LONDON UNDERGROUND – Through a Glass Darkly (Musea)

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Quello che poteva a torto essere valutato come esperimento episodico durante una pausa da quello che da anni costituisce il primo interesse musicale per Daniele Caputo (uno di quei pochi musicisti underground italiani che valga davvero la pena di inserire in una agiografia del rock mondiale per le sue capacità tecniche e le sue cognizioni storico/critiche in materia di acid rock, progressive, hardblues, psichedelia, folk-rock, freakbeat, ecc.) ovverosia i grandi Standarte, giunge ora al suo secondo atto discografico dopo aver trasferito armi e bagagli in Francia (ma anche il loro debutto era cosa tutt’altro che italiana, essendo stato edito dalla inglese Record Heaven, NdLYS) e assumendo, con l’ingresso in lineup dell’altro ex-Standarte Stefano Gabbani, l’aspetto di un progetto più definito.

Through a Glass Darkly è un disco che annichilisce per la competenza con cui è suonato e i riferimenti musicali di cui è pregno. Niente, davvero niente, a parte ovviamente quell’altra splendida creatura chiamata Standarte, suona OGGI così maledettamente bene in ambito neo-progressive. Perchè i London Underground non sono dei semplici epigoni e riadattatori di quei suoni di cui ci si abbuffava tra il crepuscolo dei sixties e il buio dei primi settanta. Loro sono dentro le viscere di quella musica, sono una macchina del tempo che ti porta il culo indietro, tra i ricami organistici  di Vincent Crane o Jon Lord o gli arpeggi evocativi o sinistri di bands come Gods, Traffic, Black Widow, Pink Floyd, Jade Warrior, Tomorrow, High Tide. Through a Glass Darkly guarda a quel rock dall’interno, ne cattura l’animo più misterioso, ascetico, sospetto e occulto, si riappropria di certi linguaggi, immagini, caratteri decadenti e tardo-romantici, si immerge totalmente e senza forzature estetiche nel liquido amniotico di un suono avvolgente e caldamente onirico e ne riemerge con pezzi senza nessuna sbavatura, sviluppati su un asse di equilibrio così ben calibrato da creare autentici mostri sonori come Analonihum, Sermonette o A Beautiful Child strumentalmente complesse e maestose.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

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THE HOUSEMARTINS – London 0-Hull 4 (Go! Discs)

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Quello che strabiliava in questo debutto degli Housemartins era la capacità (credo mai più eguagliata da nessuno) di dire cose importanti, addirittura forti (“prova a fare l’elemosina di fronte alla Regina, visto che la sua borsa è bella grassa e scoppia dalla chiusura“, “non sparare domani a qualcuno cui potresti sparare oggi”, tanto per citarne un paio, NdLYS) con una leggerezza da pubblicità dei corn flakes. Avete presente? Famiglie sorridenti che si siedono a tavola a banchettare prima di dileguarsi ognuno per le proprie attività si suppone ben remunerate, a giudicare dal disegno snob delle loro cucine, dai pigiamini firmati, dai sorrisi giubilanti con cui salutano un’altra giornata di lavoro. E sotto, il proletariato malconcio che si agita nei testi di Paul Heaton. Come quello descritto da We‘re Not Deep dove il disoccupato di turno si sveglia puntuale alle sette di ogni mattina. Eppure tutto, attorno agli Housemartins, era di una semplicità disarmante: nessuna testa rasata come nei Redskins, nessuna chitarra che ammazzava i fascisti come per Billy Bragg, nessun tono barricadero come per gli Easterhouse,  nessun annuncio di mondi in tempesta come per i Three Johns, nessun vezzo da letterato come per gli Smiths che proprio in quegli anni aprivano la porta della cameretta di Morrissey per infilare il naso nelle lordure della scuola inglese, della Monarchia, e dei maltrattamenti casalinghi. C’erano invece queste quattro facce da chierichetti provenienti dal buco del culo dell’Inghilterra (e che si permetteva di battere 4 a 0 la capitale) e un battage pubblicitario che li presentava come “più grandi dei Beatles” e una copertina che, nella successiva ristampa in digitale, strillava “16 canzoni – 17 successi!”, come se ci stessimo portando a casa una raccolta di Brenda Lee o di Chubby Checker. Concerti promossi con lo slogan “adotta un Housemartin” e che si chiudevano con una sparatissima Garageland rubata ai Clash. Orsetti di peluche chiusi dentro un panzer da guerra.

