THE THREE JOHNS – The World by Storm (Abstract)

Se c’è stato un disegno divino dietro l’epoca Tatcheriana, questo è sicuramente stato quello di dare uno scossone alla scena musicale inglese e di far produrre il più grande e motivato quantitativo di dischi memorabili animati dalla furia contro il “regime” del Primo Ministro.

E così anche Jon Langford, trasfuga dai Mekons dove aveva fatto palestra nei tapis-roulant del punk politicizzato, finì con l’avere il dente avvelenato una volta assodato che il secondo mandato della Dama di Ferro era cosa fatta. Jon non sapeva che ce ne sarebbe stato un terzo e che gli sarebbe toccato scendere in piazza per protestare contro la poll tax.

I Three Johns dunque:

Jon Langford, John Hyatt e John Brennan erano i “tre John”.

E poi c’era Hugo, la loro drum-machine.

Un gioco messo su per tirare parolacce ai potenti dell’epoca e finito per diventare l’ossessione post-punk più frequente per molti, me compreso.

Post-punk suonato dentro un panzer.

Accomunati ai Gang of Four la medesima provenienza da Leeds, in realtà i Gang of Three (come vennero ribattezzati da Robert Christgau sulla sua guida alla musica degli anni Ottanta, NdLYS) avevano poco da spartire con le schegge funkoidi della band di Entertainment! pur condividendo una passione analoga per certi tagli aguzzi e certe storture insolite tipiche dei Fall. Quando il passo si fa marziale e apocalittico la macchina da guerra funziona al meglio. È il caso di Sold Down the River (che sfiora i raid elettrici dei That Petrol Emotion), del combat-rock fumante di Atom Drum Bop, dell’epica da fine del mondo di The World by Storm tra mine che esplodono e raffiche di mitra, ma anche delle lucide denunce di King Car (dove affiora un glam rock straordinariamente vicino a quello dei Bauhaus meno tetri) e Demon Drink e dei grappoli di rumori di Coals to Newcastle che sembrano pendere dal pergolato di mostri dei Nightingales. Le cose sembrano incepparsi quando il suono si fa meno nevrotico come nella “ballad” The Ship That Died of Shame o i banali mid-tempo di Torches of Liberty e Johnny, the Perfect Son conferendo al disco, riascoltato venti e passa anni dopo, un sapore meno barricadero di come ci era sembrato allora. Ma il piccolo genio dei Three Johns resta indiscutibile.

 

 

                                                                                               Franco”Lys” Dimauro

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