BOOHOOS – Moonshiner (Electric Eye)

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Ci restarono male un po’ ovunque, soprattutto nei reparti di ostetricia di Bologna e Firenze nelle cui culline termiche la “nuova cosa” italiana era stata accolta, ma anche nelle giungle metropolitane di Milano e Roma dove si riteneva scontato che il malessere urbano facesse da spinterogeno per chissà quale rivoluzione musicale, e pure a Torino, allora fiorente e rigogliosa di spezie retro-rock, ci restarono un po’ fregati: il miglior disco di rock ‘n roll mai partorito in Italia (beh, avanti….uno dei migliori, visto che c’era pure Young Bastards dei Kim Squad in giro in quello stesso periodo…NdLYS) veniva da “fuori zona”: Pesaro.

Un po’ di mesi prima, sempre su Electric Eye era uscito The Sun, the Snake and the Hoo, uno stordente mini-LP tra i primi (a livello mondiale, non solo in patria) a rivalutare il suono degli Stooges mentre dappertutto la febbre garage galoppava. Dentro c’era anche quella cover di Search & Destroy che resta in assoluto la più bella versione del classico di Iggy mai registrata. Moonshiner non abbandonava e non tradiva l’amore per gli Stooges (i tardi-Stooges, per la precisione) ma lo immergeva in una più vasta e molteplice sintassi di rawk ‘n roll impastato nei lustrini del glam. Un rock bastardo e sanguigno che ha nei primi anni Settanta il suo naturale sbocco creativo.

Il disco si apre con una rapido scambio di accordi giocati su una chitarra acustica ma è qualche secondo dopo, non appena Paul Chain accende il suo organo elettrico, che si intuisce davvero che nessuno uscirà vivo da qui: Nancy‘s Throat è un vero baccanale pre-hard che scioglie da subito gli indugi. Le sferzate proseguono con Ghostdriver, ancora giocata sul suono aggressivo delle chitarre e le spruzzate di organo a sporcare tutto come un bukkake di semenza acida. Downtown Train, a seguire, smorza un po’ i toni: è un boogie sincopato ma non privo di suggestioni che ospita, come nel pezzo successivo, Piero Balleggi (in quegli anni impegnato anche con i new-wavers Neon e i rockabillies Jack Daniel‘s Lovers). My H.E.L. chiude la prima parte del disco col suo hard-rock veloce e flashiato e il suo boccale di cori. Realizzi allora che l’orgia è in pieno corso e l’urgenza di voltare il disco ha, negli anni, ridotto la mia copia in vinile a un indecente cumulo di tagli e graffi come quelli di un eroinomane in preda ai deliri suicidi.

La seconda facciata del disco è quella più visionaria, lunare e decadente, figlia dello Ziggy Stardust bowiano e dei colletti di pelliccia di Marc Bolan: si apre con Oh You Mandrax, ballatona glam colma di ospiti (anche Daniele Caputo dei Birdmen of Alkatraz e Moreno Spirogi degli Avvoltoi si prestano al gioco) e di chitarroni scintillanti. Meet Us, a ruota, è uno dei pezzi più vecchi del gruppo: si sentono le loro origini “garage” anche se deformate, alterate da un approccio duro e volgare. È un punk mutante e debosciato, che flirta con l’hard, la psichedelia pesante e il blues. Chitarre che sfrecciano e un cembalo che, come il trapano di un dentista, gioca sui due canali.

Il capolavoro arriva subito dopo. Si intitola The Hoo ed è una serpe blues avvelenata che si sviluppa seguendo un torbido e funereo giro di basso, si riempie di rumori, si interrompe (here it comes…..) per poi esplodere in un ficcante e dionisiaco assolo di chitarra gemente. Un finale in crescendo che cede poi il passo all’intimismo dell’acustica When I Come Home che sa di ceppi che prendono fuoco nel camino e di bottiglie di vino, prima di prendere il volo con un coro che è una pioggia di pailettes. Pura dottrina glam.

Allora diciassettenne completamente travolto dal rock ‘n roll mi dicevo che la festa era solo all’inizio, che se c’era in giro gente che faceva dischi così chissà cosa sarebbe uscito negli anni a venire. Oggi, più di venti anni dopo e col senno di poi posso dire che mi sbagliavo: Moonshiner resta il capolavoro che era e di altre meraviglie, ahimè, se ne sono sentite sempre meno. Solleciterei il mio amico (e allora deus-ex-machina della Electric Eye) Claudio Sorge che dieci anni fa mi rivelò un progetto di ristampe del catalogo più “hard” della defunta Electric Eye ad accelerare i tempi. Magari usando My H.E.L. come propellente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – Da solo (Warner)

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“Da solo”, la locuzione, è presa dal testo di Una giornata perfetta, l’unico momento del disco riservato alla spensieratezza vera, al piacere di vivere le piccole cose come se fossero le cose più importanti del mondo. Una gioia che sa di cose lontane, come le canzoni di Vic Damone, l’acqua di Colonia e il caffè Tubino. Una felicità che basta a se stessa.

