THE DOORS – The Doors (Elektra)

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Tutte le più belle storie d’amore, esclusa la mia, iniziano in riva al mare.

Quella dei Doors comincia sulla spiaggia di Venice Beach, davanti all’Oceano Pacifico. Ray Manzarek è un allampanato spilungone di Chicago che suona il piano da quando indossava il pannolino e che si è spostato a Los Angeles per frequentare le lezioni e i festini lisergici dentro il campus dell’Università.

Jim Morrison è un bel ragazzo della Florida che gira l’America seguendo gli spostamenti professionali del padre e che nel 1964 si ferma a Los Angeles per cominciare invece ad inseguire i suoi sogni artistici di ventenne innamorato di Artaud, Huxley, Baudelaire, Rimbaud, Freud, delle droghe, dell’alcol e del sesso.  

Morrison è uno che parla poco e che scrive molto.

Ma fa entrambe le cose egregiamente.  

Ed è con queste due armi che convince Ray ad innamorarsi di lui, quell’8 Luglio del 1965. Ci sono la sabbia, le onde, il sole, i gabbiani. E ci sono quelle parole che Morrison recita a Manzerek: facciamo una piccola corsa, scendiamo vicino all’Oceano, così vicino da lambirne le onde, fino a rimanerci attaccati. Diventiamo impermeabili. Scendiamo, scendiamo, scendiamo…

Jim le recita volteggiando come un cormorano ferito.

Ha il magnetismo di uno sciamano e gli occhi infantili di Peter Pan e chiede amore.

Quel giorno, sotto il sole californiano, si aprono le porte del paradiso e quelle dell’inferno, simultaneamente. Jim e Ray abbassano lievemente la testa e si infilano dentro. Non sono soli però. Hanno con loro i testimoni di nozze.

All’inizio sono i due fratelli di Ray, Pat Sullivan e John Desmore.

Poi il passaggio diventa più angusto, la salita sempre più impervia.

Pat molla e con lui Jim e Rick Manzarek.

Forse hanno intravisto qualcosa in fondo alla strada, e non gli è piaciuto.

O più verosimilmente non hanno abbastanza fantasia.

In vece loro arriva Robby Krieger, come John Desmore nativo di Los Angeles.

Anche lui studente all’UCLA, chitarrista flamenco.

E sebbene il blues sia una delle cose che accomuna i gusti di tutti e quattro, ognuno può fare quello che cazzo vuole dentro la musica dei Doors: l’obiettivo è spalancare le porte della percezione. Con ogni metodo lecito ed illecito. Andare oltre.

Oltre quella linea dell’oceano che si vedeva dalla spiaggia di Venice Beach.

Oltre la soglia del paradiso e quella dell’inferno che si erano spalancate quel giorno.

Riusciranno a varcarle tutte.

Un anno dopo la band è già sotto contratto, raccomandati a Jac Holzman della Elektra da Arthur Lee dei Love.

I Doors sono l’attrazione della città.

Sono la serpe avvelenata che si muove dentro il movimento hippie.

Concerti debosciati e oltraggiosi dove tutto è spinto oltre il limite della decenza fanno da preludio all’uscita del primo album, registrato in una sola settimana su un quattro tracce.

The Doors è il disco che marchia a fuoco l’era del flower-power e fa ombra su tutti gli altri dischi della stagione, centrando l’obiettivo di una musica che è progressiva e tradizionale assieme, che muove dal blues, dal beat, dal rock ‘n roll e attraverso un gioco di specchi finisce per guidarci dentro il labirinto della nostra psiche.

È l’apertura del terzo occhio dentro l’abisso interiore.

Ma è soprattutto l’allestimento “scenografico” a far breccia nel cuore dei giovani di quella e di tutte le epoche successive, quel misto di ribellione, disubbidienza, poesia e volgarità mimica che Morrison porta sul palco a creare il “mito” dei Doors, incarnando nella gestualità dirompente del loro leader la voglia di ribellione e di rinnovamento culturale che spinge dal basso la controcultura hippie e che serpeggerà, silente, nell’inquietudine adolescenziale di tutte le stagioni successive facendo dei Doors l’abusata icona della dissidenza giovanile, della tormentata età adolescenziale e del suo conflittuale scontro con quella adultà e senile.

Una presenza visiva e sonora talmente invadente che ha pesato, nel bene ma soprattutto nel male, sull’osservazione critica del loro album di debutto finendo a volte per indisporre all’ascolto, troppo assuefatti da una immagine doorsiana di perdizione a buon mercato. È l’immaginario ribelle incarnato dal Cristo Morrison a fare la differenza, a rendere i Doors i nuovi profeti del rock acido, questa esplosione di sesso e inquietudine a renderli una band universale che trascende le mode più o meno passeggere del rock. Una presenza ingombrante nell’immaginario giovanile che si nutre dei suoi eroi e dei suoi profeti che va ben al di là della sua musica.

Chi sceglie di amare i Doors lo fa dunque a prescindere dalla musica che avvolge il sudario sacrilego del suo leader.

Chi lo fa segue un richiamo evangelico, un rituale d’iniziazione che faccia da garante per la sua identificazione in qualcosa che sia platealmente considerato come diverso, pericoloso, azzardato.

