THE CRAMPS – A Date with Elvis (New Rose)

4 Febbraio 2009, Glendale, California. È qui che Elvis muore per la seconda volta, col cuore bruciato da troppo rock ‘n roll. Muore Lux Interior e muore, con lui, tutto un concetto di rock ‘n roll cannibale, lontano dall’iconografia imbrillantinata dei bad boys anni ’50 e popolata invece di pornografia, manie necrofile, pin-ups volgari e musica di serie-B. Mi piace pensarlo circondato dalle amorevoli attenzioni dei cadaveri di serial killers e puttane da motel di cui lui ha cantato i tormenti, per trenta lunghi anni. Ma è un’immagine distorta, che rifiuta di piegarsi al dolore per la scomparsa di uno degli ultimi veri rock ‘n roll heroes che hanno pestato un palco e che si nutre ancora di quell’apologia del cattivo gusto di cui i Cramps furono portabandiera. In realtà non lo sappiamo cosa c’è dall’altra parte, varcata la soglia dell’aldilà. E ognuno è libero di trovarci ciò che vuole: Buddha con la sua collezione di dischi chill-out, Belzebù che si diverte con gli spiriti delle pornodive, Visnù che piscia nel latte di Adissescien o Paolo Bonolis che sorseggia il suo caffè polemizzando sul Festival con San Pietro. Quello che è certo è che smetteremo di controllare gli aggiornamenti sul sito dei Cramps, nell’attesa disperata dell’ennesimo gesto di follia da consumare sotto un palco o negli attimi di stravagante pazzia tutta intima e casalinga che viviamo nella nostra casa, quando ci illudiamo che la vita possa avere le forme di Poison Ivy e che moriremo in una bara a forma di chitarra, mentre portano il nostro feretro in giro per i vicoli vecchi della città, accompagnati da una processione di zombie che ballano il twist su quelle ossa porose come schiuma di lattice.

Quello che resta, dunque, sono i dischi. Anzi, qualcosa di più, se può consolarci: non i dischi ma I Dischi dei Cramps. Che fanno categoria a se. I Cramps che mettevano d’accordo tutti: garagers, rockettari, dark, rockabillies. I Cramps che mettevano in disaccordo tutti: puristi, cattolici, moralisti, benpensanti, censori, sofisti, integralisti, ortodossi, animalisti e fans dei Police.

Mi piace pensare che Lux sia sceso (o salito, dipende dall’ascensore che userà, NdLYS) a stringere la mano di Elvis. A celebrare A Date with Elvis, il più grande disco di rock ‘n roll mai partorito da mente umana. Un album che si apre con un vibrato che scuote la terra come un terremoto di sfrenata lussuria e che si chiude con la languida cover di It‘s Just That Song di Charlie Feathers. Tra l’uno e l’altra c’è il solito baccanale di sconcezze crampsiane ricco di citazioni da vecchie bad-songs anni 50.

Un suono che su questo album si fa meno scheletrico e più carnale. Ci sono meno ossa e più frattaglie, dentro A Date with Elvis. Ci sono bimbi che cantano e “gattine” che giocano a fare il cane, ci sono le chiocce di Link Wray che fanno il boogie, ci sono le visioni tropicali di Kizmiaz (una ballata che, non chiedetemi perché, a me ha sempre ricordato i Talking Heads del dopo-Eno), ci sono i Count Five shakerati dentro la giungla di Cornfed Dames e il rockabilly criptico di Womaneed con Lux che si infila il microfono in gola come quando massacravano Surfin’ Bird sul palco del CBGB‘s e la gente si chiedeva da quale fossa fossero saltati fuori.

E c’è Lux che ci saluta con la sua mano da zombie mentre canta Aloha From Hell :

Prenderò una vacanza, devo andare all’Inferno.

Vi manderò una cartolina. Sto per combinarla grossa.

Danzerò tra le fiamme, come un diavolo in maschera

Potrete sentirmi cantare: Aloha dall’Inferno!

Aloha Lux.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: dedicato alla memoria di Erick Lee Purkhiser. Per tutti e per sempre, Lux Interior.

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