SONIC‘S RENDEZVOUS BAND – Box Set (Easy Action)

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Registrare un solo 45gg e consegnarsi alla storia. E anche se gente come Scott Asheton e Fred Smith non avevano già allora più da dimostrare ad alcuno, lo strascico lasciato da City Slang ha alimentato le bave di tanti. Ora, visto che quanto di meglio è stato già documentato dalla Mack Aborn (che ha preso le distanze da questo box creando un furbo sito apposito dove spara merda su Robert Matheu, Michael Davis e l’altra gente coinvolta nel progetto, NdLYS), non so se l’uscita di questo cofanetto possa giovare o piuttosto nuocere alla memoria del gruppo. I 6 CD sono difatti, come intuibile, ingolfati da prove e live tracks dalla resa sonora piuttosto mediocre. Per i feticisti sarà però il pretesto per farcirsi le vene del r ‘n r debitore alla scuola Chuck Berry/Stones “forzato” fino a diventare esso stesso pietra di paragone, anche per nomi improbabili (quanto Hüsker Dü c’era in un pezzo come Earthy?).

 

                                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE STOOGES – Fun House (Elektra)

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Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

Benvenuti all’Inferno.

Benvenuti nel regno degli empi, nella rappresentazione gotica del mondo moderno.

Benvenuti alle porte di Fun House.

Fun House non è un comune disco di musica rock. Fun House è IL disco rock.

È un disco di una demenza paurosa e di una pericolosità inaudita.

È il disco che suona più forte di tutto quello che c’è stato prima di lui e di larga parte di quello che gli verrà dopo.

Marcio, decadente, scomposto, rumoroso, meccanico, malato, disperato, idiota, massacrante, spossante, sfatto, annichilente.

Fun House è lo schianto definitivo degli anni Sessanta e del suo sogno di far diventare la Terra un gigante Chupa Chups di amore e caramello.

Come i Velvet a New York, Iggy e gli Stooges ci preparano all’angoscia.

L’amore sognato si schianta con l’odio reale. E fa un rumore terrificante.

È quel rumore, quel frastuono di lamiere contorte e quel puzzo di carni bruciate che gli Stooges registrano dentro gli Elektra Sound Recorders studio, sulla Ciniega Boulevard di Los Angeles.

Gli Stooges la chiamano la casa del divertimento ma dentro non ride nessuno.

Sono i quindici giorni in cui si costruisce il disco rock definitivo.

Don Gallucci sistema dei tappeti persiani per insonorizzare lo studio e obbligarlo a resistere al torrente di watt che lo investiranno da lì a breve, poi esce, lasciando entrare le belve. Tutte, Iggy e Steven Mackay compresi.

Si sdraiano sui tappeti, fanno qualche foto, iniziano a mettersi a loro agio con alcol e droghe, quindi attaccano gli strumenti, sistemano i volumi fino a saturare l’aria e simulano il loro agghiacciante spettacolo.   

Non registrano le loro parti un po’ alla volta, come era accaduto per il disco d’esordio. Tutto viene registrato come un live-show, nell’ordine che poi le tracce occuperanno sul disco.

Dall’altro lato del vetro Don Gallucci ha raggiunto Brain Ross-Myring cercando di infilare quell’onda di energia animale dentro le bobine che girano sul gigantesco 8 tracce della 3M che occupa lo studio.

Sono davanti alla più potente rappresentazione del raccapriccio umano mai raffigurata. Gli Stooges sono animali chiusi dentro una gabbia di vetro ma fanno paura lo stesso.

Iggy grugnisce sul microfono, sputa sui vetri, delira, vomita schiuma di birra sui tappeti persiani.

Gli altri dietro disegnano la sagoma del rumore che hanno in testa.

Dentro la stanza girano erba, cocaina peruviana, psylocibina, anfetamine, eroina.

Il rumore prende forme sempre più malate fino a sfociare nel deragliante incubo free di L.A. Blues dove il jazz e il noise fanno per la prima volta l’amore.

La band ha deciso di imburrarsi nell’acido prima di partire per l’ultimo viaggio.

Il delirio è assoluto. Tutto trema, dentro gli studi Elektra.

Dalle mensole cade qualche nastro, si stacca qualche lastra di lana di roccia, le assi di legno fanno rumore di ossa spezzate.

Gallucci comincia ad avere paura davvero, decide di lasciare la band lì dentro anche dopo aver abbassato i cursori audio poco prima del quinto minuto, finchè non avranno smaltito gli effetti del loro stesso dolore. Dietro il vetro non vede più delle bestie ma dei mostri abominevoli che si mordono a sangue, l’uno avventandosi al collo o alla schiena dell’altro. In un abbraccio di morte e dolore.

Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse: “Ho sete”.

Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Egli disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BRUNORI SAS – Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (Picicca)

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Pensavo i cantautori italiani si fossero estinti.

Poi ho preso un taxi per andare in pellegrinaggio a Santiago di Compostela, e li ho trovati chiusi lì dentro. 

Stefano Rosso, Lucio Dalla, Rino Gaetano, Claudio Lolli, Vasco Rossi, Edoardo Bennato, Francesco De Gregori, Ivan Graziani, Franco Fanigliulo.

