VERDENA – Requiem (Black Out)

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Dopo anni di concerti in cui si sono spesi senza tregua e tre dischi mutanti per i Verdena è venuto tempo di raccolta. E Requiem ha già dal titolo un’aria di celebrazione marmorea e definitiva: un approdo. La musica dei Verdena sceglie di farsi carne, si immola definitivamente all’altare dei suoi santi pagani (Nirvana, Mudhoney, Soundgarden, QOSTA, Motorpsycho), si fa asciutta, arida, prosciugata. Come nell’iniziale invocazione di Don Calisto che pare un osso dei Mudhoney gettato in pasto alle nuove generazioni. Il suono è volgarmente elettrico, scuoiato, parossistico. Non avrà altre copie lungo la scaletta ma serve per dare il “senso” dell’opera: il suono si sfoltisce e recupera l’essenzialità che le ultime prove in studio avevano frodato in cambio di dilatazioni hippiedeliche che qui sono solo lambite e non approfondite. Requiem è un disco che abbonda di canzoni, più che di allucinazioni, con le parole di Alberto perfettamente spalmata sul tappeto di suono che le accoglie e una ridimensionata voglia di “straripare”.  

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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COUNTING CROWS – Recovering the Satellites (Geffen)

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La tensione causata dall’incapacità di gestire un successo strabiliante ed inaspettato come quello toccato al disco di debutto unita ai sensi di colpa per averlo raggiunto proprio nel momento in cui Kurt Cobain decide di sparire per sempre da questo mondo e raccogliendone quindi simbolicamente il testimone, mettono a dura prova i nervi fin troppo scoperti di Adam Duritz. L’attesa per il secondo album dei Counting Crows si protrae così oltre i tempi previsti dal contratto arrivando sul mercato a tre anni esatti dal debutto. Quando la band tira fuori le luci di Natale, è l’Ottobre del 1996. Un autunno come tanti, come quello di August and Everything After.

Solo, un po’ più cupo.  Un po’ più triste. Un po’ più doloroso.

Recovering the Satellites è un disco solido ma anche più afflitto rispetto al suo fratello maggiore. Ha dei muscoli più allenati alla lotta ma anche la consapevolezza di averla persa, quella lotta. Come quando stai alla corda e il tuo avversario ti gonfia di pugni e ti giri verso il tuo istruttore di boxe e speri di sentirne le incitazioni e tutto quello che vedi sono dei ganci simulati, dei ganci senza guantone, dei ganci senza il rumore della carne e pensi che stai per mollare e tutto quello che senti è solo un gran dolore che nessun giornalista sportivo saprà spiegare il giorno dopo l’incontro. E neppure nei giorni ancora successivi. E neppure in quelli che verranno.

La produzione di Gil Norton è meno azzeccata rispetto a quella di T-Bone Burnett ma fondamentalmente è la scrittura del gruppo a risultare più appannata e depressa. E anche più ovvia, nonostante lo spreco di violini e l’affannosa ricerca di uno spessore espressivo che si rivela alla fatta dei conti più melodrammatico che emozionalmente intenso, pure quando si cercano soluzioni più radicali che in passato (Mercury) o si tenta il colpo gobbo della ballatona d’amore buona per le adunate davanti ai camini pronti a cagare Santa Claus. Duritz si conferma ancora una volta un performer capace di drammatizzare forse anche in maniera eccessivamente invadente (vedi la scelta di sfruttare le code strumentali per i propri mugugni emotivi) le proprie vicende personali e custode del dono non comune di saperle rendere universali. Un frontman in grado di piegare il suono del gruppo alle proprie esigenze espressive grazie a quella confidenzialità ricca di pathos che Adam condivide con pochi altri (Vedder e Stipe su tutti). Salire su un palco e mettersi in mutande, pregando che Dicembre quest’anno finisca un po’ prima.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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BAUHAUS – Burning from the Inside (Beggars Banquet)

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Burning from the Inside fu il disco-rifugio dei miei tredici anni.

Gli anni in cui la tua cameretta si trasforma in una trincea dietro la quale tutto sembra infinitamente più buono.

