VINICIO CAPOSSELA – Da solo (Warner)

“Da solo”, la locuzione, è presa dal testo di Una giornata perfetta, l’unico momento del disco riservato alla spensieratezza vera, al piacere di vivere le piccole cose come se fossero le cose più importanti del mondo. Una gioia che sa di cose lontane, come le canzoni di Vic Damone, l’acqua di Colonia e il caffè Tubino. Una felicità che basta a se stessa.

Per il resto, Vinicio non è affatto da solo in questo suo settimo album in studio. Per niente. È circondato da musicisti, coreografi, creature circensi e immaginifiche, Santi, soldati, anime dannate, strumenti fantastici e carillon.
Perché quando si muove Capossela, si muove un mondo intero. È lui il vero, unico Fellini della musica moderna. Con un occhio nel passato e le braccia protese verso un futuro fantastico e teatrale, carico di pioggia di coriandoli e aeromobili, alberi della cuccagna e pentoloni di bronzo e popolato da funamboli da circo equestre e da giganti con le lacrime tatuate come degli enormi, tristissimi Pierrot muscolosi e da calzini spaiati.

Da solo è un disco “narrativo”, come ogni album di Vinicio. Un disco carico di parole e di ambientazioni, è una messinscena allegorica delle nostre vite e dei sogni della nostra infanzia. Di amore (Parla piano) e di guerra (Lettere di soldati, capace di trasmettere il gelo della trincea fin dentro i nostri polmoni), di solitudine (Il paradiso dei calzini, Orfani ora) e di fede (Sante Nicola, Non c’è disaccordo nel cielo), trasportandoci dall’universo polveroso di John Fante di cui è intriso Vetri appannati d’America a quello di Lee Masters (La faccia della terra). E’ un disco che ti chiede del tempo per poterti ambientare, non abbonda di salotti e lampade colorate ma di trespoli sghembi e lumi arrugginiti.

Chiede l’umiltà della dedizione che non è altro che l’amore puro.

Chiede il dono gratuito del proprio tempo e del proprio cuore senza nessuna pretesa di restituzione o contraccambio, senza nessun’altra esigenza che non sia accogliere il frutto rubicondo di quella donazione, di quell’apertura totale. Ed è allora che Da solo si schiude in tutto il suo struggimento, che apre i sipari al proprio melodramma.

Il caldo delle vecchie milonghe e delle vecchie rumbe caposseliane è del tutto evaporato lasciando questo freddo appena appena attenuato dal tepore dei ricordi.

Permane l’amore per le arie di inizio secolo che già furono di Canzoni a manovella e certa iconografia ecumenica celebrata su Ovunque proteggi. Ma qui tutto pare meno universale e meno fatale, tutto pare risolversi in una dimensione intima, a celebrazione e a difesa delle proprie memorie.

Un disco dove accanto a strumenti enormi (il Mighty Wurlitzer di Cameron Carpenter che sovrasta Il gigante e il mago, l’orchestra mariachi dei Calexico su La faccia della terra) convivono quelli che Vinicio stesso chiama strumenti “inconsistenti” come il toy piano di Pascal Comelade che caratterizza Il paradiso dei calzini, il battito cardiaco che conferisce a Lettere di soldati quella caducità tutta ungarettiana che la rende così fragile, il cristallarmonio di Gianfranco Grisi sulla conclusiva Non c’è disaccordo nel cielo.

Intimo eppure, come sempre, paradossalmente universale, Da solo conferma Capossela come l’unico vero scenografo della canzone italiana.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DA SOLO cover_digipack

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