Per il resto, Vinicio non è affatto da solo in questo suo settimo album in studio. Per niente. È circondato da musicisti, coreografi, creature circensi e immaginifiche, Santi, soldati, anime dannate, strumenti fantastici e carillon.
Perché quando si muove Capossela, si muove un mondo intero. È lui il vero, unico Fellini della musica moderna. Con un occhio nel passato e le braccia protese verso un futuro fantastico e teatrale, carico di pioggia di coriandoli e aeromobili, alberi della cuccagna e pentoloni di bronzo e popolato da funamboli da circo equestre e da giganti con le lacrime tatuate come degli enormi, tristissimi Pierrot muscolosi e da calzini spaiati.

Da solo è un disco “narrativo”, come ogni album di Vinicio. Un disco carico di parole e di ambientazioni, è una messinscena allegorica delle nostre vite e dei sogni della nostra infanzia. Di amore (Parla piano) e di guerra (Lettere di soldati, capace di trasmettere il gelo della trincea fin dentro i nostri polmoni), di solitudine (Il paradiso dei calzini, Orfani ora) e di fede (Sante Nicola, Non c’è disaccordo nel cielo), trasportandoci dall’universo polveroso di John Fante di cui è intriso Vetri appannati d’America a quello di Lee Masters (La faccia della terra). È un disco che ti chiede del tempo per poterti ambientare, non abbonda di salotti e lampade colorate ma di trespoli sghembi e lumi arrugginiti.

Chiede l’umiltà della dedizione che non è altro che l’amore puro.

Chiede il dono gratuito del proprio tempo e del proprio cuore senza nessuna pretesa di restituzione o contraccambio, senza nessun’altra esigenza che non sia accogliere il frutto rubicondo di quella donazione, di quell’apertura totale. Ed è allora che Da solo si schiude in tutto il suo struggimento, che apre i sipari al proprio melodramma.

Il caldo delle vecchie milonghe e delle vecchie rumbe caposseliane è del tutto evaporato lasciando questo freddo appena appena attenuato dal tepore dei ricordi.

Permane l’amore per le arie di inizio secolo che già furono di Canzoni a manovella e certa iconografia ecumenica celebrata su Ovunque proteggi. Ma qui tutto pare meno universale e meno fatale, tutto pare risolversi in una dimensione intima, a celebrazione e a difesa delle proprie memorie.

Un disco dove accanto a strumenti enormi (il Mighty Wurlitzer di Cameron Carpenter che sovrasta Il gigante e il mago, l’orchestra mariachi dei Calexico su La faccia della terra) convivono quelli che Vinicio stesso chiama strumenti “inconsistenti” come il toy piano di Pascal Comelade che caratterizza Il paradiso dei calzini, il battito cardiaco che conferisce a Lettere di soldati quella caducità tutta ungarettiana che la rende così fragile, il cristallarmonio di Gianfranco Grisi sulla conclusiva Non c’è disaccordo nel cielo.

Intimo eppure, come sempre, paradossalmente universale, Da solo conferma Capossela come l’unico vero scenografo della canzone italiana.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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RAMONES – Brain Drain / Mondo Bizarro / Acid Eaters / ¡Adios Amigos! (Captain Oi!)

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Comincia dalla fine la benemerita label inglese dedita al recupero e di materiale storico di stampo punk/oi!/ska/mod, per dare il via all’annunciato percorso di riedizione del catalogo della band dei fratellini Ramones. Da quando Joey, Dee Dee e Johnny non ci sono più siamo tutti più soli e i bollettini medici di Marky non ci lasciano spazio per i sorrisi. Questo tanto per chiudere con una frase retorica e banale una piccola parentesi dedicata alla nostalgia. Siamo certi i fratellini non gradirebbero un eccesso di vertigine emozionale, meglio piuttosto sucarsi questi liofilizzati di cultura teen che, col passare degli anni, era precipitata dalla serie B alla serie Z. Films horror e cartoons avevano finito per risucchiare i 4 monellini di New York.

I Ramones degli ultimi anni di carriera erano ancora più fumettistici di quanto lo fossero nei primi anni di carriera, quando posavano addossati alle mira scalcinate dei loro vicoli newyorkesi. Ma andiamo con ordine: Brain Drain è il disco del 1989, quello del successo di Pat Sematery commissionata al gruppo da Stephen King in persona e della chiusura del contratto con la Sire che li aveva tenuti in “ostaggio” dalla nascita e dalla prima uscita del 1976. Brain Drain segna anche il ritorno di Marky dietro i tamburi e l’addio di Dee Dee che mollerà la band da lì a poco pur continuando a flirtare col gruppo fino alla fine.

