THE GANG – Tribe‘s Union (Gang)

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Il 10 Settembre 1983 un comunicato stampa annuncia l’allontanamento di Mick Jones dai Clash. Solo sedici mesi prima, anche Topper Headon è stato licenziato dalla più grande punk band inglese.

È la fine artistica dei Clash.

La fine di un sogno in cui avevano creduto in tanti, me compreso.

Una volta tanto gli italiani furono però più fortunati degli altri.

Perché nel 1984 a farci sognare ancora un po’ ci pensano i fratelli Sandro e Massimo Severini dalla provincia di Ancona.

Hanno seguito i Clash in ogni loro puntata italiana e ora suonano il loro combat-rock alzando il pugno chiuso e con in testa lo stesso cappello di pelo di procione che Strummer ha sfoggiato al Shea Stadium di New York.

Cosicché puoi davvero credere che il sogno non sia finito, anche tenendo aperti entrambi gli occhi.

Tribe‘s Union riecheggia dall’inizio alla fine di tutto quello che abbiamo appreso dai Clash.

Musicalmente ed ideologicamente.

Reggae, punk, musica latina, dub, accenni western si susseguono senza sosta interrotti solo dalle voci “fuori onda” di Marlon Brando e di Thomas Borge o “appoggiate” su qualche sirena della polizia (le stesse con cui i Clash avevano fatto irruzione nella storia, NdLYS) o sopra le pale degli elicotteri della morte di Apocalypse Now.

Otto canzoni che rappresentano il repertorio autoctono che i Gang in concerto infilano tra qualche cover di Jimmy Cliff, di Sonny Curtis o, ovviamente, dei Clash.

Belle dalla prima all’ultima.

Con i cori anthemici, la batteria che picchia, gli accordi in levare, le due voci che si alternano, trombe, armoniche e tastiere che saltano fuori dalle fondine quando è impossibile farne senza, qualche sparo di fucile, qualche fischio di bomba, qualche sputo al cielo. Tutto come se non ci si fosse ancora svegliati del tutto.

Grazie Gang, anche per questo.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE STAIRS – Right in the Back of Your Mind (Viper)  

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Quando nel ’92 comprai l’unico LP degli Stairs attratto da quel “monaural” strillato dalla cover, non immaginavo ancora che quel disco sarebbe diventato il mio disco inglese del decennio. L’eco della acid summer si era spenta e la sua bara viaggiava ora dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus). Gli Stairs erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. Finiti per caso nella più bella storia mai raccontata, quella del r ‘n r. E subito tirati via, prima che le enciclopedie che contano si accorgessero di loro.

Una selezione di demo in parte usati per Mexican R ‘n’ B, in parte totalmente inediti è l’invitante raccolta tirata su dai tipi della Viper, dediti da anni al recupero delle pepite Liverpooliane di tutte le ere. Dio esiste, e in qualche modo è finito qui dentro.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ERIC BURDON AND THE ANIMALS – Winds of Change (Rev-Ola)

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Uno dei testi sacri della psichedelia inglese. Così viene considerato questo album che segnò la nascita dei “nuovi” Animals, piegati alle dottrine freak dopo aver distillato alcune delle migliori perle di soul bianco. Sono quindi consapevole del fatto che mi attirerò qualche altra antipatia nel dire che Winds of Change è disco di una pochezza disarmante. Eric, smessi i panni di cantante, si limita a fare da cronista dei “venti di cambiamento” che spirano nel rock. Cita nomi (tanti, da Bessie Smith a Dylan passando per Zappa, Duke Ellington, Ray Charles, Ravi Shankar, Chuck Berry, i Beatles e gli Stones), luoghi (San Francisco, soprattutto) e canta di “esperienze”, di sesso e di morte (come nel funereo mantra di The Black Plague, esasperante variazione sulle dissertazioni lugubri della Still I‘m Sad degli Yardbirds) su un tappeto di sitar, campanacci e percussioni che evocano più il Libro Tibetano dei Morti che la Summer of Love. Nessuna vera scossa, nessun fremito, nessuna botta. Un memoriale che puzza di autocommiserazione e sfiora il patetico. Trascurabile.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE QUOTES – The Quotes (My First Sonny Weissmuller)    

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Uno dei migliori bocconi power-pop degli ultimi mesi arriva dall’Olanda e sta sul menù à la carte della My First Sonny. Vengono da Rotterdam e conciliano gentaglia che suona negli Apers, nei Ragin’ Hormones e Das Oath. In pochi si sono ancora accorti di loro, a parte Grunnen Rocks, ma da gente che suona covers “raddrizzate” di Fun Things e Lyres non può non venire qualcosa di buono.

Cosa che puntualmente esce fuori su questo loro debutto che riaccende i fari su quel suono pre-punk acceso e bruciante che altrove i Cute Lepers stanno spingendo. Melodicamente ineccepibile (ascoltate cosa succede dopo i primi due minuti e mezzo di Life‘s Like a Metaphor o la grazia acustica di una Ultrahigh) e a tratti furioso come ai tempi d’oro degli Hives o dei Briefs (The Referee o Shut Me Down su tutte) giù giù fino al pogo demente di Pagans e Zeros.  

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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GRAHAM PARKER AND THE RUMOUR – The Parkerilla (Lemon)  

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Uno dei pochi dischi live davvero imprescindibili nella storia della rock-culture, The Parkerilla resta il manifesto ruggente del periodo d’oro del pub-rock. Una band incendiaria, un’autentica E-Street Band proletaria alle prese con numeri di soul-rock da pelle d’oca come Fool‘s Good, Gypsy Blood, Tear Your Playhouse Down o Don‘t Ask Me Questions al cui confronto gli Stones di Black & Blue o Some Girls erano solo delle pantomime. I Rumour erano, ma lo sarebbero stati ancora per poco, una band MOSTRUOSA e Graham, malgrado non fosse proprio un simpaticone, riusciva a tirare come una mandria di buoi e Parkerilla, nonostante pubblicato più per risolvere il contratto Vertigo che per reale vezzo artistico, ne era la dimostrazione. Questa ristampa, dopo che la furia cieca del punk nella sua travolgente corsa iconoclasta ne aveva cercato di cancellare le tracce, rappresenta il suo riscatto morale. 

                                                                    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE COME ‘N GO – Something‘s Got to Give (Voodoo Rhythm)  

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Ricordate Robert Butler, bassista di Untold Fables e Miracle Workers (e tutte le varie incarnazioni successive) durante l’epopea neo-garage degli anni Ottanta? Bene, è ora al servizio di questo quartetto svizzero (cui si aggiunge qui, oltre a Bob anche Alicja dei Lost Sounds, NdLYS) che da anni agita le chiappe dei rockers d’Oltralpe col suo rock ‘n roll lordo e primitivo. Roba dove Butler sguazza da tempo immemore e che i Come ‘n Go ripropongono con una dedizione autentica e viscerale. Molto meno deragliante e crampsiano che in passato, il suono dei Come ‘n Go è oggi un potente e tossico latrato bluespunk che lambisce i Dirtbombs meno arty andando a riannodarsi alle fustigate di prime movers come Gories e Oblivians. Ne viene fuori un disco strepitoso che strabocca di umori come una vagina in amplesso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FOUR BY ART – The Early Years ’82-’86 (Area Pirata)

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I primi anni e anche gli ultimi: tutta la vicenda discografica dei Four By Art di Milano.

Una delle prime band retro-rock a pestare in Italia e la prima in assoluto (con gli Underground Arrows di Roma, NdLYS) ad esibirsi nel circuito mod inglese, patria del movimento. Autentici prime movers cui la storia DOVEVA prima o poi rendere omaggio. E il giusto tributo arriva oggi, stipato dentro questo CD che ne raccoglie i cocci. 25 pezzi = 25 lacrime di nostalgia per uno dei momenti più vivi della storia del rock italiano. I Four By Art portarono i colori nella cinerea scena dopo-punk che aveva attecchito in Italia e sostituirono con il verde dei parka il grigio degli spolverini new-wave rispondendo con un I‘m Having Fun all’isolazionismo concettuale che dilagava nel “nuovo rock italiano”. Si tornava a muovere le chiappe al suono dell’organo Hammond, del northern-soul, del beat-punk, del garage rock. Qualcuno aveva ucciso il rock ‘n roll e i Four By Art erano lì per vendicarlo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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P.J. HARVEY – Is This Desire? (Island)

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Il desiderio, carnale e spirituale, che divora il corpo di Polly Jean dall’interno trova nuove domande su Is This Desire? dove l’innesto di suoni digitali si sovrappone agli strumenti di Mick Harvey, John Parish, Eric Drew Feldman, Jeremy Hogg, Joe Gore, Terry Edwards, Richard Hunt e del ritrovato Rob Ellis.

Il risultato è un disco increspato e scricchiolante che anticipa di due anni quanto poi verrà applicato dai Radiohead per il fortunato Kid A (si ascolti la sequenza The Garden/Joy), una ansimante galleria di ritratti di donne infelici a dispetto dei nomi che sono stati loro inflitti a beffa di una vita miserevole (Joy, Angelene, Elise, Leah, Catherine). In questo rosario di anime tormentate e di corpi abusati, ci sono uomini che vanno (per sempre, come il Jeff Buckley portato via dal Mississippi raccontato su The River) e vengono (con la patta gonfia di desiderio e le tasche colme di denari, come quelli che bussano alla porta di Angelene o col cuore sanguinante come il Giuda di The Garden).

Rispetto all’immaginario stagnante e claustrofobico di To Bring You My Love, i personaggi ingombranti di Is This Desire? si muovono e percorrono distanze, come a doversi perennemente confrontare, più che con l’ambiente che li ospita e con gli elementi naturali ed artificiali, con le ombre che li imprigionano alla terra.

Condannati alla morte, come tutti.

E all’attesa.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

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NIRVANA – In Utero (Geffen)

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Il potenziometro dei bassi a livello 2.

Quello degli alti sulla tacca del 5.

Sono i suggerimenti di Steve Albini per la resa perfetta di In Utero.

E io lo ascolto così da quasi due decenni.

In Utero.

I Nirvana.

I vent’anni che non torneranno più, come Kurt Cobain.

Il grunge, la flanella, Courtney Love che suona senza mutande, la generazione X, lo zeppelin del rock alternativo che si schianta sullo Space Needle di Seattle e si infiamma, bruciando tutti.

Il bambino che galleggiava nell’acqua di Nevermind è adesso tornato nell’utero, alla ricerca di una innocenza che ha già perduto.

Kurt è quel bambino.

Assediato dal suo pubblico che ama guardargli le tonsille mentre lui urla e si contorce dentro la sua culla.

Schiacciato da un amore pesante come i monoliti trasportati da Obelix.

Il successo, il matrimonio, Frances Bean, i giudici, il tribunale. 

E tutta quella cazzo di gente attorno che chiede le tue canzoni.

Tutto così forte e tutto così in fretta.

E poi quell’altro fardello di Nevermind da scrollarsi di dosso, le pressioni della Geffen che vuole altre canzoni da vendere e ha già organizzato conferenze stampa, sessions fotografiche, apparizioni televisive, interviste, copertine.

Tutta quella maledetta roba che nel suo diario sta rubando il posto alle sue poesie.

In Utero arriva nei negozi l’unotrenovenovetre, cercando di non scontentare nessuno. Kurt ha affidato a Steve Albini il compito di registrare quella solita sfilza di canzoni avvolte dal rumore che la band mette in scena dentro i Pachyderm Studio appena sgombrati da P.J. Harvey e dalla sua band per le registrazioni di Rid of Me.

È il suono di quel disco, oltre a quello di Surfer Rosa dei Pixies, come sempre, a tormentarlo. Ed è per questo che ha deciso di chiamare Albini.

Vuole allontanarsi dal cliché di Nevermind ma non ci riuscirà fino in fondo, nonostante gli sforzi del produttore.

La Geffen giudica il disco inascoltabile. Che nel loro gergo vuol dire invendibile.

E obbliga la band a smussare qualche spigolo con l’aiuto di Scott Litt.

Vogliono un disco che venda. Possono tollerare che Kurt parli del suo dolore, purchè gli metta addosso un abito da vetrina.

Kurt è un fantoccio. Che sa scrivere canzoni bellissime.

Gli chiedono una nuova Smells Like Teen Spirit. E lui scrive Rape Me.

Vogliono una nuova On a Plain e lui la porge loro addomesticata a dovere intitolandola Dumb.

Riscrive Come As You Are intitolandola All Apologies e rispolvera il vecchio tiro grunge di Bleach su Radio Friendly Unit Shifter.

Per il suo dolore vero si riserva pochissimo spazio: quello di Milk It, dell’urlo di Munch seppellito sotto le polveri piriche di Tourette‘s e del panzer metallico di Scentless Apprentice dove la mano di Steve e dei suoi trenta microfoni con cui circonda la batteria di Dave Grohl si sente pesante e decisa.

Ma quando In Utero esce dal ventre che lo ospita, Kurt ha già smesso di ridere da un pezzo.

Ricordate? “Io odio me stesso e voglio morire”.

Sa scrivere canzoni buone per milioni di persone ma non riesce a trarne nessuna gioia, a trovare il suo nirvana. Non si sente più in pace con sé stesso né onesto nei confronti del suo pubblico. Sa che non riuscirà a crescere una figlia se non avrà prima imparato a crescere egli stesso.

Mentre scrive le sue ultime poesie un falegname sta piallando una croce di legno da conficcare in cima al Monte Rainier.

Cobain sale verso il patibolo.

Sotto di lui le radio dello stato di Washington suonano all’unisono Pennyroyal Tea, il suo ultimo singolo. 

 

                                                                            

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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PAVEMENT – Wowee Zowee (Matador)

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Strano, mi dico.

Tutti mi davano per matto quando anni prima proponevo con entusiasmo le canzoni dei Camper Van Beethoven e ora tutti impazziscono per questo disco dei Pavement.

Per carità, i Pavement fanno dei signori dischi, e questo terzo non è da meno degli altri, ugualmente ubriaco e sbilenco, con la voce di Malkmus perennemente stonata e quell’aria oziosa e svaccata da domenica mattina.

E ha dentro delle signore canzoni dai titoli bizzarri come We Dance, Rattled By the Rush, Father to a Sister, At & T, Flux=Rad, Kennel District che diventeranno di certo degli stereotipi per l’indie rock della prossima metà di questi anni Novanta, un po’ come furono quelle dei Sonic Youth per il decennio precedente.  

Con le piastrelle di questo pavimento si costruiranno tante camerette un po’ ovunque, Italia compresa. E il rock alternativo sarà salvo per un altro decennio.

Però il dubbio mi rimane, ed è lecito: perché i Camper Van Beethoven rimangono un affare per pochi e con i Pavement si grida al miracolo?

Che tutti avessero le orecchie tappate? Da cosa? Da chi? Ma, soprattutto, perché?

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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