THE SICK ROSE – Faces (Electric Eye)

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Assurdo essere imparziali davanti un disco così: Faces fu e resta l’album di sixties-punk italiano DEFINITIVO.

L’anello di vinile che fece togliere tanto di cappello a tutta la scena neo-60’s mondiale e che ci garantì il rispetto di cui ancora oggi godiamo, campando di rendita fino alla fine dei giorni.  

Un autentico mostro paleolitico inghiottito dalle sabbie texane nel ’66 e disseppellito venti anni dopo all’ombra della Mole.

Dire Sick Rose negli anni Ottanta, voleva dire parlare della cosa più orgogliosamente “americana” che ci potesse essere sul nostro stivale, una sorta di feticcio di cui andare fieri e che tutto il mondo, anche quello che si prostrava ai piedi di Unclaimed, Fuzztones o Chesterfield Kings, ci invidiava.

Le loro canzoni tagliavano davvero, con quel fuzz prepotente che ti friggeva le casse, l’organo che ti lacerava i timpani e la voce acida di Luca Re.

Era Torino ed erano i primi anni del decennio ma era bello credere che fosse il Texas di venti anni prima.

Un suono crepitante del fuzz esacerbato di Diego Mese ma anche di dolci accenni di folk lisergico, sporcato dai fiotti di sperma doorsiano di Rinaldo Doro (il giro optical di The Big Sound Goes Down, dal primissimo singolo, fa ancora girare la testa, così come succede qui per Can You Find Me a Place, NdLYS) e dominato dalla voce stridula e malata di Luca Re e da cui la band prenderà via via le distanze ma che resta l’altare pagano su cui si sono immolati i sogni di ogni caveman.

Faces fu il disco che mi salvò la vita.

E lo fece per davvero.

Ma questo non posso raccontarvelo, che è faccenda privata.

Quello che conta di più è che ancora oggi il loro nome infonde timore e rispetto e Faces, ogni volta che lo metti sul piatto (perché è lì che va ascoltato) ti fa ripiombare in quegli anni in cui, dopo secoli di grigio e nero, il rock tornava a colorarsi di tinte paisley. Ogni canzone, una smorfia di piacere.  

Se siete tra i fessi che ancora non hanno capito cosa sia il 60s-punk credo sia giunto il momento di espiare le vostre colpe.  

Qualcuno vi ama, nonostante tutto.

Qui nasce e in qualche modo muore il garage punk italiano.

DEVASTANTE.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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I BARBIERI / I FENOMENI – Battle of the Bands (Area Pirata) / CAPT CRUNCH AND THE BUNCH – Capt Crunch and The Bunch (Area Pirata) / TONY BORLOTTI E I SUOI FLAUERS – Aperitivo da Tony (Discos Jaguar) / THE THANES – She’s Coming Back to Me (State) / THE ROUTES – Better Off (Groovie)

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Di tanto in tanto spezzo le gambe alla pigrizia del comodo (e sempre più spesso noioso) diletto dell’ascolto degli album mettendo in queue una fila di 45giri, allenando i miei pingui addominali issandomi dal molle divano per andare a sollevare la puntina ogni tre/quattro minuti. Un’attività che ha un fascino demodé cui spesso si associa un buon godimento auricolare.

I prescelti stavolta sono quelli che leggete in cima all’articolo, un po’ di roba accolta implorante sull’uscio di casa.  

Si comincia con la singolar tenzone in salsa bitt tra I Barbieri di Siena e I Fenomeni di Genova, alle prese con due cover cadauno. Se la band senese conferma il suo stile ormai classico cimentandosi con She Told Me Lies dei Chesterfield Kings e The Hustler dei Sonics, la rivelazione (per me, visto che hanno già inciso due album che non sono transitati ne’ dalla mia porta di casa ne’ dal mio giradischi, NdLYS) sono I Fenomeni. Le loro reboanti rendition di Action Woman e Dirty Water sono incredibilmente fedeli, nel suono e nello spirito, alle originali di Electras e Standells.

