THE HOUSEMARTINS – London 0-Hull 4 (Go! Discs)

Quello che strabiliava in questo debutto degli Housemartins era la capacità (credo mai più eguagliata da nessuno) di dire cose importanti, addirittura forti (“prova a fare l’elemosina di fronte alla Regina, visto che la sua borsa è bella grassa e scoppia dalla chiusura“, “non sparare domani a qualcuno cui potresti sparare oggi”, tanto per citarne un paio, NdLYS) con una leggerezza da pubblicità dei corn flakes. Avete presente? Famiglie sorridenti che si siedono a tavola a banchettare prima di dileguarsi ognuno per le proprie attività si suppone ben remunerate, a giudicare dal disegno snob delle loro cucine, dai pigiamini firmati, dai sorrisi giubilanti con cui salutano un’altra giornata di lavoro. E sotto, il proletariato malconcio che si agita nei testi di Paul Heaton. Come quello descritto da We‘re Not Deep dove il disoccupato di turno si sveglia puntuale alle sette di ogni mattina. Eppure tutto, attorno agli Housemartins, era di una semplicità disarmante: nessuna testa rasata come nei Redskins, nessuna chitarra che ammazzava i fascisti come per Billy Bragg, nessun tono barricadero come per gli Easterhouse,  nessun annuncio di mondi in tempesta come per i Three Johns, nessun vezzo da letterato come per gli Smiths che proprio in quegli anni aprivano la porta della cameretta di Morrissey per infilare il naso nelle lordure della scuola inglese, della Monarchia, e dei maltrattamenti casalinghi. C’erano invece queste quattro facce da chierichetti provenienti dal buco del culo dell’Inghilterra (e che si permetteva di battere 4 a 0 la capitale) e un battage pubblicitario che li presentava come “più grandi dei Beatles” e una copertina che, nella successiva ristampa in digitale, strillava “16 canzoni – 17 successi!”, come se ci stessimo portando a casa una raccolta di Brenda Lee o di Chubby Checker. Concerti promossi con lo slogan “adotta un Housemartin” e che si chiudevano con una sparatissima Garageland rubata ai Clash. Orsetti di peluche chiusi dentro un panzer da guerra.

E poi c’era la musica: frizzante pop con le mani infilate nel beat (il trittico Anxious, Reverends Revenge, Sittin’ on a Fence), nel soul (Lean on Me dove Paul da un saggio incredibile di vocalità splendente degna di Gladys Knight) e nel rhythm ‘n blues (l’apoteosi di Freedom), fatta di chitarre scintillanti e di un uso delle voci che i nostri avrebbero perfezionato fino ad arrivare alla pubblicazione di un intero disco di canzoni gospel che, in pochi lo sanno, si sente ancora ogni anno sotto le feste di Natale, accanto ai classici di Bing Crosby, Sinatra, Lennon e Edwin Hawkins Singers.

Un disco dalla forza grandissima, che ti faceva cantare di rivoluzione e libertà con la stessa gioia di uno spiritual, senza pugni alzati ma mano nella mano.

Un derby vinto per 4 a 0. E Londra aspetta ancora la sua rivincita…..

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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