Musicalmente lo reputo uno dei dischi più deboli della discografia Ramonesiana assieme a Pleasant Dreams e Subterranean Jungle. Allontanandosi da certi eccessi degli album che lo avevano preceduto al giro di boa degli ’80 e che avevano spostato il mirino del gruppo verso lidi hardcore e hard-rock la band di Joey ma nel tentativo di non ricadere nel clichè-Ramones dei dischi “classici”, il gruppo si circonda di compagnie eccellenti (dal Dictators Andy Shernoff a Richie Stotts dei Plasmatics passando per Bill Laswell e Daniel Rey) ma il disco risulta dipersivo, poco dinamico, incerto, trascurabile. La rinascita è segnata dalla uscita di Mondo Bizarro, tre anni dopo. Il contributo di Marky e del dimissionario Dee Dee è fondamentale in fase di scrittura, con pezzi del calibro di The Job that Ate My Brain, Poison Heart (che sarà anche l’ultimo singolo per la band), Anxiety (Marky continuerà a suonarla con gli Intruders, ma la voce di Skinny Bones non era quella eternamente infantile di Joey e il giocattolo non era più dunque la stessa cosa, NdLYS), Main Man da annoverare tra i classici del gruppo. Dello stesso periodo è la version di Spider Man che è stata qui acclusa come bonus (in origine uscita sulla versione americana di Adios Amigos!) ma ciò che costituirà la chiave di volta per la nuova avventura dei Ramones sarà un’altra cover: Take It as It Comes dei Doors suggestionerà a tal punto il loro nuovo manager Gary Kurfirst da convincerlo ad invogliare il gruppo a farne un singolo attorniato da altre piccole “nuggets” del periodo d’oro del rock riviste secondo l’ottica pop-punk tipica dei Ramones.

Mesi di ascolti e di divertite sessions a base di covers dei perduti anni sessanta daranno come risultato non più un extended play ma un intero disco di covers. Acid Eaters è il titolo scelto per il disco del 1993: 12 brani (13 in questa ristampa che aggiunge la bonus dell’edizione giapponese ovvero Surfin’ Safari dei Beach Boys, NdLYS) pescati nella rete dell’età d’oro del rock. Amboy Dukes, Who, Stones, Max Frost and the Troopers, Jefferson Airplane, Animals, Love, Dylan, Seeds, Creedence, Troggs, Beach Boys e Tom Waits (ma la cover di I Don‘t Wanna Grow Up finirà sul disco successivo) sono i “prescelti” per questa messe di pepite (quasi) incontaminate. Il tiro dei Ramones funziona soprattutto su pezzi come The Shape of Things to Come, Out of Time e (ovvio!!!) Surf City ma l’intero disco ha per i Ramones (e per chi l’ascolta) un effetto rigenerante. Il gruppo è ancora circondato da amici eccellenti (stavolta ecco comparire Sebastian Bach degli Skid Row, la majalissima Traci Lords e addirittura Pete Townshend) e da una fiducia di pubblico, critica e contrattuale crescente.

Gli effetti benefici della sbornia sixties si manifesteranno due anni dopo con l’uscita di ¡Adios Amigos!, il disco che segna, sin dal titolo, l’addio del gruppo alle scene. Introdotto da una copertina orribile (due dinosauri con i sombreri, terrrrribile!!!) e dallo “scarto” lasciato dai mangiatori d’acido di cui vi ho già detto, ¡Adios Amigos! è il commiato degno di una band di primordine come i Ramones. È un disco dove viene fuori tutta la classe del gruppo e che è marchiato, oltre che da un songwriting praticamente insuperabile, dalla figura “rampante” di CJ che si impone come vocalist in cinque delle quattordici tracce (anche qui c’è una bonus track, ovvero R.A.M.O.N.E.S. dei Motörhead cantata appunto da CJ in maniera eccelsa) e come autore anche se i veri classici sono quelli firmati da Dee Dee (The Crusher e Cretin Family su tutte).

Era il 4 Luglio del 1995. Tredici mesi dopo, a conclusione del loro ultimo trionfale tour, i Ramones non esistevano più. A Joey veniva diagnosticato un tumore che lo avrebbe portato via nella Pasqua di sei anni dopo. Giusto in tempo per portare con se il ricordo di una New York ancora tagliata verticalmente dalle Twin Towers. Restavano solo dei cloni. Irritanti, il più delle volte. Irrilevanti, in ogni caso. Addio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

IL PAN DEL DIAVOLO – Sono all’osso (La Tempesta Dischi)

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Se ne parla ovunque.