E poi c’era la musica: frizzante pop con le mani infilate nel beat (il trittico Anxious, Reverends Revenge, Sittin’ on a Fence), nel soul (Lean on Me dove Paul da un saggio incredibile di vocalità splendente degna di Gladys Knight) e nel rhythm ‘n blues (l’apoteosi di Freedom), fatta di chitarre scintillanti e di un uso delle voci che i nostri avrebbero perfezionato fino ad arrivare alla pubblicazione di un intero disco di canzoni gospel che, in pochi lo sanno, si sente ancora ogni anno sotto le feste di Natale, accanto ai classici di Bing Crosby, Sinatra, Lennon e Edwin Hawkins Singers.

Un disco dalla forza grandissima, che ti faceva cantare di rivoluzione e libertà con la stessa gioia di uno spiritual, senza pugni alzati ma mano nella mano.

Un derby vinto per 4 a 0. E Londra aspetta ancora la sua rivincita…..

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AZTEC CAMERA – Knife (Rough Trade)

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Quando arriva l’autunno del 1984, la pesante pioggia annunciata sul disco precedente arriva copiosa sulla copertina di Knife.

Orgoglioso e compiaciuto del suo inequivocabile gusto chitarristico, Roddy Frame vuole stavolta un produttore che esalti queste qualità. La scelta ricade addirittura su Mark Knopfler, ovvero quanto di più lontano dall’estetica neo-esistenzialista dell’epoca Postcard che li aveva allevati quando erano dei pulcini.

Strano quindi che alla fine Knife non sia il disco guitar-oriented che, un po’ timorosi, ci si aspetta. In fin dei conti la presenza di Knopfler diventa invasiva solo in una delle otto tracce, la prolissa e irritante (per chi non sopporta il suono dei Dire Straits come me, NdLYS) Backwards and Forwards. Per il resto l’azione di Mark Knopfler non riesce a penetrare all’interno di una formula espressiva che lui disconosce. Si diverte a prendere in giro la band chiamando Malcolm Ross “Eric” (con riferimento a Clapton) e Campbell Owens “Clarke” (con riferimento altrettanto irritante a Stanley Clarke) e alla fine cerca di coprire tutto con qualche tastiera (affiancando il suo tastierista di fiducia Guy Fletcher alla band) e qualche inserto di fiati cercando di far leva sull’amore dichiarato di Roddy Frame per il suono nero di Stevie Wonder, Prince, Michael Jackson come dimostrano i riff funky di Still On Fire, Just Like the USA e All I Need Is Everything, gli assi pigliatutto dell’album, ridondanti, pletorici e sovrabbondanti dal punto di vista strutturale (il terribile synth e i fiati trionfali che innaffiano la prima, lo smalto sintetico che soffoca la seconda, la lunga coda in cui si spegne la terza quasi a voler dimostrare che se il mercato reclama un hit – e All I Need Is Everything ha tutte le carte in regola per esserlo – il cuore di Frame non ha ancora abdicato da una certa afflizione adolescenziale) ma efficacissimi da quello melodico. E’ grazie a questi, tuttavia, che Knife entra nella storia e nella memoria collettiva. Gli Aztec Camera così come li avremmo voluti (anche per trovare un’alternativa diurna al nostro peluche preferito) finiscono qui.  Quello che verrà dopo è un affare personale di Roddy Frame. Ma pure, ahinoi, un brutto affare.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 Aztec Camera - Knife (1984)

THE BONNIWELL MUSIC MACHINE – The Bonniwell Music Machine (Big Beat)

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Otto anni dopo la pubblicazione di The Ultimate Turn On, la Big Beat torna per chiudere la porta sulla vicenda artistica dei Music Machine.

Facendo tutto il rumore che quel gesto merita, con un doppio cd che documenta l’epilogo (ma facendo anche una puntata alle radici di tutta l’avventura, quelle folk del Sean Bonniwell solitario e dei Ragamuffins) della storia della band di Sean Bonniwell all’indomani della pubblicazione del seminale album di debutto, le solite dettagliate note di copertina di Alec Palao e le interviste ai protagonisti del sofferto atto conclusivo del gruppo californiano. 

Nove mesi dopo la pubblicazione di Turn On, di ritorno dal trionfale tour americano, la band si fa i conti in tasca. E trova la tasca vuota.

