WALL OF VOODOO – Call of the West (I.R.S.)

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Country music dell’era digitale. Pistoleri con i cappotti sporchi di polvere di silicio.

Belle da schiantare le musiche dei Wall of Voodoo, sospese tra noir e spaghetti western, tra epiche arie da frontiera texana e inquietanti architetture sintetiche. Sintetizzatori, Hohner morriconiane, chitarre figlie di Duane Eddy e Tex Owens e la voce atipica, nasale di Stan Ridgway ovvero il più grande narratore di storie dell’epoca new-wave. L’unico in grado di raccontarti un intero romanzo nel giro di tre minuti (i suoi album solisti, The Big Heat in testa, sono autentici saggi di sceneggiature bonsai, NdLYS). Un’alchimia perfetta tra futuro e tradizione. Talmente perfetta che durerà lo spazio di due soli dischi, finendo per banalizzarsi una volta alterata la tavola periodica che l’aveva generata (con l’ingresso di Andy Prieboy nel ruolo di cowboy lasciato vacante da Ridgway). E talmente inviolabile che nessuno, NESSUNO, avrebbe più osato miscelare quelle cazzo di polveri che l’avevano generata. Nessuno avrebbe mai più suonato come i Wall of Voodoo, sancendone il definitivo stato di band-culto. Seppure i dischi che lo avevano preceduto (l’omonimo Ep del 1980 e il debutto Dark Continent dell’anno successivo) gli fossero assolutamente equivalenti se non superiori in termini di contenuti, mi piace soffermarmi su questo Call of the West perché contiene quella perla di Mexican Radio: uno di quei pezzi che la Apple dovrebbe inserire da default su ogni Ipod e senza il quale un’isola deserta diventerebbe un luogo banale come la riviera romagnola.

Andamento ciondolante e voci captate da una radio di confine, Mexican Radio è un’autentica cavalcata attraverso il deserto americano. È un cavallo che attraversa la frontiera portandosi addosso la polvere rossa del canyon e l’odore del whisky tracannato dal suo cowboy. Un luogo-non luogo da inserire nel programma per il World Heritage Fund.

Ma non è l’unica perla di un disco enorme. C’è la dolcissima cantilena cibernetica di Lost Weekend (ambientata in una delle “location” preferite da Stan per dipingere le sue vignette: quella delle automobili in fuga), quel capolavoro assoluto di Factory, paradigma tutto della teatralità mutante della musica dei Wall of Voodoo col suo tappeto di armoniche a bocca e sintetizzatori e quel parlato “immobile” di Ridgway, oppure il passo marziale e funereo di They Don‘t Want Me o ancora il tribalismo plastico che farcisce il sarcasmo di Spy World dove la vocazione per un “glamourous job” come quello dell’agente segreto si spegne infine con una ammissione grottesca come “I‘m tired of wearing these sunglasses” detta tra i denti. Look at Their Way e Hands of Love simulano altre tessiture glaciali, farcite di rumorismi assortiti fino all’apoteosi finale della melodrammatica Call of the West, il mito della frontiera fatto a pezzi da un’irrisolta frattura interiore. La corsa all’Ovest che diventa una raccolta di cocci dei propri fantasmi, come un The Wall ambientato nella striscia del confine americano, tra coyotes che ululano alla luna, carcasse umane impiccate agli alberi di cactus e iene che ridono ad ogni tuo passo.

Mostri meccanici che camminano tra serpenti a sonagli e mucchi di ossa bovine. Dio abbia in gloria i Wall of Voodoo e vegli sui loro sepolcri.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THAT PETROL EMOTION – Manic Pop Thrill (Demon)

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Damian O’Neill sarebbe morto pompiere (facendosi ambasciatore di “una tranquilla rivoluzione”) ma noi non potevamo ancora saperlo quando, nel lontano 1986, Manic Pop Thrill scese dal cielo per appiccare il fuoco a casa nostra.
L’incendio degli Undertones si era spento da poco ma nessuno immaginava che qualcosa di ancora più aberrante sarebbe divampato da lì a breve, sebbene il trittico di singoli KeenV2Good Thing avesse reso già manifeste le intenzioni piromani dei That Petrol Emotion. Avvertimenti presi alla leggera, perché in un’Inghilterra infettata da centinaia di singoli eccellenti (erano gli anni della Postcard e della Creation e del mercato intasato dai sette pollici di Pastels, Big Audio Dynamite, June Brides, Jesus and Mary Chain, Fuzzbox, Three Johns, Primal Scream, James, Telescopes, Smiths, Easterhouse, Housemartins, Orange Juice, Josef K) tutto sembrava diventato ordinario.

