THE CURE – Kiss Me Kiss Me Kiss Me (Fiction)

Quando esce Kiss Me Kiss Me Kiss Me i Cure sono già stati dati per spacciati almeno un paio di volte.

E invece nel Maggio del 1987, dopo essere passati indenni dalle onde grevi del post-punk più claustrofobico e aver fatto sciogliere il cerone ai darkettini facendoli ballare al ritmo frivolo di Let‘s Go to Bed o The Lovecats, eccoli arrivare con quello che le cronache riportano come il primo doppio della loro carriera.

In verità l’idea di “doppio”, commercialmente parlando, cominciava proprio allora a vacillare, tant’è che la versione su cd fu evirata di Hey You pur di costringerlo su un solo supporto.

Ma all’epoca si azzardò addirittura una TRIPLA versione in vinile che custodisco ancora in casa, come uno scrigno di caramelle alla ciliegia.

Ora che il mercato ha invertito tendenza e le case discografiche hanno capito che il pubblico si divide in due categorie: i bacchettoni che scaricano da Internet e i bacchettoni che comprano l’originale purchè gli si giustifichi l’investimento con un disco bonus, quasi sempre pieno di schifezze (su le mani quanti hanno ascoltato i bonus sulle ristampe Cooking Vinyl dei Gun Club, avanti NdLYS), eccolo ridiventato doppio. Pure nel prezzo.

Ma non è questo quello che conta di Kiss Me.

Ciò che conta è che i Cure tornano ad essere un gruppo con tante cose da dire.

Hanno scritto circa venticinque pezzi. Diciotto finiscono su questo disco.

Un disco complesso, sfaccettato. Che è un po’ la summa di tutto quello che i Cure hanno dato fino a quel momento.

Romanticismo e dolcezza certo. Come tra i fiocchi di zucchero filato di Catch o The Perfect Girl, che si muovono sul solco tracciato da Dressing Up e Piggy in the Mirror.

E anche il cipiglio rock ostentato in passato da Shake Dog Shake che qui torna a scuotersi tra le contorsioni di Shiver and Shake.

Ma pure l’inquietudine dark ammantata di psichedelia nera che era sgorgata dalle vene tagliuzzate di Faith e Pornography e che qui fluisce libera sui capolavori del disco: l’ombrosa If Only Tonight We Could Sleep, l’onirica Snakepit, il ralenti mortifero di Like Cockatoos, lo straziante sentimentalismo di A Thousand Hours.

E poi il gusto kitsch per il ritmo funky e il jazz da big band che Robert Smith ha già esplorato in passato e che torna qui con la prepotenza irritante di pezzi come Why Can‘t I Be You e Hot Hot Hot!!!.

Ma il tessuto connettivo di Kiss me è comunque quello di un disco fortemente drammatico.

Sin da subito, dal lunghissimo incipit di The Kiss, si avverte quest’esigenza di non rimanere schiacciati dal tempo ma di cercare di dominarne la sfuggevolezza, di godere del suo inesorabile fluire.

Come quando spacchi una clessidra e giochi a fare scivolare tra le dita la sua sottile sabbia rosa, lasciando che ti solletichi tra le falangi e il metacarpo.

È una vendetta che Robert Smith rimugina da tempo ovvero da quando il budget limitato per la registrazione di 17 Seconds aveva ridotto il lungo strumentale di The Final Sound ad un banale e striminzito siparietto di 52 secondi.

Una vendetta consumata fredda, al momento opportuno.

Ovvero quando la band si sente nuovamente forte, compatta, imbattibile.

Presuntuosa, sin dalla scelta della copertina.

Scompare il rigore del  bianco e nero e la necessità estetica delle figure sfocate, dilatate, allungate e storte di qualche vecchia cover.

L’immagine è adesso immediata e diretta.

Affidata all’audacia del rosso sgargiante e carnale delle labbra sbavate di Robert Smith in cui è affogata. Due strisce di carne che chiedono amore senza ostentarlo.

Serrate e impassibili, malgrado l’esplicita richiesta del titolo.

Kiss Me Kiss Me Kiss Me è un disco smanioso, inquieto, che porta l’impronta di tutti. Fortemente collettivo. Come una seduta terapeutica di gruppo.

Ognuno fa i conti coi propri fantasmi, esorcizzandone le forme e i ricordi prima di prepararsi nuovamente ad affrontarli. Succederà due anni dopo con Disintegration, prima di mutare nuovamente, per l’ennesima volta, pelle e fondotinta.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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