Al debutto vero sono invece, pur non essendo animali di primo pelo, Capt Crunch and The Bunch. Tra le loro fila si cela, infatti, gentaglia dei Fase Quattro e dei Bugz. Due pezzoni, uno in inglese e uno in madrelingua, che indugiano su riffoni memori di Bob Seger, Grand Funk e Dr. Feelgood. Due begli scossoni che mi hanno ricordato che sulle casse dello stereo è meglio non poggiare il bicchiere col Jack Daniel‘s.

Ritorno rapidamente al beat con il nuovo frizzante lavoro dei Flauers. Sempre in piccolo formato, ma con dentro quattro brani. Due spolverate sul repertorio di Pino Donaggio e dei Fuggiaschi e un paio di pezzi autoctoni che mostrano la consueta faccia briosa del beat che da sempre contraddistingue il repertorio del gruppo salernitano.

Mancavano da un po’ nel mio reparto nuovi arrivi i Thanes. Il secondo dei singoli pubblicati nel 2013 dagli eroi del garage scozzese è infilato dentro un’anonima copertina di cartoncino dalla State Records ma nonostante questo il loro stile ormai sedimentato nelle nostre ossa viene fuori in tutta la sua classe e se il lavoro sulla cover dei Poets è, come sempre, pregevole, a colpire è soprattutto la She‘s Coming Back to Me scritta da Angus McPake crepitante di scintille fuzz e scintillii jingle jangle.

Tornano ad abbaiare i Routes, dopo l’ottima parentesi strumentale di Instrumentals dell’anno precedente. Come sempre, loro sono una spanna sopra il resto.

Il fatto che la formazione sia cambiata per due terzi dimostra che i Routes sono fondamentalmente una sigla per l’estro dirompente di Christopher Jack. 

Quattro canzonacce beat che sono un sunto del Back from the Grave-pensiero, l’ennesima perla firmata Routes da non lasciarsi scappare di mano.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro    

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DINOSAUR JR. – Dinosaur / You’re Living All Over Me / Bug (Sweet Nothing)

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Non bisogna scavare nemmeno troppo in fondo per stimare l’impatto di J Mascis sull’alternative-rock Americano dei tardi anni ’80.

I Dinosaur Jr. furono, una volta messo a fuoco il loro stile, un vero uragano, una autentica bufera di elettricità feroce. Background hardcore, come del resto la quasi totalità delle bands coeve (Minutemen, Replacements, Meat Puppets, Hüsker Dü…) e la smania di plasmare quella nevrosi in forme nuove, inedite, guardando indietro verso la tradizione e cercando di forzarla in avanti. Nel caso dei Dinosaur fu soprattutto Neil Young a essere preso di mira, depredato di quelle sue ballate sonnolenti per essere centrifugato in un maelstrom di distorsioni al limite del parossismo.

Le ristampe della Sweet Nothing riguardano i primi tre albi del gruppo del Massachusetts, con un accurato repackaging e l’aggiunta di tracce video: l’esordio, per l’occasione ribattezzato con il moniker definitivo della band dopo essere stato pubblicato allora come Dinosaur, è in realtà ancora “altro” rispetto a quello che sarà lo standard del gruppo. Serve piuttosto come manifesto di rinnovamento dopo le sfuriate hardcore dei Deep Wound, con un suono ancora ingenuo, vulnerabile, poroso. Il riferimento più prossimo sono i R.E.M. (Forget the Swan) e i Meat Puppets (Cats in a Bowl, Does It Flow), mentre le tracce di quello che verrà dopo sono rivelate da Repulsion e Severed Lips. In mezzo, il capolavoro del disco, ovvero quella Gargoyle da molti ormai dimenticata.

I volumi si fanno insostenibili sul disco successivo, che archetipizza il suono dei Dinosaur sin dall’apertura: Little Fury Things è puro Mascis-style: voce intorpidita e stonata, tappeto di distorsione aperta, assolo sbavoso e dissonante. Feedback e wah wah fanno il vuoto attorno a loro, impadronendosi dello scenario in maniera totale, appena solcati dalla voce lamentosa di Mascis. L’approdo alla SST non poteva essere migliore, esplodendo in tutta la sua forza deflagrante e ponendo, in chiusura, le basi per la nascita del movimento lo-fi: Poledo scritta da Lou Barlow è il prototipo dello slacker-pensiero, in questa ristampa schiacciata dal colosso di Just Like Heaven aggiunta come bonus anche in versione clip. Uguale ai Cure da far paura allo stesso Mascis che volutamente cercherà di abbrutire il pezzo in qualche passaggio.