O immensamente più cattivo.

Comunque, lontano.

Sono gli anni dei poster, degli eroi dalle vite straordinarie, delle riviste ritagliate e intarsiate sui diari, dei primi strazi d’amore, delle prime amicizie sbagliate, del tabacco masticato per bigiare la scuola.

Gli anni in cui sei ancora piromane e non sai che finirai pompiere.

Sono pure gli anni in cui cominci a fiutare che, per qualche oscura congiunzione astrale, il mondo non ti va bene.

Scoprirai presto che è una cosa reciproca.

Per me sono pure gli anni dei Bauhaus e del loro vampirismo elettrico.

Burning from the Inside è il disco che chiude, in diretta, la loro storia.

Ed è un disco che odora di tormenta.

Il resto, tutto quello che era venuto prima, dalla cassa da morto di Bela Lugosi agli inchini glam fatti a Marc Bolan e David Bowie, li avrei scoperti dopo, scorrendo a ritroso la storia di quella che allora mi pareva la band più affascinante del mondo.

E devo ammettere che nei ventisette anni successivi non se ne sarebbero aggiunte molte di più.

Nei Bauhaus tutto era luce fredda e accecante e tenebra profonda, immensa.

Una caverna popolata da topi con le ali e dalle cui fessure penetrano coltelli di luce che ti spaccano gli occhi come lame di ghiaccio.

Come quando, appena la puntina inizia a solcare il disco, il giro di basso di She‘s In Parties doppiato dalla chitarra gelida di Daniel Ash, ti apre uno squarcio sul petto manco fosse una lametta intinta nell’assenzio.

L’assalto si fa ancora più crudo nel pezzo successivo, una marcia epilettica dedicata ad Antonin Artaud, profeta maledetto del Teatro della Crudeltà.

Il suono è vicino a quello dei sabba valpurgici dei Banshees, una liturgia melodrammatica e pagana suonata mentre in cielo cominciano ad avverarsi le prime profezie dell’Apocalisse di Giovanni.

King Volcano è invece un haiku ossianico, un canto votivo per ingraziarsi l’oracolo del Dio del fuoco.

Odori forti di incenso. Piedi nudi e sonagli che picchiettano come in una danza del ventre ballata durante una veglia funebre annebbiata dall’oppio.

Una Carmina Burana araba salmodiata all’ombra del minareto.

Prima di scoprire che il muezzin si è legato una corda al collo.

Peter Murphy buca la session di Who Killed Mr. Moonlight, afflitto dalla polmonite che lo terrà fuori per gran parte del lavoro. Il resto della band fa tutto da sola registrando questa malinconica canzone per piano e voce da Cortina di Ferro.

Slice of Life si muove morbida su quelle terse distese acustiche e vagamente pinkfloydiane che i Bauhaus hanno già cominciato a sviluppare sul disco precedente.

Anche qui c’è un bagliore che esplode accecante e definitivo, come quello del trapasso.

Honeymoon Croon è un glam lunare. Come per Antonin Artaud, riecco apparire gli uomini-lupo. Stavolta con la bava alla bocca.

Kingdom‘s Coming torna all’amore per gli arpeggi acustici di All We Ever Wanted,

Una ballata che ti smorza il sorriso in faccia premendoti il petto con una forza crescente impercettibile ma inesorabile.

Sono lingue di vento che tirano giù le ultime foglie, lasciando solo uno scheletro di legno a campeggiare nel tuo giardino.

La title track è un lungo serpente di cespugli coperto di neve bianchissima.

Benvenuti dentro il labirinto dell’Overlook Hotel.

Hope tiene fede al suo titolo e rompe un po’ l’incantesimo dell’intero lavoro lasciandoci con una canzone che ha un po’ il tenero sapore del commiato e un po’ quello propiziatorio di un Surya Namaskara.

Ma i Bauhaus “bruciavano già dall’interno”. Per quanti tra noi restarono a bocca aperta a vedere esplodere questa Supernova e venire per sempre risucchiati nel loro Buco Nero. Un collasso per tutto simile al nostro.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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