CLAUDIO BAGLIONI – Oltre (CBS)

Da bambini siamo tutti dislessici.

Qualcuno poi continua ad esserlo anche dopo.

Ma non è più lo stesso, perché è nell’essere bambini e non nella dislessia, che si cela l’incanto.

La meraviglia davanti ad ogni cosa, prima della stagione degli sconti.

Anche davanti alle parole. Un universo tutto nuovo da osservare e setacciare.

È stato così per tutti, anche se non ne serbiamo memoria.

E così è stato pure per Baglioni, che da piccolo, davanti ai dittonghi spericolati del suo nome, preferiva chiamarsi Cucaio. È dunque egli stesso, il Cucaio che viene dal mare, il protagonista di un disco che dopo le abbuffate sentimentali del Baglioni idolo delle adolescenti spinge il suo autore a guardarsi dentro senza perdere di vista il resto del mondo, con l’occhio critico e disincantato che l’età adulta ci porta in dono assieme alla nostalgia.

Oltre, il disco-cardine della maturità artistica di Baglioni, non poteva non partire da lì, segnando una rinascita che per ironia del destino non è solo artistica.

Appena due settimane prima dell’uscita del disco, Claudio resta infatti coinvolto in un incidente autonomo che rischia di spezzargli, oltre alla lingua e alle mani, anche la carriera.

L’ambizione che sta dietro il disco (nel progetto iniziale erano previste una quarantina di canzoni, poi scremate nelle venti che riempiono le quattro facciate dell’album, mentre gli “scarti” andranno a rimpinguare la lista dei due album successivi, NdLYS), diventa così quasi un miracolo.

Il traguardo è quello dei quaranta anni, quello della prima bandierina sbiadita.

L’età in cui, dopo aver tenuto gli occhi fissi sull’asfalto attenti a scansare le buche, cominciamo a guardare dallo specchietto retrovisore, tediati dal paesaggio che ci ha accompagnati per la prima parte del viaggio.

L’età in cui affiorano le assenze e lo sguardo si vela di maliconia.

Oltre capovolge dunque la prospettiva di due dischi carichi di fiducia come La vita è adesso e Strada Facendo rovesciando gli alambicchi dell’ottimismo che ne colmavano gli scaffali.

Un disco musicalmente articolatissimo che sfoggia collaborazioni eccellenti come quelle con Mia Martini, Paco De Lucia, Pino Daniele e Yossou N’ Dour e che si porta dentro la magia degli studi Real World di Peter Gabriel dove viene registrato e che arriva nei negozi come un kolossal destinato da un lato a battere cassa dopo cinque anni di silenzio discografico e dell’altro a far rivedere il giudizio storico e critico nei confronti dell’ artista romano. 

Il linguaggio spicciolo e confidenziale di Baglioni diventa qui ermetico ed allusivo, in una parabola che ricorda molto il passaggio Battistiano dalle rime di Mogol alle metafore sibilline e audaci di Pasquale Panella.  

Allitterazioni, giochi di parole, neologismi, assonanze entrano a far parte del gioco grammaticale del cantautore (“brillocca umanità di bar”, “fango di vie foruncolose”, “albero padre con un ramo solo” ad indicare la propria condizione di figlio unico,  tra le immagini bizzarre più riuscite) che si svincola definitivamente dalle prigioni ritmiche naufragando in una libertà formale dal costrutto molto contemporaneo e dal respiro universale che si sposa in maniera brillante con una impalcatura musicale complessa di chiara impronta world.

Ma quello che stupisce ad un ascolto attento è la simbiosi tra le immagini espresse a parole e le trovate musicali che ne sottolineano la valenza emozionale.

Dei passi che corrono sull’erba e un respiro affannoso per esprimere l’idea di una corsa faticosa, una linea di basso calanti che sottolinea un’emozione dolorosa, il lampo di un cembalo quando la passione si accende, l’alternanza tra movimenti armonici discendenti ed ascendenti a ricreare l’alternarsi delle maree, il suono etereo di una tastiera spoglia di ogni arrangiamento a ricreare l’atmosfera sospesa del volo solitario di un falco, una cadenza plagale (tipica del canto gregoriano) ad introdurre un richiamo alle culture antiche, un purva malekarta usato come strategia timbrica per evocare paesaggi indiani, una nota più lunga delle altre ad evidenziare l’uso del sostantivo “lunga” (un artificio preso in prestito allo stile dei madrigali del Cinquecento) così come l’espediente armonico di chiudere con due note distantissime in maniera ascendente Acqua di Luna che anche visivamente, su un piano pentagrammato, pare voler indicare il nostro satellite, l’arresto di ogni strumento a simboleggiare l’impalpabilità del vento umbro che accarezza i cavalli bradi protagonisti di una delle tracce più belle dell’intero lavoro.

Tecnicismi in parte suggeriti da Pasquale Minieri, in larga parte frutto della volontà di Baglioni di sfidare se stesso come artista e come uomo, di perlustrare quei dubbi che ci rendono così vulnerabili da farci riscoprire umani.

Un disco che affoga nelle domande e che schiva le risposte, per evitare forse di annegare ancora di più. O perché per restare a galla a volte è necessario mettere a tacere la lingua, oltre che il cuore.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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