Seduti vicini vicini, messi uno sull’altro a ridosso di un mambo o di un valzer malinconico, di una rumba tropicale o di un pianoforte a coda.

Il terzo capitolo del libro di Dario Brunori e della sua Società in Accomandita Semplice si prende dunque la briga di mettere in corto circuito il cantautorato moderno con quello antico, dimostrando che alla fine le differenze sono meno macroscopiche di quelle che potevamo pensare.

C’è ironia e sarcasmo da vendere (Mambo reazionario, Il santo morto)  ma anche tanta introspezione e amarezza. Come se Brunori si fosse ricordato all’improvviso di aver lasciato al sole i ricordi e si affrettasse ora a ritirarli, realizzando che anche se sbiaditi dalla luce, i loro colori rimangono sempre più accesi di quelli che fasciano il presente, sicuramente più rassicuranti.

Un disco che trova sempre la rima giusta.

Quella dove cuore fa rima con dolore.

L’ho cantato a squarciagola per un mese intero, fino a conoscerne ogni parola. Anche quando le parole erano ormai finite.

Poi, una triste mattina di Marzo, ho sputato sangue.

E mi sono ammutolito.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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HOODOO GURUS – Blow Your Cool! (Big Time)

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Esiste una legge non scritta ma molto sfruttata, spesso a sproposito: è quella secondo cui un bel disco lo riconosci ascoltando in sequenza gli incipit di ogni brano. Venti secondi per pezzo e capisci già se quel disco ti resterà sullo stomaco per millenni, se dovrai tornare a spiluccarlo perché ti stuzzica il palato anche se al primo morso ti sa di cartone pressato o se invece te lo porterai dentro per tutta la vita, come quel sapore di surrogato di cioccolato delle Girella o quel gusto di liquirizia molle e appiccicosa delle mou da cinque lire della bottegaia sotto casa. Attenti, perché c’è gente che scrive intere recensioni usando solo questo metodo.

Non perché siano più bravi, ma solamente più pigri.

Ora provate l’esperimento su questo disco per capirne l’efficacia.

Del disco, non dell’esperimento, zucconi!

Blow Your Cool! è un investimento sicuro, fuori dalle logiche del Dow Jones. È un pacchetto di felicità tascabile, da portarsi dietro e tirare fuori quando serve. Come i goldoni ritardanti. È il toccasana per le giornate storte, per i viaggi in auto, per le feste che si stanno alterando in abbiocco.

Musicalmente è  quello che io chiamo l’“approdo americano” dei Gurus.

Un omaggio brillante alla febbre Paisley che aveva rigenerato la roots music americana. Una riscoperta delle radici che i Gurus avevano già abbondantemente collaudato nei due album precedenti ma che qui si compie in maniera definitiva pur senza sacrificare lo smalto e la lucidità del classico Hoodoo-sound e coinvolgendo in prima persona la “manovalanza” del movimento (le Bangles al gran completo e i Dream Syndicate). Le chitarre scintillanti di Brad Shepherd e Dave Faulkner sono al massimo della forma e sembrano luccicare come enormi dobro sotto la caligine del deserto texano. La scrittura è versatile e agile, dalla classica ballata da bivacco di Come On fino al cheerleading-style di Good Times passando per l’impetuoso assalto garage di Where Nowhere Is, le cupe arie western di My Caravan, il cowpunk baluginante di Out That Door, la power ballad perfetta What‘s My Scene che è una miniatura dei Lynyrd Skynyrd seduti sotto le fronde degli eucalipti, l’ariosa I Was the One, il passo implacabile e nevrotico della polverosa Middle of the Land.

Canzoni che ti si piazzano in testa e che ti puoi divertire a cantare e strimpellare sulla chitarra. Roba che crea sudditanza per la semplicità di cui è pregna e per l’efficacia con cui ti avvolge, malgrado cominci a sentirsi una certa puzza di lacca che si farà via via più forte, coi dischi della senilità.

Un disco facile, si. Il difficile semmai è scollarselo da dosso.

                                   

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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BOOHOOS – Here Comes the Hoo 1986-1987 (Spit/Fire)

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In un Inferno migliore di questo i BooHoos sarebbero stati la band perfetta.

E per chi c’era, in quegli anni pieni zeppi di mon-claire e facce da MTV, lo furono per davvero.

Chi vi dirà che, fossero nati oggi, i Boohoos sarebbero un gruppo di “successo”, che oggi i tempi sono “maturi” per il loro assalto sonoro, che questo sarebbe stato il momento giusto e blabla vi sta raccontando un sacco di balle. Il suono tossico dei Boohoos di questi due primi lavori colava sperma e sangue, roba che ancora oggi viene venduta “in vitro” esibendo le cosce delle pop-star di turno o il make-up di orridi gruppazzi metal truccati come se fossero sopravvissuti a chissà quale guerra nucleare e che invece perdono il cerone sotto il calore dei riflettori.

La musica dei Boohoos non raccontava menzogne.

