TUXEDOMOON – Desire (Ralph)

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Immaginate la sala da ballo de Il Gattopardo popolata degli scheletri della Danse Macabre.  

In un angolo del salone un’orchestra suona note intagliate nel ghiaccio, sputando aria gelida sui brandelli di macramè, sui divani broccati, sulle radiche di noce, sugli specchi e sui lampadari di ambra e cristallo.

Sembrano venire da un altro pianeta.

O forse da un po’ più vicino, dalla Luna.

Fanno musica da camera pensando a quelle del Castello di Elisabetta Bàthory, su a Cachtice.

Nei salotti perbene dell’Old Europa, all’epoca, non li conosce ancora nessuno anche se il gruppo (che in realtà viene da San Francisco, e non dai crateri lunari) ha più di un riferimento con certa musica elettronica europea di stampo krauto.

E infatti lì finiranno, subito dopo l’uscita di questo disco.

Prima a Rotterdam, quindi a Bruxelles.

A musicare balletti, piece teatrali, set d’avanguardia, mostre d’arte e altri dischi.

Tutti assieme, divisi, in duo, in trio. Molti belli, qualcuno brutto. Altri inutili.  

Ma sono i primi anni, come accade quasi sempre, quelli per cui vale la pena spendere tutto.

Piccoli capolavori sospesi tra decadentismo, avanguardia, jazz ed elettronica.

La musica che abita Desire è una musica da ballo che annienta il movimento, che ti strangola. Ma lo fa con l’eleganza di un elastico da papillon.

Ha queste curve discendenti come quelle di East e Again che debbono suonare un po’ come il rumore dell’acqua dentro le orecchie di chi sta decidendo di affogare dentro il Danubio blu.

C’è quest’aria di frac sporcati di tamarindo e succo di pera che si muovono dentro il vortice del valzer annoiato di Jinx.

Ci sono i loro cadaveri che gemono su Victims of the Dance.

C’è il retrobottega da emporio cinese di Music # 1.

C’è la musica algida da Spazio 1999 di Incubus e In The Name of the Talent.

C’è il siparietto da film muto di Holiday for Plywood.

E c’è l’elettronica nera della title track, fitta come la pioggia dell’ultimo fotogramma di Blade Runner.

Piove, dentro la musica dei Tuxedomoon, come sugli zigomi di Roy Batty.

E i nostri cuori ne raccolgono.

Come grondaie sotto cieli di piombo. E di silicio.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE HANGEE FIVE – The Hangee Five (For Monsters) / THE FLAKES – Back to School (Dollar Record)

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Se vi siete avventurati tra i cunicoli della cripta certi di trovarla vuota, guai a voi. La caverna è abitata e c’è poco da stare tranquilli. Dentro ci svolazzano pipistrelli e si muovono, striscianti, piccole bisce nere. Gli Hangee Five sono entrati lì dentro per tirare fuori gli ultimi latrati beat-punk che Tim Warren ci aveva sepolto dentro, e lì sono rimasti. Impiccati, tanto per terrorizzarvi ancora di più. Suonano sporchi e essenziali accordi garage, portandovi nelle viscere del più crudo sixtiespunk, riverberato nella eco sinistra delle rocce sarde. Vi basti ascoltare i due brani di apertura per capire di cosa sono capaci i ragazzi. Siamo ai livelli di sporcizia retro-punk di Emerge dei Morlocks, con organo e chitarre che friggono e la voce di Piergiorgio che torna a farsi cattiva come nei primi giorni dei suoi Univited, prima che questi divenissero la perpetrazione vivente del verbo di Dick Dale. Un amore per il surf catacombale che i ragazzi, nonostante la rottura con i Mobsters e con gli Uninvited stessi, non hanno rinnegato e che qui emerge in un pezzo come Space Rats o nella cover di Batman.

I Flakes di San Francisco invece hanno iniziato la loro spedizione da qualche anno, arrivando sul posto al suono gracchiante di It’s a Cryin’ Shame dei Gentlemen e hanno fatto bivacco, esasperando l’isteria del più tormentato 60spunk in un lascivo delirio di maracas, chitarre ronzanti e armonica blues. Suonano rovinosi, lasciando macerare nel loro liquido vintage anche scorie soul come Hold On I’m Coming o il tocco ricercato della Stupid Girl degli Stones. Ma il meglio i cinque lo danno quando mettono il loro suono deragliante al servizio di oscure gemme sixties come Open Up Your Door di Richard & The Young Lions o Love dei Live Wires o quando riscrivono nuovi classici “in stile” come That’s All o I‘m Telling You percorse da una lasciva armonica in perfetto Gruesomes-style. Due dischi perfetti per ogni adepto al verbo del vero spirito teen-punk.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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HÜSKER DÜ – Candy Apple Grey (Warner Bros)

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Lo risento oggi Candy Apple Grey e mi commuove ancora come la prima volta. Reduci da un album-monumeto come Zen Arcade e con una storia indipendente di tutto rispetto (per la SST di Greg Ginn, un emblema dell’indie rock americano, NdLYS) il trio di Minneapolis approdava a una major, battendo sul tempo i Sonic Youth e cinque anni prima dei Nirvana. E lo faceva con un disco bellissimo, il migliore della sua carriera, quello che meglio sapeva dosare le doti del terzetto e che non si sarebbe più replicato: il doppio album che avrebbe chiuso la loro carriera soltanto un anno dopo, pur con momenti altissimi, mostrava Grant Hart e Bob Mould distanti, separati, incapaci di infilarsi l’uno dentro le canzoni dell’altro.

