PEARL JAM – Ten (legacy edition) (Epic/Legacy)

Sono passati diciotto anni e Ten mette ancora paura.

Una soggezione reverenziale, come quando ti  trovi davanti alla Pietà del Michelangelo o al David di Donatello.

Il primo capitolo dei Pearl Jam è l’ultimo atto del classic rock.

Qui muore quel concetto di rock che trascende i generi e le sottoculture.

Perché dopo di esso tutti avranno paura del confronto, i Pearl Jam per primi, cercando di affrancarsi da un precedente così ingombrante da far sembrare patetici tutti gli epigoni che salteranno fuori da lì a breve (dagli Stone Temple Pilots ai Brother Cane passando per i nostri Dugjive e finire alle merde nu-grunge come Staind o Nickelback, NdLYS).

Faceva bene Eddie Vedder a prendere le distanze dal grunge. La loro musica non aveva nulla da spartire con nessuna scena. Era autosufficiente, autonoma, fiera, indipendente. Ten è un disco che chiede di fermarti. Reclama concentrazione, totalmente padrone del suo tempo, della sua logica artistica, del suo raziocinio dialettico.

Non lascia scampo e ti fa prigioniero. È una dolorosa lacerazione sulla carne che non smette di bruciare, di localizzare la tua attenzione. Devi fasciarla stretta per farla ammutolire, per concederti un respiro, una tregua, un armistizio con il dolore che ti sale dalle viscere. C’era, nella musica di Ten, questo taglio epico ed eucaristico pieno di nuvole, di masse di vapore scuro, pesante. Era, ed è ancora, come correre lungo una highway americana, ma verso il temporale.

Ha questa maestosità ombrosa, introversa, schiava e vittima delle intemperie.

Schiacciata a terra da una perturbazione meteorologica che è pioggia dell’anima.   

È un sapore di fuga che resta irrisolta, incompiuta. L’amarezza inquieta di chi sa che potrà fuggire da tutto ma non dal proprio passato. Che per Eddie è quello di una famiglia a pezzi, di un padre bastardo, di una infanzia negata. E’ quella del ragazzo disadattato di Once, delle confessioni familiari di Alive e dell’adolescente killer Jeremy Wade Delle.

I Pearl Jam raccontano l’altra faccia dell’America. Un’America che esce a pezzi dal reaganesimo e dall’edonismo degli anni Ottanta, cresciuta a popcorn e videogiochi,  che si muove all’ombra dei grandi boulevard, che si raccoglie quando le insegne sono spente e le strade di sgombrano di gente alla ricerca di un benessere posticcio, da grande magazzino. E’ l’America dei figli della workin’ class affranta e disillusa che abita le canzoni di Springsteen di cui i Pearl Jam sembrano essere diventati negli anni i naturali eredi morali.

Salvo poi, in un imbarazzante gioco delle parti, ad essere il Boss a “rubare” loro produttore (Brendan ‘O Brien per The Rising e Magic) e riff (Radio Nowhere sempre su Magic, 2007). 

Questo per quanto riguarda la parte emozionale.

Veniamo invece ai dettagli “tecnici” che a molti interessano più del contenuto, così come molti comprano le scatole di latta dei biscotti olandesi e non assaggiano manco mezzo canestrello al burro: dubito che ci sia qualche casa senza la sua bella copia in vetrina (be’, magari proprio in vetrina no vista la terribile cover, appena appena migliorata col nuovo taglio di questa reissue, NdLYS) ma se così fosse la Legacy rimette in circolazione il disco in svariati formati non proprio in tema con la crisi economica e il crollo finanziario che sta mettendo in ginocchio il mondo. La versione più “economica” è quella che ho in mano io: doppio cd con l’intero album in versione rimasterizzata dul primo cd e l’album con la versione remissata da Brendan O’Brian e 6 bonus sul secondo. Le mani di Brendan non aggiungono nulla alla statura del disco che quello è e basta: immenso. E però aggiungono una grinta sottotraccia, imprimono pressione sui riff e turbano la quiete più che in quella che fu la versione ufficiale del disco prodotta da Rick Parashar. Sentite come suona Why Go? per avere la prova più macroscopica delle differenze di imprimatur da parte del produttore.

E veniamo alle bonus: ci sono due tracce dei Mookey Blaylock ovvero la prima incarnazione dei Pearl Jam e quattro “scarti” dalle sessions del disco, una delle quali già ascoltata in precedenza come strumentale su Lost Dogs (Brother) e l’altra “concessa” all’epoca per la soundtrack di Singles.

La mia idea rimane sempre la stessa: se sono degli scarti per gli artisti che le hanno create, perchè usare gli ascoltatori come cassonetti dei rifiuti? Personalmente avrei preferito l’aggiunta di qualche perla come la toccante cover di Crazy Mary di Victoria Williams o l’indimeticato duetto con i Cypress Hill per la O.S.T. di Judgement Night. Roba che merita le luci della ribalta più che i grugniti di 200 Mile Blues o di una Evil Little Goat peraltro troncata di brutto a 1 minuto e trenta come il peggiore dei bootleg. Mezzo punto in meno per le lordure che ci vengono ancora propinate.

 

 

                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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