Il leader Bonniwell e il management di Kevin Deverich e Gene Simmons perdono la loro credibilità agli occhi di Mark Landon, Doug Rhodes, Keith Olsen e Ron Edgar che scendono via via dalla Macchina, lasciando Bonniwell a guidare un’auto senza più passeggeri. A tirare fuori dai guai Sean è Brian Ross che lo presenta a Joe Smith, boss della Warner.

Quando nell’autunno del ’67 Joe gli presenta una bozza dell’accordo e gli chiede dove siano gli altri della band, Sean confessa di essere da solo e lo prega di correggere la dicitura Music Machine in Bonniwell Music Machine.

Poi, esce dagli uffici della Warner Bros. e telefona al suo vecchio amico Mark Landon per chiedergli una mano (quella destra, ormai senza guanto) per mettere su una nuova band. Mark gli consiglia due suoi amici dei Purple Gang: Harry Garfield e Allan Wisdom. Al suo agente John Babcock chiede di organizzare qualche audizione per un bassista, trovandolo abbastanza rapidamente in Eddie Jones dei Counts. A quest’ultimo chiede, nella frenesia delle imminenti registrazioni, per un batterista. Anche a costo che non abbia i capelli corvini, come da tradizione della band. Va bene anche biondo o albino, a quel punto. E così Jerry Harris andrà a sedersi dove una volta posava il culo Ron Edgar.

Una volta obbligati a tingersi i capelli ed educati a limitare le proprie ambizioni e ad utilizzare gli strumenti da lui imposti, quasi nessuno si accorgerà che attorno a lui tutto è cambiato. A Novembre i nuovi Music Machine sono pronti a posare in foto e a Dicembre ad entrare in studio per completare le registrazioni già iniziate a Marzo con la vecchia line-up. A Febbraio del 1968 il disco, penalizzato da una masterizzazione appiattita per la scelta dell’etichetta di infilare sette canzoni per facciata,  è impacchettato e messo sul mercato col solo Sean Bonniwell in copertina. Dentro, come già detto, ci suonano i Music Machine vecchi (nelle canzoni migliori del lotto: Absolutely Positively, Double Yellow Line, The Eagle Never Hunts the Fly, Astrologically Incompatibile, Bottom of the Soul, Talk Me Down) e nuovi. Il disco, oltre che confermare lo stile della band, sposta frequentemente l’asse verso il soul e il R&B (Somethin’ Hurtin’ On Me, Soul Love, la Affirmative Me che sembra quasi una roba da ? and The Mysterians). La band continuerà a registrare ottime cose (You‘ll Love Me Again è forse il capolavoro della seconda fase) fino all’ estate del 1968 quando, per le ennesime truffe finanziarie, Harry, Eddie e Allan abbandonano l’auto in corsa, costringendo Bonniwell e Harris a riformulare la band. È l’ultima incarnazione dei Music Machine, con Carl Manfredi, Fred Thomas e Joe Bruley, a registrare le ultime spiazzanti canzoni della band che se da un lato mostrano il lato in assoluto più disimpegnato del gruppo (Time Out, Tin Can Beach, Unka Tinka Ty, Reach Me in Time), dall’altro chiudono il cerchio con quello che è il 45giri più maturo della loro intera discografia (Advise & Consent/Mother Nature-Father Earth).

È l’Aprile del 1969. 

Sean Bonniwell non avrà nessuno intorno per commentare l’allunaggio dell’Apollo 11. Lui del resto, la luna l’aveva già toccata.

Con un dito.

Quattro anni prima.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

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AA. VV. – Garage Beat ’66 # 1/2/3 (Sundazed)

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Curioso scrivere di dischi così lo stesso giorno in cui Greg Shaw ci lascia per ordinare i cassetti del paradiso. Autentica, pura, esagerata devianza teen quella spinta fuori da questi volumi che sono corollario al lavoro svolto da Greg con le sue Pebbles. 60 pezzi cavati fuori dalle cantine americane popolate da capelloni invasati per Diddley e gli Yardbirds: testosterone e adrenalina filtrate attraverso i coni Vox e Fender. Sonics, Remains, Sparkles, Mourning Reign, Music Machine, We the People, Go Betweens, i soliti nomi che hanno solcato la terra del r ‘n r come piccole, fittissime stelle pioventi. Grafica e liner notes eccellenti, come da usanza Sundazed e una selezione di puntelli beat punk da scardinare le porte. Se non avete ancora nessuna nozione sul beat-punk, ecco il vostro abbecedario. Ciao Greg, sono stati 55 anni bellissimi.

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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