Bug consacra il gruppo come icona del nuovo rock, prima di venir soffocato dallo straripamento del fiume grunge. Registrato all’allora mitico Fort Apache, regala alla storia dell’indie-rock almeno 4-5 capolavori: Freak Scene, No Bones, They Always Come, Yeah We Know, Budge sono autentiche ferite aperte sul cadavere del cantautorato americano (ascoltate i fendenti che lacerano il tessuto di No Bones o la galoppata wah wah di Yeah We Know, NdLYS), è pelle scorticata, dolore lancinante subito addolcito dalla ugola rattrappita di J Mascis. Oggi come allora, è come ficcare le dita in un cavo elettrico.

                                                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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THE FUZZTONES – Lysergic Emanations (Pink Dust)

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I Fuzztones nel 1984 sono la più grande garage-band in azione.

Un’abrasione sul culetto liscio dei frocetti che in quegli anni si inzuppano lo slippino con le merdate di Heaven 17, Thompson Twins, Level 42, Go West e ABC. Garage-punk, cultura trash (zombie-movies, fumetti, supervixen e quant’ altro), ghiandole surrenali che secernono testosterone, estrogeni, adrenalina,

gonadi che lavorano a ritmo esasperato, producendo tutto quello che vi permette di stare a letto con la tivù spenta e con poche coperte.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo sa di cosa sto parlando: una macchina di sesso e rock ‘n roll, che scende dal palco a fatica, dopo prolungati e ripetuti orgasmi sul ventre del rock ‘n roll che Rudi Protrudi si è portato a letto per le sue polluzioni giovanili: Seeds, Sonics, Love, Link Wray, We The People, Cramps, Stooges, Haunted, Count Five, Music Machine e quelle centinaia di minuscole bands di cui tutti nel giro di qualche mese ci troveremo a parlare e che allora conoscono in pochissimi: Bees, Bold, Human Expression, Tropics, Chob, Outcasts, Gonn, Calico Wall…..

Lasciate perdere Wikipedia, non vi aiuterà.

Deb O’Nair è una delle ragazze che segue Rudi con costanza e libidinoso interesse, sin dai tempi dei Tina Peel, dei Dognappers e dei Possum Boys.

Rudi se la porta prima a letto, poi nella primissima line-up dei Fuzztones.

Michael Jay ed Elan Portnoy sono reclutati tra le fila dei Monitors, una band strumentale che gira per i locali di New York. Sono loro a convincere Rudi a riformare i Fuzztones dopo il fugace primo tentativo conclusosi nel 1982.

La gente sputava a terra e qualche volta anche sul palco, se suonavi i Sonics nel 1982. E questo è bene ricordarselo.

Ira Elliot viene invece preso “di peso” tra le fila dei Drive-Ins, una band rockabilly tra le cui fila lo stesso Rudi ha suonato per qualche gig in veste di bassista. 

Nascono così, i Fuzztones “storici”.

Fanno tre dischi dal vivo e uno in studio. Se avete inseguito un qualche cazzo di sogno rock ‘n roll nella vostra vita c’ avete sbattuto il muso di sicuro.

Io glielo sbattei quando avevo quindici anni e mi fanno ancora male le gengive ogni volta che lo risento.

Il disco si apre con 1-2-5: brevissimo e incisivo attacco della batteria in 4/4 e armonica che gli si attacca subito alle ossa, bucando le casse, poi si va avanti così, tra ficcanti fraseggi di chitarra fuzz e di armonica.

Io che allora ero ignorantello in materia pensavo fosse un pezzo loro.

I grandi esperti dell’epoca invece mi fecero sapere trattarsi di un pezzo degli Haunted. Scoprì poi che molti degli esperti erano tali solo perché lavoravano dentro grandi negozi di dischi. Avessero lavorato in un salumificio avrebbero saputo tutto sui salamini Negroni.

Io invece dei salumi Negroni conoscevo solo la musica dello spot.

