PATTI SMITH GROUP – Easter (Arista)

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Easter: Pasqua.

Da dietro l’ambone la sacerdotessa Patti Smith legge i salmi.

Il suo preferito è il Salmo 23, quello di Davide. Il più sfruttato nella storia della musica. Prima di lei Johann Sebastian Bach, Franz Shubert, Duke Ellington, i Pink Floyd, Bonny McFerrin e Dave Cousins si erano abbeverati a quella fonte. Dopo di lei Offspring, Marilyn Manson, Christian Death, 2Pac, Megadeth e Lucinda Williams ne prenderanno le ultime gocce.

Patti lo recita nel bel mezzo di Privilege, il pezzo che apre la seconda facciata di Easter, terzo album della sua discografia. Un disco pieno di riferimenti alla religione, alla comunione e al sangue di Cristo e che apre le porte del successo di massa per la band. Artefice di tutto è Jimmy Iovine che è capace di incanalare la rabbia del gruppo verso un suono meno ribelle ma anche di Springsteen che proprio in quel periodo scrive e porta in studio Because the Night, una ballata pensata per il disco che sta registrando proprio nella porta a fianco a quello dove Patti sta mettendo su Easter.

Iovine passa le sue giornate lì dentro, occupato a produrre entrambi gli album. Passa da uno studio all’altro portando bobine, pacchi di sigarette, cavetti, lattine di birra e nastri. Finchè porta il provino di Because the Night nello studio sbagliato.

Patti ascolta il pezzo e se ne innamora, col risultato che Darkness on the Edge of Town uscirà orfano di quel pezzo che andrà ad impreziosire Easter, sfondando la porta delle classifiche di Billboard.

Per una che viene dalle fogne di New York, un autentico miracolo.

Per chi aveva visto in lei la regina e l’intellettuale del punk, un tradimento.

Cana di Galilea e Giuda Iscariota.

Come dite? I Vangeli?

Esatto.

Ancora una volta.  

La poetessa newyorkese si toglie la sua sindone punk, la poggia sul parquet dissestato del concerto e canta, recita, urla, prega a piedi nudi.

Dietro di lei un piccolo stormo di colombe bianche si alza in volo, fino a scomparire nella luce.

Buona Pasqua!

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ARETHA FRANKLIN – Just a Matter of Time (Kent)

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Avere in mano un petardo e non riuscire a farlo scoppiare.

È quanto accadde alla Columbia tra il 1960 e il 1966 e raccontato dentro questa raccolta di cocci. Sono gli anni antecedenti al passaggio alla Atlantic e alla sua esplosione nel firmamento della soul music inaugurata con la pretesa di restituzione di quel “rispetto” che Otis Redding reclamava per se e per la sua condizione biologica e sociale di maschio e finita facendo incetta di Grammy Awards. Diciotto. Un record imbattuto fino alla notte dell’8 Febbraio 2004.

Un risarcimento commerciale e morale che le garantirà la stima e la notorietà che vi stanno ancora oggi spingendo a curiosare tra queste mie righe.

Prima, dicevamo, c’era stato il tentativo fallito di accendere quella miccia. Qualche ballata, l’interpretazione di qualche hit pop del momento, parecchi standard, soprattutto jazz. Ma la forza redentrice della Franklin era già tutta lì, tra lo shuffle di Hands Off e lo scattante swing di Rough Lover.

La Signora del Soul, come le banalità suggeriscono.

Il più veloce ascensore tra voi e il vostro Dio, più verosimilmente.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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SHOP ASSISTANTS – Will Anything Happen (Cherry Red)

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Ci fu un periodo, all’incirca nella metà degli anni Ottanta, in cui si pensava fosse divertente affogare le canzoni pop dentro una pasta di rumore bianco.

Innocue canzoncine da domenica mattina fritte nel feedback, come un gelato cinese da divorare dopo un pasto alla soia.

Era il trionfo del fuzzbox così come lo avevano sognato J&MC, l’apologia della strategia spectoriana applicata all’indie pop degli anni Ottanta.

E in fondo le Shop Assistants non sono affatto distanti dalle female-bands che giravano attorno al muscolo pelvico di Phil Spector.

Inoffensive fino a sfiorare la puerilità ma con una corazza di piastre d’acciaio.

Potremmo anzi azzardare che Will Anything Happen rappresentò la sponda femminile di Psychocandy, la sua deriva muliebre, la faccia lucente della luna nera dei fratelli Reid.

Tanto Barrett cremato sui fili elettrici lì, quanto le Pleasure Seekers depilate col decespugliatore qui.

Una gamba nei Velvet del terzo album, una nel cartoon- punk dei Ramones. E un bel clitoride in mezzo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PANDORAS – Stop Pretending (Rhino)

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Dopo la pubblicazione di It’s About Time, il nome scelto da Paula Pierce rivela tutti i suoi cattivi presagi. L’apertura del vaso fa si che per un certo periodo girino per i locali di Los Angeles ben due formazioni con il medesimo nome, che i fans ribattezzeranno, per comodità, Pauladoras e Gwynnedoras. Da una parte dunque le trasfu(i)ghe Casey, Gwynne e Bambi e dall’altra Paula con le sue nuove amiche Julie Patchouli, Karen Blankfield e Melanie Vammen. Se però quest’ultima riesce, rubacchiando riff e melodie dalla collezione di dischi sua e dei suoi ragazzi, a tirare fuori qualche buona canzone le altre, da pessime sarte, non riescono neppure in questa piccola operazione di taglia e cuci.

Quello che resta di loro è un banale brano punk-rock pubblicato su una raccolta della Enigma la quale, rottasi i coglioni di accompagnare le ragazze in tribunale per inutili controversie sui diritti legati al nome, scioglie il contratto e lascia nel cassetto l’altro materiale registrato per un disco di debutto che non vedrà mai la luce.

Paula, dal canto suo, riesce invece a strappare un contratto nientemeno che con la Rhino Records, etichetta dedita a ristampe di materiale d’epoca e scarsamente interessata a lavorare con le band contemporanee.

L’eccezione viene sancita nel 1986 dalla pubblicazione di Stop Pretending, con le dieci dita di Kim Shattuck al posto di quelle della Patchouli (finirà negli Out of the Fire ma continuerà a tenere viva la memoria attorno alle Pandoras curando il sito ufficiale della band, NdLYS).

Se la copertina del primo album, ispirata a quella del disco di debutto degli Shadows of Knight, rimarcava in maniera inequivocabile il legame col sixties-punk, lo scatto ammiccante e supercolorato del nuovo disco sembra voler invece cavalcare il fenomeno delle all-female band dell’area losangelina. Bangles e Go-Go‘s in testa. Stop Pretending però, pur levigando il suono abrasivo degli esordi e prestandosi di tanto in tanto al facile gioco del party-album (Anyone But You, che veleggia spensierata sospinta dal giro di 96 Tears, il jangle-pop accattivante della title-track), continua ad immergere le mani nelle Nuggets in cerca di un’ispirazione che trova negli Standells, negli Strangeloves, nei Them, nei Dave Clark Five, nei Raiders di Paul Revere, nei Merry-Go-Round, nei Mysterians, nel Sir Douglas Quintet, i propri modelli di riferimento.

Ben presto Paula abiurerà dal suo credo per abbracciare la fede nell’hard rock sguaiato alla Runaways e palesare al mondo la sua ninfomania, spegnendo il fascino delle Pandoras prima di essere spenta ella stessa da un’emorragia cerebrale, senza avere il tempo per godersi il successo che sognava di raggiungere.

  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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