Ecco adesso riapparire il loro fantasma, dopo anni di silenzio che devono essere costati fatica e dolore, dopo i fiotti di rumore che i Boohoos ci versarono addosso nel quadriennio ‘86/’89.

Quattro anni in cui l’unica regola era non risparmiarsi, nemmeno a livello personale.

Dopo, non si sarebbero più sprecati nemmeno per rivendicare il ruolo di prime movers che la storia deve loro o per inghiottire le palle di canfora dal baule dei ricordi.

Come se le sabbie mobili si fossero chiuse su una delle rare vicende del rock tricolore ad avere un suo senso, un suo peso specifico: un esordio folgorante, con le dita infilate nelle prese elettriche del Michigan Palace mentre Iggy si sfregia il torso con i petali di vetro che il suo pubblico gli regala. Il suono tossico di The Sun, the Snake and the Hoo colava sperma e sangue, e buttava giù le pareti, sul serio.

Richiudendo la cerniera con una cover di Search & Destroy che chiuderà le bocche proprio a tutti, per anni.

Un suono che apre presto le cosce al glam chiamando tutto il lerciume del rock all’adunata  alla corte di Bacco: Marc Bolan, Barrett, l’Iguana, Lou Reed, Bowie, Alice Cooper, i Fuzztones, Roky Erikson, le NYDolls e i Godz, insieme per banchettare nell’orgia dionisiaca di Moonshiner. Il timbro dei Boohoos diventa nero e fluorescente, come se Ziggy Stardust stesse suonando sopra l’ossario di Bela Lugosi. Era il fracasso di un mucchio di gente incapace di badare a se stessa ma che stava scavando l’asfalto con le unghie pur di allacciare le fogne di Berlino e Detroit con quelle di Pesaro, Italia.

Rocks for Real inclinava infine l’asse verso lo sleaze e lo street-rock e aggiungeva alla cartina una tappa obbligata a Los Angeles, rimanendo comunque perfido e malsano, anche se meno indispensabile.

I sogni durano sempre poco, ma alcuni ti lasciano segni che difficilmente andranno via dalla nostra pelle. I Boohoos questo sono stati: un sogno deviato da cui ti svegli con la cute sfilacciata. Here it comes…..

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BAUHAUS – Go Away White (Cooking Vinyl)

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Venticinque anni dopo. E, malgrado ci fosse stata la parentesi di Gotham, nessuno osava sperare in un rientro discografico dei Bauhaus. Eppure eccoci qua, ancora increduli, a parlare di questo nuovo Go Away White. E la prima conferma è che i Bauhaus non sono più una band, e si sente: i Bauhaus sono quattro musicisti che si sono ritrovati insieme, dopo un quarto di secolo, chiusi in uno studio per due settimane ad elaborare (non più di tanto, come vedremo) del nuovo materiale. Tutto in presa diretta e senza troppi ripensamenti, come una garage-band.

Go Away White frantuma il percorso evolutivo della loro storia, partita come una versione “al neon” del glam rock, sperimentando quindi l’uso del ritmo, della percussione e della camera d’eco, fino ad approdare a quella sorta di torbida psichedelia floydiana che spirava tra le pieghe di Burning From the Inside. Se proprio vogliamo sforzarci di riannodare dei legami con la loro discografia, diciamo che forse è Mask, a livello umorale, il riferimento più prossimo e persuasivo. Quindi i Bauhaus insolenti di Hair of the Dog o Kick in the Eye. A livello strumentale è il basso a regalare le emozioni migliori. Implacabile ma allo stesso tempo morbido, duttile. Le chitarre invece scelgono di farsi metallo, seguono traiettorie proprie ma sono perentorie, rigide, impassibili, nonostante l’uso del wah wah hendrixiano. Tutta la prima parte del disco ha questa impostazione. Le cose cambiano sulla seconda parte del disco dove i toni si fanno più plumbei, grevi e soffocanti. Ma, per la prima volta, pure più tediosi. E’ una inquietudine dissimile da quella tetra e perversa cui i Bauhaus ci avevano abituato. C’è più di una eco del dark-ambient dei Dead Can Dance (evidentemente l’effetto-Deliverance non si è ancora placato, NdLYS) su Saved ad esempio con Peter Murphy che gigioneggia (male) su uno sbiadito tappeto strumentale di campane e gelidi sintetizzatori. Le cose non migliorano nelle altre moviole enfatiche e glaciali di Mirror Remains, The Dogs ‘A Vapour e Zikir (dove riaffiora però quella cappa funerea che fu già parte dei movimenti di The Three Shadows). Le cose migliori stranamente arrivano da un pezzo insolito come Black Stone Heart che squarcia l’apatia e, a dispetto del titolo e del testo (go away white è estrapolato proprio da qui), gioca più con le luci che con le ombre. È il pezzo più leggero mai registrato dai Bauhaus, con tanto di motivetto fischiettato e piano guizzante. Altro pezzo che salverei è Endless Summer of the Damned, balletto marziale e teatrale alla stregua dei Virgin Prunes. Ma l’impressione che resta, anche dopo ripetuti ascolti, è quella di abbozzi di idee promossi a canzoni senza avere l’opportunità di venire sviluppati.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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