Che sia cioè sì distante da ciò che è universalmente ritenuto innocuo ma che al tempo stesso sia pubblicamente riconosciuto, convenuto e marchiato dal punto di vista culturale. Sarebbe di certo più pernicioso e nocivo dire che si ama la musica dei Fugs, dei Red Crayola o dei Deviants ma non produrrebbe l’effetto voluto sul nostro bersaglio. Se dici di amare i Doors proclami la tua distanza dal resto del mondo e ciò viene riconosciuto, etichettato, giudicato.

È il tuo patentino per restare a un miglio dal resto del mondo con in mano un pass-partout per la tua anima: in copertina ci sono loro, con Morrison in primo piano rispetto agli altri in uno scatto evangelico del profeta e dei suoi apostoli.

Lui regala le sue parabole e loro sottolineano quelle parole lasciando fluire liberi ogni loro ossessione musicale, sovrastati dall’organo barocco di Manzerek in grado di rendere in maniera perfetta l’idea di rituale liturgico evocato dal canto di Jim Lo Sciamano. Vertiginosa come nell’iniziale Break On Through o intorpida come su The Crystal Ship o End of the Night la musica della band è sempre in grado di creare la giusta scenografia per le spirali emotive del loro leader. Addirittura di creare attorno a quelle parole un vero e proprio melodramma musicale che ne rafforzi l’impeto sessuale (Light My Fire) o ne amplifichi la suspence drammatica come nel capolavoro di The End: undici minuti dove la musica doorsiana si srotola in un crescendo che fa da tappeto alla passeggiata lungo il corridoio dove abitano gli spetti interiori di Morrison.

Una suspence emotiva che esplode in un catartico intermezzo strumentale che accresce la tensione psicopatica della forbice che taglia i fili del raziocinio mentale delle parole. Tutto solenne e allo stesso tempo decisivo come un’ascesa al patibolo.

Poi il sipario scende, i musicisti avvolgono nella sindone il corpo esausto del loro profeta e lo accompagnano giù dal palcoscenico. Qualcuno strizza d’aceto una spugna per alleggerire la sua sete. Come se bastasse l’aceto per saziare una sete ancestrale.       

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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KARATE – The Bed Is in the Ocean (Southern)

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Sapete chi sono i “sordi” più famosi del rock?

Pete Townshend. Certo.

E Lemmy. Ovvio. Aveva pure scritto una canzone intitolata Deaf Forever….

E, credeteci o meno, Geoff Farina. Ahahah. Ma come avrà fatto?

Cioè, diventare sordi con la musica dei Karate è un po’ come diventare ciechi leggendo le insegne dell’Autogrill.

Per carità, non c’è nulla da ridere.

Però è difficile pensare ai Karate come a una delle band più rumorose del mondo, perché in effetti non lo sono stati. Anzi, piuttosto una silenziosa via al rock degli anni Novanta. Quello di fine decennio, quando tutti cominciarono a spegnere gli amplificatori, a rimodulare i gain, a ridisegnare il rock partendo dalla strada opposta a quella del grunge e del rumorosissimo crossover del primo giro di boa. 

Finiranno a flirtare con il jazz da camera, giocando con le ombre.

Ma i Karate di The Bed Is in the Ocean sono ancora una band che vale la pena buttarsi addosso, lasciare dilagare nei silenzi della nostra camera. Silenzi talmente assordanti che, come dicono loro “possiamo sentire che il frigo è acceso”.

In assoluto, assieme ai “cimiteri di appendini” di Capossela la definitiva dichiarazione di una solitudine estrema, asfissiante.

Il rumore delle cose quotidiane che fanno eco al battito solitario del nostro cuore: esiste un dolore più devastante? The Bed Is in the Ocean è uno dei dischi-chiave della breve stagione emo-core, quella in cui il suono di derivazione punk e indie-rock si infilava nelle viscere dell’ accidia indolente e pigra del proprio dolore, senza cercare una via di fuga ma trovandone una compiacenza complice e ignava.

Una apatia che si srotola lenta dalla stanza di Geoff Farina e tracima avvolgendo anche noi. I movimenti sono lenti, annoiati, appesantiti da un tedio che non è più personale ma generazionale, universale. Sembra di poterci sprofondare.

Ed è questo che lo rende indisponente, ben oltre la soglia di tolleranza.

Da questo momento in poi la musica dei Karate comincia a perdersi in cerebrali, smisurate cadute di gusto che ne appesantiscono la forma e la rendono sempre più simile a quel cliché che degenererà presto sui dischi successivi.

Succede già qui dentro, a partire da The Same Stars con quell’interminabile serpente di assoli che Geoff vorrebbe funzionali alla rassegnazione inerte tratteggiata dalle liriche e che invece diventano fastidiosi come cappelli di feltro sotto il sole di Agosto. Più avanti è Up Nights a farci temere che i Karate si stiano trasformando nella band di Eric Clapton, e le paure non si dimostreranno infondate.

Poi però succede pure che un pezzo come Diazapam ha quegli scatti nervosi e quell’impeto da piccola città in fiamme che torna a farceli amare davvero, per essere riusciti a far suonare i Police come fossero i Fugazi o viceversa, oppure che gli elastici lenti di Bass Sounds siano esattamente familiari come quelli del nostro pigiamone preferito e che sia confortevole lasciarseli scivolare addosso.

Succede che The Bed Is in the Ocean, pur nella sua palese caduta di stile, rimane una piccola ancora arrugginita nei fondali marini dell’indie-rock degli anni ’90.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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