THE SOUNDTRACK OF OUR LIVES – Communion (Akashic)

Poche bands odierne riescono nell’esperimento della lievitazione. In realtà anche gli illusionisti lo fanno sempre meno, peraltro ricorrendo sempre agli stessi trucchi.

Che poi è un po’ quello che fanno anche i Soundtrack of Our Lives. Trucchi vecchi e abusati per chi frequenta il loro catalogo ma sempre di grande effetto ed efficacia.

La copertina da selezione del Reader‘s Digest lascia basiti per la bruttezza e merita di entrare nella Top Ten di worstalbumcovers.org ma valicata quella frontiera, dietro quei sorrisi Durbans della coppia incartapecorita che brinda con un succo di vitamine al ritrovato equilibrio dell’età senile, ecco schiudersi il “solito” mondo dei TSOOL. Che non è quello popolato dalle giovani rockstars pompate dalle cartelle stampa, col bukkake di gel in testa e ben vestite. Troppo difficili da sdoganare per i sifilitici che bevono Red Bull davanti agli schermi HD o che ascoltano Virgin Radio illudendosi davvero di stare ascoltando una rock radio. Talmente non commerciabili che la Warner ha gettato la spugna e li ha di fatto abbandonati alle loro orbite, occupandosi solo di gestirne la distribuzione nazionale. E così, svincolati dal peso di obblighi commerciali, i Soundtrack si concedono il lusso di un album doppio.

Tutto ciò che deve accadere in realtà succede sul primo disco. È là che il rock obliquamente psichedelico dei TSOOL si eleva e si muove sulla terra come cumuli di vapore, a volte con l’incalzante passo di un Koyaanisqatsi (l’incedere Spacemen 3 dell’iniziale Babel On, il pulsante raga di RA88, il boogie anni Settanta di Thrill Me, il garage di Mensa‘s Marauders) e altrove foriero di grigi presagi (Universal Stalker, l’elegia funebre di Second Life Replay, la resa pinkfloydiana della Fly di Nick Drake). Il cd due è una stampella del primo, rielaborando i colori già usati per la tavolozza dell’ altro. Mancano però le tinte forti, sia quelle dei colori accesi che quelle della scala del grigio, tutto pare più brumoso, appesantito dalla condensa e vischioso di licheni. A dominare è il lato più folky dell’ensamble svedese, come nella corale Flipside ammantata di chitarre acustiche e con quell’aria di libertà freak che si respirava nella sceneggiatura di Hair. O nei dischi dei Blind Melon, per chi li ricordasse ancora. L’immersione nel mondo dei TSOOL è dunque totale, e questo potrebbe essere un bene per i fans di vecchia data ma potrebbe rivelarsi una zavorra per chi si accosta alla band solo perchè solleticato dal prezzo ridicolo con cui troverà questo Communion tra gli “scarti” dei negozi, al massimo fra un paio di anni.

Io lo feci anni fa per Behind the Music, e ancora oggi ne godo copiosamente al solo pensarci.

Non simulate gli orgasmi, pivelli, ma fatevi travolgere.  

 

 

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro  

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