Del garage punk avrei imparato tutto negli anni successivi, senza lavorare nei negozi di dischi ma scavando con la pala. Scoprendo tra l’altro che gli Haunted facevano pure una bella cover in francese di Purple Haze e che avevano inciso questo pezzo con un testo leggermente diverso rispetto a quello dei Fuzztones.

E anche rispetto al loro, a dirla tutta: lo avevano dovuto spurgare per non incappare nelle maglie della censura.

Jurgen Peter concederà il testo originale ai Teeny Boppers, 43 anni dopo.

Ma questa è una storia che non vi riguarda.

A ruota seguono altre due covers. Anche queste rese con una forza impressionante.

Perché i Fuzztones non sono i Chesterfield Kings. A loro non interessa suonare COME una garage band del ’66, a loro serve APPROPRIARSI di quell’ energia, e sboccarla sul pubblico.

Il primo pezzo originale è Ward 81, in assoluto il primo brano dei Fuzztones ad essere documentato su disco. Esce infatti nel 1983 su The Rebel Kind, la compilation su cui debuttano al fianco di Unclaimed, Slickee Boys, Nomads, Miracle Workers, Plasticland e qualche altro bel nome dell’epoca.

È un pezzo sottilmente influenzato dalle fughe chitarristiche dei Television che parla di case di cura, accompagnato da un video eccezionale che i Ramones avrebbero più tardi saccheggiato per Psychotherapy.

A chiudere la prima facciata altre due covers: Strychnine è il primo dei due omaggi ai Sonics (e il primo dei due pezzi aggiunti alla versione originale dell’ album che di questa e di As Time‘s Gone era orfana, NdLYS). Introdotta dall’ organo Vox di Deb, è un assalto al rock ‘n roll lercio dei ragazzacci di Tacoma.

Radar Eyes è uno spiritato pezzo dei Godz, una delle più misconosciute bands di rock eccentrico degli anni Sessanta, provenienti proprio da New York.

Una martellante litania psichedelica, marziana e psichiatricamente instabile.

Sono di nuovo i Sonics ad accoglierci, sulla seconda facciata: è una versione devastante di Cinderella con l’armonica di Rudi spinta in un assolo micidiale.

Il secondo originale del gruppo ha ancora un numero nel titolo: si chiama Highway 69, un pezzo dilatato e morbidamente psichedelico che nasce col titolo di Fabian Lips e un ingenuo pigiamino di fiati, ai tempi dei Tina Peel.

Il pezzo successivo è una cover a metà. O un originale a metà, se preferite.

Rudi lo ruba ad una minuscola band della Pennsylvania che ha conosciuto ai tempi dei Tina Peel.

Si sono battezzati Punk Rock Janitors su suggerimento dello stesso Protrudi e hanno scritto una manciata di pezzi. Just Once è uno di questi. I Fuzztones se ne appropriano e ne fanno la loro versione. Onirica, avvolgente.

Si apre come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. E prosegue come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. Ma io adoro quel pezzo e non posso non amare Just Once, comprese le nacchere che ogni tanto arrivano a spezzare l’aria.

She‘s Wicked è l’ ultimo dei pezzi scritti dai Fuzztones, l’unico scritto proprio per l’album, avvolto in quest’aria macabra da horror-movie di serie-Z evocata dalla copertina disegnata dallo stesso Protrudi.

Un classico tra i classici, per il garage rock degli anni Ottanta.

A chiudere, altre due covers sconosciute: As Time‘s Gone è un pezzo dei Tropics, la band della Florida che spaccò il culo a più di 1000 bands durante l’International Battle of the Bands di Chicago nel 1966, Tommy James and The Shondells compresi. A me la versione dei ‘tones piace più dell’originale. Credo che basti.

A chiudere una pepita delle Pebbles, un malatissimo pezzo dei Calico Wall che i Fuzztones rendono esasperandone il tono raccapricciante e condendolo con un pianto di donna che penetra dentro le viscere mettendo a disagio l’ascoltatore.

Lysergic Emanations resta l’insuperato e bruciante testamento del Sixties-punk.

Per gli anni Ottanta, per gli anni Novanta, per gli anni Zero, per il decennio che ci siamo lasciati alle spalle e per tutti gli altri che verranno.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 


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NIRVANA – Nevermind (Geffen)

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50% istinto, 50% calcolo.

