HITMEN – Tora Tora DTK (Savage Beat!)

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Hitmen phaze II: la nascita dei New Christs per supportare il tour australiano di Iggy Pop dell’83 aveva di fatto decretato la fine del nucleo storico degli Hitmen. Il rientro sarebbe avvenuto col Tora Tora Tour e la nascita degli Hitmen Down to Kill. Ovvero ciò di cui si occupa quest’ultima ristampa della Savage Beat!. Il Tora Tora avrebbe segnato la celebrazione “live” del suono della vecchia band, incuneato tra il power-pop dei Flamin’ Groovies e il proto-punk dei Dictators. Quello che sarebbe venuto dopo, ovvero lo U.E.LA. Ep e l’album Moronic Inferno che qui occupano l’intero secondo dischetto, avrebbe costretto il suono della band dentro una tamarrissima tutina elastica da hard rock satinato con tanto di assoloni e riffs gonfiati come i muscoli di Brock Lesnar.

Una cosa terrificante che allora mi fece abbandonare l’Australia per Seattle, nei miei viaggi artificiali da infame passeggero del rock shuttle. Come vuole la tradizione della SB! le bonus si sprecano (siamo a quota dieci, oltre all’aggiunta del mini Cowboy Angel inciso da Chris Masuak sotto lo pseudonimo di Klondike e da una Kill City del solo Johnny Kennis su un vecchio disco-tributo a Iggy, NdLYS) ma alla fatta dei conti rimane un disco per completisti.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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PRIMEVALS – Heavy War (Beast)

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Vederli invecchiati, con i capelli grigi, gli occhiali da ex-segaiolo, i cappelli di feltro e tutto il resto mi accende di  una tristezza infinita ma ciò nonostante su disco la band di Glasgow fa ancora una gran bella figura, anche se il loro suono ha perso quella freschezza degli esordi invecchiando, dignitosamente, insieme a loro.

Come dire, dove non arriva l’energia arriva il mestiere.

Che, mi rendo conto, non è neppure il miglior complimento da fare ad una rock band. Almeno, non mi piacerebbe lo dicessero alla mia.

Ecco perché ho smesso a vent’anni.

Insomma, qualche puzzo di muffa viene fuori nonostante tutto.

Coming From the Hills, Undertow, Don‘t Be Afraid to Cry, Hit the Peaks stanno più dalla parte dei dinosauri (Led Zeppelin, U2, Mark Lanegan) che dalla parte dei rettili e i numeri buoni stavolta si contano sulla punta delle dita (quelle che usate per scaccolarvi, come scrivevo prima): Predilection For the Blues con quel suono sanguigno figlio dei Creedence Clearwater Revival, High Risk Times con un accenno al ghigno dei New Christs come del resto The Lure of Desire, l’impattivo blues di Rightful Duty.  

Il resto è onesto lavoro. Quello che, a quanto dice qualcuno, è estremamente noioso.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE FLAMIN’ GROOVIES – Jumpin’ in the Night (Sire)

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A dispetto di un suono fresco che sa di ortaggi appena raccolti, il disco che chiude la trilogia dei Groovies per la Sire e conclude, di fatto, la fase creativa della band di San Francisco, una volta messo sul piatto dà una poco piacevole impressione di una cesta di cibi in scatola.

Scatolette di latta messe una accanto all’altra e da cui escono fuori i Beatles, Bob Dylan, i Byrds, James Burton e Warren Zevon cui Cyril Jordan e Chris Wilson affiancano qualche piccolo sapore di casa dal gusto sempre meno incisivo, sempre meno capace di rendersi distinguibile al palato (Next One Crying fa il verso al Lennon solista, First Plane Home a quello del periodo Merseybeat, In the U.S.A. è quasi un Lovin’ Spoonful in libera uscita). Forse è solo il tirato boogie della title-track col suo duello di chitarre che resta un po’ schiacciato sul missaggio finale e le altrettanto belle pennellate di Rickenbacker di Yes I Am a rendere prezioso questo ultimo lavoro dei Groovies che soffre già della crisi che sta dilaniando un’altra volta la formazione californiana e che le impedirà di godere se non trasversalmente (Wilson con i Barracudas, Jordan e Alexander con una esangue reunion del 1986) del successo del revival neo-sixties di cui erano stati pionieri.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THAT PETROL EMOTION – Babble (Polydor)

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Dopo il bagno elettrico di Manic Pop Thrill i That Petrol Emotion cominciano lentamente a mutare pelle. Le chitarre diventano più scattanti, dinamiche mentre la batteria si accende come una fila di candelotti di polvere pirica facendo di Babble uno dei dischi pionieristici per il rinnovamento della musica inglese dei tardi anni Ottanta e la fusione tra la club culture e l’indie rock che esploderà definitivamente con i Primal Scream e gli Stone Roses. Su Babble questa unione è più concettuale che reale ma lo scarto in senso propulsivo rispetto all’esordio è marcato sin dall’apertura affidata a Swamp: l’ossessione per lo zolfo beefheartiano è ora alterata da sincopi funky metalliche che esploderanno nelle vampate pirotecniche di Split, Creeping to the Cross e In the Playpen.

La tensione psichedelica circolare del primo album dà vita a Static, Inside e Belly Bugs, gli episodi più placidi di un disco che non riesce a rinnovare la forza dell’esordio ma che traccia idee nuove che pezzi come Dance Your Ass Off o il Jet Fuel Mix di Big Decision inclusi tra i bonus della successiva ristampa su cd banalizzeranno fino a renderle oscene, depunkificando del tutto gli eredi legali degli Undertones.

Babble è ancora un disco semi-perfetto: un anello di intersezione tra le facce smagrite dalle droghe dei Television e il muso duro dei Three Johns.  

Un sacco da boxe su cui i Gang of Four possono immaginare di prendere a cazzotti Mick Jones e i sui Big Audio Dynamite.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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