Invece, bizzarro e fulminante, l’esordio della band irlandese fece il suo ingresso prepotente nelle nostre vite per non uscirne più. Diciassette settimane di permanenza nelle charts inglesi e la conquista della vetta, in una Gran Bretagna assetata di giustizia e parità sociale, cavalcando l’onda del dissenso anti-Tatcheriano e delle smanie separatiste irlandesi.

Un album che sposava aggraziate ninne nanne LYSergiche dalla grazia stregata ed arrendevole (il pan-pot scampanellante di Natural Kind of Joy, il carillon velvetiano di A Million Miles Away, il valzer di Lettuce, le dimesse lap steel di Blindspot) a deflagrazioni elettriche devastanti (le implosioni di rumore che bruciano Lifeblood, il vortice marziale e implacabile di Can‘t Stop, il rockabilly psicotico di Mouth Crazy, le epilessie grumose di Cheapskate, le derive acide di Tightlipped). Mosso da una nevrosi che è  figlia diretta del rock metropolitano di Velvet Underground e Pere Ubu, il rock elettrico di Manic Pop Thrill si schiantava addosso con un parossismo simile al punk fragoroso dei Buzzcocks e alle spirali elettriche dei Wire ma pure alla psichedelia sghemba dei Television e al ragliare deforme di Captain Beefheart.  

Con Babble, l’anno dopo, saranno già altrove. E poi sempre più lontano, a dare compulsione ritmica al loro suono originario, ma i That Petrol Emotion di questo debutto restano una delle cose più deflagranti della Gran Bretagna di trenta anni fa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REMAINS – The Remains (Epic/Legacy)

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La Legacy continua a mescere il meglio dai pozzi Sony e stavolta, anche se la trovata del 40° compleanno della Summer of Love poteva risparmiarsela, ci regala la gioia di riavere tra le mani la reissue con copertina originale dello storico album dei bostoniani Remains, con annessi i 45rpm della loro stagione Epic. Lo dico da subito: uno dei dischi-chiave del rock pre-psichedelico, al pari di Here Are The Sonics, Psychotic Reaction, Safe As Milk, My Generation, Get the Picture? o Aftermath. I Remains erano autentici folli capaci di lasciare il college per inseguire il proprio sogno rock ‘n roll. Avevano in mano alcune delle più belle canzoni dei sixties, scritte con classe e perizia SOVRAUMANE, ma non per questo evitavano di stuprare Bo Diddley per 18 minuti prima dei concerti dei Beatles o di suonare covers di pallidi numeri soul e R ‘n R farcendoli di assoli brutali e penetranti come quelli di Kinks e Troggs e bombardandoli sotto una pioggia di watt che solo i Who avrebbero superato. Come fosse l’ultima cosa da fare prima di saltare nel vuoto. Incidendo infine un album e una manciata di singoli e scomparendo subito dopo. Tutto senza rinunciare mai allo STILE.

Una storia incredibile e bellissima, quella dei Remains: partiti nel ’64 come attrazione locale al Rathskeller Club di Boston suonando per 25 $ a serata e qualche boccale di birra, passati in breve sui set nazionali dell’Ed Sullivan Show e dell’Hullabaloo fino ad aprire l’ultimo tour dei Beatles (esperienza raccontata dallo stesso Barry dieci anni fa sul suo libro Ticket to Ride, NdLYS).

Destinati a dominare il mondo nel ’66 e già sciolti e disillusi nel Gennaio dell’anno successivo.

Come decine di altre bands, semplicemente inghiottiti dagli altalenanti interessi delle multinazionali del disco, bruciati da un’offerta avanzata dalla Capitol e mai concretizzata (quelle storiche e crude registrazioni del Maggio ’66 poi recuperate dalla Sundazed su A Session With, NdLYS) in cui Barry Tashian e soci, in presa diretta e senza alcun overdubbing, sputarono sangue e sudore su classici di Chuck Berry, Kinks e Dylan. Ma se vi trovaste nella condizione di dover spiegare a qualcuno la gioia e la forza che la musica beat può trasmettere e non riusciste a trovare le parole giuste, questo è il disco PERFETTO per arrivare allo scopo. Comprarne una copia è un obbligo morale, oltre che un piacere davvero necessario.

Fatelo, e fatelo adesso.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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