THE SMITHS – The Queen Is Dead (Rough Trade)

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Take me back to dear old Blighty!
Put me on the train for London town!
Take me over there,
Drop me anywhere,
Liverpool, Leeds, or Birmingham, well, I don’t care!
I should love to see…

Poi la batteria di Mike Joyce comincia a rullare ad un ritmo fino ad allora inedito, nella storia degli Smiths. Quindi sono il basso di Andy Rourke e la chitarra di Johnny Marr sfigurata dal wah wah a fare il loro ingresso. Quando arriva Morrissey a gridare “addio alle tetre paludi di questo Paese” la gente è già tutta ai suoi piedi. Gli Smiths ci annunciano che la Regina è morta, e tutto il mondo sa già da che parte stare. Solo dopo anni, dopo la morte di Lady D. tetri sospetti sulla natura luciferina di quel pezzo e dell’intero album cominceranno ad insinuarsi tra le menti dei più attenti studiosi del lessico di Morrissey: dalle “arcate” citate nelle testo (che corrisponderebbero alle arcate del sottopassaggio in cui morì Diana andandosi a schiantare contro il tredicesimo pilastro (“arches” è la tredicesima parola del testo, così come “smash” è la tredicesima parola della B-side dell’album: numerologi di tutto il mondo unitevi!, NdLYS) fino agli agghiaccianti parallelismi tra l’ubriachezza molesta condivisa con un’egiziana (Cleopatra) di Some Girls Are Bigger Than Others e le circostanze di un ubriaco al volante (Henri Paul) e di un egiziano (Dodi Al-Fayed) a bordo con Diana al momento del suo incidente. E sorvolo sul resto, comprese le verosimili o cabalistiche relazioni tra There Is a Light That Never Goes Out o Never Had No One Ever con la fatalità di quella “corsa verso l’Inferno” che fu l’ultimo lampo di vita delle principessa Diana. Ma allora, Dio mio, allora The Queen Is Dead era un urlo liberatorio, era il manuale d’uso su come prendere un monarca di qualsiasi latitudine del globo e schiantarlo contro le pareti di carta dei suoi edifici dorati. E l’invettiva di Moz che, dopo aver sputato sulle istituzioni scolastiche (The Headmaster Ritual) ed educative (anche domestiche, come su Barbarism Begins at Home), si spostava sulla Casa Reale, era la voce di uno sdegno globale, planetario. Comunque condiviso.

The Queen Is Dead si presentava così, maestoso, solenne, trionfante. Non occorreva una laurea alle Belle Arti per fiutarne lo status di capolavoro. Sin dalla copertina, raffigurante Alain Delon (altro parallelismo inquietante? Giuro che è l’ultimo: la notizia della morte clinica di Lady D venne annunciata da un medico di nome Alain… NdLYS) con le mani sul petto, al titolo profetico e comunque statuario, gli Smiths avevano dato in pasto a quelle masse prostrate ai loro piedi il proprio monumento, la propria Tavola delle Leggi, il proprio altare pagano.

Un disco che rappresenta la summa dello stile degli Smiths e marchia a fuoco tutti gli anni Ottanta (sarà dichiarato da più parti come il disco più importante del decennio): dalle ballate fatte di chitarre scintillanti (Bigmouth Strikes Again e, ancora di più The Boy with the Thorn in His Side) al rockabilly figlio di Elvis di Vicar in a Tutu (una delle figure ritmiche ricorrenti nelle musiche del gruppo), dai siparietti tragicomici (Frankly, Mr Shankly) agli abissi di malinconie di pezzi come I Know It’s Over e Never Had No One Ever.

È come sempre il trionfo dei polpastrelli magici di Marr e delle liriche di Morrissey, ma anche degli arrangiamenti ariosi (i violini che sublimano l’amore totale di There Is a Light That Never Goes Out) o bizzarri (la glaciale voce femminile su Bigmouth Strikes Again realizzata alterando la velocità della pista del cantato di Morrissey e accreditata ad una fantomatica Ann Coates in realtà mai esistita se non nel perimetro urbanistico dell’amata/odiata Manchester dove Ancoats fu il primo centro suburbano di epoca industriale, NdLYS).  

La Regina può andare fiera, che se ci fosse mai un disco per cui valga la pena morire, questo sarebbe proprio The Queen Is Dead.

E nessuno più scriverà di amore e di morte con la stessa enfasi poetica di Morrissey.

                        

 Franco “Lys” Dimauro

 

                        The-Queen-is-Dead-cover

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