Sparando spesso minchiate a iosa, anche sulla provenienza del duo che sta rinvigorendo il rock italiano tornando all’essenzialità, anche strumentale.

Due chitarre folk e una grancassa, come dei buskers da metropolitane affollate.

Fermi davanti ai cessi pubblici, a cantare le proprie piccole storie, che diventano affari di tutti.

Perché tutti abbiamo in petto “una bomba nel cuore che tra poco esplode”. BOOM!

I riferimenti sono ovviamente in ogni luogo dove una chitarra acustica a tracolla abbia fatto paura: Woody Guthrie, l’Ivan Graziani di Pigro che echeggia un po’ dappertutto, Leadbelly, Bennato, il Beck sghembo di Mellow Gold e One Foot in the Grave, Gene Vincent, i Proclaimers, Rino Gaetano, Johnny Cash, le Violent Femmes, l’Acustica Tribù, Billy Bragg, il Bugo westernato o i primi Zen Circus.

Canzoni folk figlie dell’età del precariato a tempo indeterminato.

Canzoni da tempo libero, l’unico che ci resta.

E del disinganno, l’unica forma di fedeltà delusa con cui abbiamo imparato a convivere.

Sono all’osso è il figlio perfetto di quest’epoca dell’economia cascante, sin dal nome che si è scelto.

Ha una grinta da cose sottratte.

Come quando ti rubano l’auto parcheggiata sotto casa e resti come un minchione a rigirarti le chiavi tra le mani e la rabbia di sentirti depredato ti fa salire la bile con piccoli conati di vomito.

Le dodici tracce di Sono all’osso sono ceppi di legna che bruciano in un camino di una casa in affitto.

I cari uomini-mostro della società elettrica vi hanno lasciato senza energia perché loro hanno cura dell’ambiente ma nessuna cura di voi, se non avete soldi in tasca.

Al buio.

E col telefono sotto controllo (Il centauro). 

Eppure gli strumenti del Pan del Diavolo funzionano ancora.

Funzionano ovunque.

Funzionano sempre.

È questo il vero senso punk che cola da questo disco.

È un bivacco vagabondo che basta a se stesso.

Totalmente indipendente.    

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SIMPLE MINDS – New Gold Dream (81-82-83-84) (Virgin)

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Il glory hole dell’elettro-pop.

Il disco che synth-etizza tutto il concetto estetico della new-wave inglese e lo inchioda alle pareti della storia del pop moderno.

New Gold Dream è disco ineffabile, destinato a diventare simbolo di un’intera epoca estetica e musicale. Vuoi gli “anni Ottanta”? Ecco, è qui che devi andare a cercare.

In quest’elettronica che esce dalla pelle e diventa uno schizzo di sperma sintetico, in questo basso megalomane e soverchiante che crede di essere il più alto del mondo, in queste chitarre che si lasciano sedurre dalle tastiere, in questo beat ingombrante, in questa voce che ha la capacità di prendere per i capelli l’estetismo schivo, decadente e dandy della stagione new-romantic ed esibirlo davanti ad un banco di squali, col suo rivolo di sangue dorato che si confonde coi flutti del mare post-punk inglese. Un richiamo asessuato che è in grado di risvegliare gli appetiti sessuali di maschi, femmine e froci, compresi quelli della barracuda Chrissie Hynde.

Questo disco di plastica pieno di musica di plastica, rinnegato e seppellito nella nostra memoria quando ci dissero che gli anni Ottanta puzzavano di schifezza, quando ci convinsero che le chitarre dovevano riconquistare il mondo, che i capelli dovevano tornare ad essere lunghi e sporchi, che i jeans dovevano essere sdruciti, questo disco ha rovinato il mondo eppure in qualche modo lo ha pure salvato, preservando nella sua teca di plexiglass l’odore di una stagione dove l’uomo e le macchine lavoravano in simbiosi per creare un universo parallelo, un rifugio atomico dove leccare le squame e le piaghe della guerra atomica che tutti aspettavamo e che non è più arrivata, lasciando marcire le nostre scorte di formaggio pecorino e di pomodori pelati a lunga scadenza.

New Gold Dream è il sogno dorato e fantastico del pop degli anni Ottanta, il sospiro plastificato di una Scozia senza più cornamuse da suonare, di una generazione autoesclusasi dalla politica, rifugiata in un enorme vuoto d’aria e d’amore, costretta a muoversi su enormi pavimenti illuminati per poter ingannare il destino e illudersi di essere se non immortale, almeno invulnerabile.

O semplicemente impermeabile, come quegli spolverini che la accoglievano per riconsegnarla al buio della notte.  

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro