SOLEDAD BROTHERS – Live at The Gold Dollar 6/00 (Sweet Nothing)

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Aver condiviso sogni e aspirazioni con i “fratellini” Meg e Jack White non credo che faciliterà l’ascesa all’olimpo del successo a Johnny Walker e Ben Smith. Ancora, gloria a loro, troppo ancorati ad un’estetica blues radicale, primitiva, di base. La musica dei Soledad Brothers suona come un prodotto di scarto della cultura rurale americana e prego Dio che nessuno legga questo interpretandolo come una accusa di pressapochismo musicale. Tutt’altro. I Soledad si riallacciano piuttosto a una filosofia cocente di marginalità riabilitata a simbolo di riscatto morale che ha attraversato la storia del rock più selvaggio e genuino. Cos’erano gli Stooges se non lo “scarto” dell’industria di Detroit? Cosa i Velvet se non l’avanzo del sogno americano? E i Devo, e i Pere Ubu, e G.G. Allin? Il loro calpestìo blues è questo, primitivo e zoppo come quello dei loro padri putativi, selvaggiamente chiuso tra la giungla voodoo di Bo Diddley (Stand Up), l’ipnosi elettrica di John Lee Hooker (Goin’ Back to Memphis) e i Rolling Stones suonati dalle beat bands americane dei mid-sixties (Teenage Heart Attack). Appena sette tracce registrate dal vivo e chiuse in una sleeve da bootleg, alla faccia di chi usa il disco dal vivo come celebrazione estrema e definitiva del proprio passaggio su questo pianeta. Niente “Made in Japan”. Pochissimi ubriaconi e qualche battona che bevono e sputano per terra mentre tre giovani bluesmen fanno il loro sporco lavoro su due travi di legno.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MAGGOTS – Monkey Time! (Screaming Apple) / THE MAGGOTS – Nobody Loves the Hulk!/Take It Off (Bootleg Booze)

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Qualche problema di formazione ha allungato i tempi per questo quarto album degli svedesi Maggots ma grazie al cielo eccoci nuovamente faccia a faccia con una delle migliori formazioni garage del nuovo secolo. Monkey Time!, oltre a ribadire il loro amore per i punti escalamativi, porta delle novità. Nuova label e nuovo assetto a quattro sono i più macroscopici. Måns P. Månsson ha deciso di inserire in pianta stabile un organo Farfisa e questo si traduce in un suono più “misurato”, meno rabbioso, più “tradizionalista”. Cosa che il quartetto svedese rende manifesta nei primi secondi del disco quando Ain’t Nothin’ But a Maggot si apre con un attacco alla Chubby Checker, prima di concedersi ad un ritornello vicino allo stile degli ultimi Sick Rose. È il tranello per venire risucchiati in un pozzo di primizie garage-rock cui Mans ci ha abituati dai tempi dei Crimson Shadows. Rispetto al passato, come già detto, si percepisce una adesione maggiore ai canoni estetici del tipico suono neo-garage, limitando le volute “sbavature” a poche occasioni rilegate in chiusura come nella rilettura di Tomato Juice dei Cardinals che anni fa facevano pure i Phantom Surfers o nel suono da primati tanto caro al gruppo che spunta fuori nei sussulti da scimpanzè di King of the Freaks dove il feedback della giungla figlio di Yardbirds e Count Five torna a fare capolino e suggella il disco nel rumore.

Altro atto d’amore per il sixties punk più oscuro è la cover di Nobody Loves the Hulk uscita su etichetta Bootleg Booze. Grandissima copertina, con l’eroe della Marvel in bella vista e vinile, OVVIAMENTE, verde! Dentro, come dicevo, la cover di questo pezzo dei Traits dalla ventunesima Pebbles e la rendition di Take It Off dei Genteels. Tutto molto scolastico, se volete, ma fatto col cuore che pompa dinamite.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DESTROY ALL MONSTERS/DARK CARNIVAL – Hot Box (Lost Patrol)

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Se state scorrendo alacremente queste righe col vostro dito medio mollemente appoggiato sulla rotellina del mouse anziché alzato in cenno di saluto ai politici che stanno lavorando per peggiorarvi la vita, suppongo che non ci siate finiti per caso.

E suppongo pure che molti di voi conoscano quanto noi, se non meglio, la storia di Ron Asheton, dal giorno in cui infilò il jack nel suo ampli nella cantina dei Prime Movers, fino al suo improvviso decesso, proprio lo scorso mese (taciuto da tutti i notiziari che si sono affrettati ad organizzare tavole rotonde e quadrate sulla scomparsa di Mino Reitano, per dire, NdLYS).

Tuttavia, per dovere di cronaca, accenniamo brevemente alla storia di quanto stiamo trattando: siamo nel 1976 e Ron, reduce dalla disfatta dei suoi New Order, torna ad Ann Arbor mentre l’onda punk sta montando eleggendo i suoi Stooges a padri putativi del movimento. Qui Ron ritrova il suo vecchio amico Larry Miller che lo invita a sentire quello che sta combinando con la sua band. Si tratta di esperimenti jazz/rock che molto devono alle divagazioni free-rumoriste di Fun House. Ron rimane subito affascinato da quella voglia di sperimentare che sente latente nella band così come viene investito dal fascino misterioso che avvolge la bellissima Niagara, femme fatale e musa ispiratrice degna di Nico. In breve tempo Ron entra nel gruppo e lo stravolge, portando con se Michael Davis reduce dallo sfascio degli MC5 e portando il suono del gruppo vicino alle tensioni urbane di quegli anni. Il suono dei Destroy All Monsters diventa l’esaltazione del decadentismo metropolitano di fine anni settanta e vive dello scontro tra le personalità di Ron e Niagara. Ufficialmente la storia ha vita discografica brevissima. Tre singoli incisi tra il ’78 e il ’79 dopodichè per Ron è tempo di dare il via all’avventura New Race e per Niagara di dedicarsi nuovamente alla sua passione per la pittura. Ma quando nel ’90 Ron dichiara di voler rimettere in piedi i Destroy All Monsters siamo in tanti a schierarci, ancora una volta, dalla parte del torto. Ron e Niagara tornano effettivamente insieme. Accanto a loro però non ci sono più ne’ Mike Davis ne’ Rob King, vecchio asse ritmico dei DAM, ma addirittura Scott Asheton alla batteria e Cheetah Chrome dei Dead Boys alla seconda chitarra. Si tratta di qualcosa di nuovo, che come tale va battezzato: è la nascita dei Dark Carnival. Il disco esce per la Sympathy for the Record Industry con la produzione di Don Fleming (tra i più ricercati produttori del periodo e leader dei Gumball, NdLYS) mentre tutto il mondo è distratto dalle camicette di flanella di Kurt Cobain e, Cristo, almeno per il trittico d’apertura è quanto di più malsano e spiritualmente vicino al suono tossico degli Stooges pre-Raw Power sia mai stato inciso. Le chitarre di Ron e Cheetah sono un maelstrom, un turbine metallico che in pezzi come Let There Be Dark o Bloody Mary risuonano come fauci metalliche che strisciano sull’asfalto mentre Niagara è una dark lady la cui voce monocorde e perentoria si plasma nel mare denso di quel rovinoso muro sonoro. Cop’s Eyes è puro Stooges-sound, con la ritmica pesante di Scott a evocare i ricordi di TV Eye e il riff pneumatico di Ron che ti entra nelle viscere. Il disco si appiattisce quindi in un suono meno tellurico che forse avrebbe richiesto un po’ di lavorazione in più per prendere fuoco davvero. Pochi se ne accorsero allora, ma The Last Great Ride finì quell’anno in molte playlists di irriducibili dello Stooges-sound.

E veniamo dunque a questo box: 5 CD e 1 DVD che sono di una bellezza pari a quella della Barbie nera Niagara: sul primo CD tutto il repertorio studio dei DAM Mark III (manca Goin’ to Lose, forse per problemi di royalities), da cui svettano come sempre le immagini decadenti di Bored e You’re Gonna Die ma anche il rock ‘n roll rumoroso di Ghost on the Highway suonato con i Demolition Doll Rods. Ancora DAM sul secondo disco, stavolta fotografati dal vivo, lungo il triennio ‘81/’83.

Il terzo e il quinto CD sono invece registrazioni live dei Dark Carnival: la prima catturata la notte di Halloween del ’97 in quel di Coney Island e le altre in quel di non so dove, nel ’95. Il repertorio è quello delle bands di Ron: Stooges, Destroy All Monsters e Dark Carnival, con una eccezione per la ripresa di Little Girl dei Syndicate of Sound, un pezzo eseguito sul palco come omaggio a Stiv Bators che la considerava una delle più belle rock-songs di sempre. E come non dargli ragione? Sul quarto CD c’è la ristampa integrale di Last Great Ride, di cui vi ho già accennato. E, visto che se non possedete la versione originale, è l’unica ristampa a oggi disponibile potrebbe valere la pena comprare l’intero box anche per avere solo quello.

Sul DVD invece la ripresa di un concerto del Febbraio ’91, con Ron già ampiamente sovrappeso a contrastare con le chiappe e le tette di Niagara sempre ben tornite, come quindici anni prima. Misteri del rock ‘n’ roll. Certo gli ammiccamenti di Miss Lynn Rovner su I Wanna Be Your Dog sono ben altra cosa rispetto alle mutilazioni di Iggy Pop così come fa un po’ tenerezza vedere Ron perdere la distorsione della sua chitarra proprio mentre si deve lanciare nell’assolo di quel pezzo. Ma è un documento che val bene la pena di avere tra i propri scaffali dedicati al Detroit-sound storico.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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NOX BOYS – Nox Boys (Get Hip)

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A guardarli in faccia non avrei puntato su di loro.

E infatti il loro disco è scivolato dentro il lettore dopo un mese di polverosa attesa in cima alla colonna hi-fi della mia stanza.

Poi, in un pomeriggio più vuoto di altri, ho deciso di dar loro una chance.

E non me ne sono pentito.

Premesso che ho ascoltato così tanta merda garage da essere diventato una fogna, il disco dei Nox Boys è risultato non solo la più credibile delle recenti produzioni Get Hip (Neighbours, Breakup Society, Bipolaroid le altre) ma un buon concentrato di quel garage che fa rima con teenage. Quello, a dispetto delle facce di cui dicevo in apertura, un po’ maleducato e un po’ approssimato per difetto nella scala del virtuosismo tecnico.

La categoria l’avete afferrata, se nella vostra vita recente vi siete imbattuti in Black Lips o Allah Las.  

Che poi Zack, Zach, Sam e Bob vestano come la Mistery Inc, è un fatto marginale.

Quel che conta è che Nox Boys, il disco, sfoderi delle ottime canzoni e un suono che ha nella fantastica chitarra slide di Bob Powers (il veterano del gruppo) il suo punto focale e nella sapiente e grezza miscelazione sonora di Jim Diamond l’adeguata sovrastruttura timbrica che fa di pezzi come Novelty, Military School, Mrs. Jackson, Smilin’ Dave, Mr. No One, Save Me un bel baccanale di immondizia teen-punk.

                                                               

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro