i tre prescelti per edificare la storia più bella del rock inglese.   

The Clash è punk da barricata. Ogni canzone un canto da trincea.

Come se Paul, Joe, Mick e Terry Chimes (che partecipa alla registrazione del disco ma è già fuori dalla band quando l’album vede la luce nell’Aprile del ’77, NdLYS) fossero scesi da un panzer con le armi in mano brandendole nel cielo basso di uno scontro a fuoco. Uno qualsiasi, dal Libano al triste Carnevale di Notting Hill.

Questa coscienza sociale che lo pervade lo allontana dall’efferata idiosincrasia che invece corrode gli altri due dischi-manifesto di quell’anno Damned Damned Damned e Never Mind the Bollocks.

The Clash si muove dentro, non sopra, il tessuto sociale dell’Inghilterra di quegli anni, nelle lotte di classe, nelle spaccature generazionali e negli scontri razziali che la stanno bruciando dall’interno.

Fa retorica e fa politica e di entrambe fa la propria carta vincente.

E fa suo il linguaggio comunicativo e musicale dei ghetti extracomunitari sempre più popolosi della periferia londinese insinuando da subito le linee morbide del reggae dentro quelle del guitar-rock.

Un’intuizione che darà il via all’integrazione artistica tra le comunità caraibiche e quelle indigene che genererà tutto il movimento ska inglese che esploderà di lì a breve e che i Clash coltiveranno per tutto il resto della propria storia conquistando il rispetto e la stima dalle frange giamaicane più conservatrici.

Teppisti con una coscienza.

Dalla parte del torto forse, ma certo mai dalla parte dei vincitori.

Loro avevano già i loro alfieri del resto, i loro baronetti, i loro portaborse.

E ci voleva qualcuno che queste borse le facesse saltare in aria.

 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

The_Clash_UK

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