Kurt Cobain ci mette il primo. Butch Vig il secondo.

È così che nasce Nevermind, il transatlantico che porta l’indie rock nell’oceano dei piranhas. Un cargo da cui traboccano canzoni, così tante che alcune cadono in acqua: Dive, Immodium, Here She Comes Now, Sappy, Old Age. Even in His Youth, Moist Vagina, Aero Zeppelin, Gallons of Rubbing Alcohol Flow Through The Strip, Marigold, Verse Chorus Verse, Endless, Nameless verranno recuperate da qualche scialuppa di salvataggio perché non meritano di annegare.

Tutto il resto rimane sul ponte, a fare questa traversata che porterà il rock di Seattle nei porti affollati di tutto il mondo.

“Il resto” sono dodici canzoni. Le dodici canzoni più belle del mondo.

Se hai vent’anni possono diventare le canzoni della tua vita.

E infatti lo diventano per tanti.

E così mentre qualche rivista bacchettona impegna le migliori firme per scrivere colonne e recensioni boxate per quel monumento ai caduti che è Use Your Illusion dei Guns n’ Roses dedicando solo un paio di cartelle al “secondo disco dei Nirvana”, Kurt, Chris e Dave demoliscono il rock indipendente e ne fanno un affare colossale, sdoganando il rock underground alle masse.

È da lì che Kurt viene. Ed è lì che il suo cuore rimane, per sempre:

Meat Puppets, Vaselines, Pixies, Scratch Acid, Butthole Surfers, Young Marble Giants, Shonen Knife, Sonic Youth, Melvins, Beat Happening, Wipers, Saccharine Trust, Marine Girls, Half Japanese, Raincoats. Prende in prestito un po’ da tutti, e ci aggiunge il suo dolore personale. Sono le uniche cose che Kurt vuole condividere, due cose troppo grandi da tenere per sé: dolore e arte pop.

Di queste cose è fatta la sua musica, già dai tempi di Bleach, orfano però di quel 50% di calcolo di cui dicevamo in apertura. La produzione di Butch Vig serve a ripulire le scorie metalliche del primo disco: immaginate quell’album come un tondino di ferro incandescente. E adesso pensate alla mano di Butch che infila per qualche secondo quel tondino infuocato dentro una vasca di acqua fredda e lo ritira fuori sprigionando vapore e sbuffi liquidi di acqua bollente.

Ecco, quella è ORA la musica dei Nirvana. La musica di Nevermind.

Un album che, non a caso, si intitola come il disco dei Sex Pistols, anche se pare nessuno ci abbia mai fatto caso. Come quello, non solo un disco “generazionale”, ma un disco “epocale”, nato come istantanea di un momento di creatività collettiva e finito col rappresentare la foto definitiva di un percorso personale e universale di ascesa, affermazione e sconfitta. Musicalmente non ci si discosta dal modello reso celebre poco prima dai Pixies: melodia deturpata da improvvisi squarci di rabbia. Un angst che Cobain rappresenta con estrema catarsi e che quindi può diventare anzi, diventa subito immagine iconografica e simbolica di una insoddisfazione che è biologicamente giovanile e concettualmente condivisibile.

Come Jim Morrison, nella sua disperata fame di vita Kurt Cobain è già morto prima di morire. La sua musica si trasforma rapidamente da veicolo di fuga in camera iperbarica. Il palco diventa una prigione. La camicia di flanella un deltaplano in picchiata.

Ma Nevermind non va giudicato col senno di poi.

Non va ascoltato sfogliando la cronaca nera taggata Cobain.

Nevermind non merita necrologi, perché è vivo.

Disperato, estremo ma vivo.

Se ve lo vendono come l’urlo disperato di uno che sta per ammazzarsi, diffidate.

Kurt non ve lo venderebbe mai, un disco così.

Kurt era così fiero della sua musica che non le avrebbe mai affidato un compito così greve. Nevermind è il ruggito di tre ragazzi che stanno dipingendo il mondo prima di portarselo via con loro.

Venticinque anni dopo i Doors.

Quindici anni dopo i Sex Pistols.

Qualcuno sta provando a farlo dopo di loro.

Spero. 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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