Il risultato sarebbe stato un disco schizofrenico, sfocato, sgranato. Ma qui dentro, signori, qui dentro sta tutto lo spirito degli Hüsker Dü, la loro capacità di veicolare il rumore, di piegarlo al gioco melodico, di ricattarlo. L’apertura affidata a Crystal è un omaggio al loro passato hardcore, con quel magma di chitarre che ribolle pur sfruttando tecniche completamente avulse da quelle dell’hardcore più canonico: accordi lasciati aperti, come in un disco dei Byrds, a convivere col loro spettro: il feedback. Un uragano che ti inghiotte prima di trasportarti lungo altri 9 brani attraverso tutti i paesaggi tipici della geografia degli Hüskers, e che qui finalmente brillano di una coesione che altrove mai avevano trovato, neppure in quella Bibbia che era stata Zen Arcade, due anni prima. Non esiste una crepa che possa spingere qualcuno a scardinare il mostro Hüsker Dü qui dentro a parte forse il leggero torpore che avvolge No Promise Have I Made e l’organo tronfio di Sorry Somehow. Da brivido.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – A Date with Elvis (New Rose)

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4 Febbraio 2009, Glendale, California. È qui che Elvis muore per la seconda volta, col cuore bruciato da troppo rock ‘n’ roll. Muore Lux Interior e muore, con lui, tutto un concetto di rock ‘n’ roll cannibale, lontano dall’iconografia imbrillantinata dei bad boys anni ’50 e popolata invece di pornografia, manie necrofile, pin-ups volgari e musica di serie-B. Mi piace pensarlo circondato dalle amorevoli attenzioni dei cadaveri di serial killers e puttane da motel di cui lui ha cantato i tormenti, per trenta lunghi anni. Ma è un’immagine distorta, che rifiuta di piegarsi al dolore per la scomparsa di uno degli ultimi veri rock ‘n roll heroes che hanno pestato un palco e che si nutre ancora di quell’apologia del cattivo gusto di cui i Cramps furono portabandiera. In realtà non lo sappiamo cosa c’è dall’altra parte, varcata la soglia dell’aldilà. E ognuno è libero di trovarci ciò che vuole: Buddha con la sua collezione di dischi chill-out, Belzebù che si diverte con gli spiriti delle pornodive, Visnù che piscia nel latte di Adissescien o Paolo Bonolis che sorseggia il suo caffè polemizzando sul Festival con San Pietro. Quello che è certo è che smetteremo di controllare gli aggiornamenti sul sito dei Cramps, nell’attesa disperata dell’ennesimo gesto di follia da consumare sotto un palco o negli attimi di stravagante pazzia tutta intima e casalinga che viviamo nella nostra casa, quando ci illudiamo che la vita possa avere le forme di Poison Ivy e che moriremo in una bara a forma di chitarra, mentre portano il nostro feretro in giro per i vicoli vecchi della città, accompagnati da una processione di zombie che ballano il twist su quelle ossa porose come schiuma di lattice.

Quello che resta, dunque, sono i dischi. Anzi, qualcosa di più, se può consolarci: non i dischi ma I Dischi dei Cramps. Che fanno categoria a sé. I Cramps che mettevano d’accordo tutti: garagers, rockettari, dark, rockabillies. I Cramps che mettevano in disaccordo tutti: puristi, cattolici, moralisti, benpensanti, censori, sofisti, integralisti, ortodossi, animalisti e fans dei Police.

Mi piace pensare che Lux sia sceso (o salito, dipende dall’ascensore che userà, NdLYS) a stringere la mano di Elvis. A celebrare A Date with Elvis, il più grande disco di rock ‘n’ roll mai partorito da mente umana. Un album che si apre con un vibrato che scuote la terra come un terremoto di sfrenata lussuria e che si chiude con la languida cover di It‘s Just That Song di Charlie Feathers. Tra l’uno e l’altra c’è il solito baccanale di sconcezze crampsiane ricco di citazioni da vecchie bad-songs anni 50.

Un suono che su questo album si fa meno scheletrico e più carnale. Ci sono meno ossa e più frattaglie, dentro A Date with Elvis. Ci sono bimbi che cantano e “gattine” che giocano a fare il cane, ci sono le chiocce di Link Wray che fanno il boogie, ci sono le visioni tropicali di Kizmiaz (una ballata che, non chiedetemi perché, a me ha sempre ricordato i Talking Heads del dopo-Eno), ci sono i Count Five shakerati dentro la giungla di Cornfed Dames e il rockabilly criptico di Womaneed con Lux che si infila il microfono in gola come quando massacravano Surfin’ Bird sul palco del CBGB‘s e la gente si chiedeva da quale fossa fossero saltati fuori.

E c’è Lux che ci saluta con la sua mano da zombie mentre canta Aloha From Hell :

Prenderò una vacanza, devo andare all’Inferno.

Vi manderò una cartolina. Sto per combinarla grossa.

Danzerò tra le fiamme, come un diavolo in maschera

Potrete sentirmi cantare: Aloha dall’Inferno!

Aloha Lux.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: dedicato alla memoria di Erick Lee Purkhiser. Per tutti e per sempre, Lux Interior.