NICO – Chelsea Girl (Verve)

2

Il secondo album dei Velvet Underground assieme a Nico esce quando le carriere del gruppo newyorkese e della femme fatale europea si sono ufficialmente separate per sedare gli eccessi di ego di Lou Reed. La silhouette eterea di Nico rischiava, paradossalmente, di oscurare le sagome nere dei Velvet.

Così era nella realtà.

E così era, con dimensioni deformate dalle droghe e dalla paranoia, nella mente di Lou.

Così, spente le luci e i proiettori dell’Exploding Plastic Inevitable, Nico viene gentilmente invitata ad allontanarsi dal gruppo.  

La collaborazione tra Lou Reed, Sterling Morrison, John Cale e Nico però non si è ancora consumata del tutto. Sono loro a scrivere e suonare per metà del primo disco solista di Nico. La scelta imposta da Tom Wilson di “zittire” la sezione ritmica, tiene fuori Moe Tucker dalle sessions di registrazione.

Quello che ne viene fuori, contro il volere della protagonista, è un disco di folk straniante e sinistro, plasmato su una malinconia infinita e divoratrice costruita attorno alla voce fredda e impassibile di Nico, sirena agonizzante cui è rimasta una sola nota da cantare.

Chelsea Girl è un disco dalla bellezza neoromantica e spettrale.

Un paradiso senza stelle costruito dirimpetto a quello di Tim Buckley.

Un paradiso dove nessuno è davvero felice. E nessuno del tutto triste.

Gli angeli suonano i flauti, i demoni le viole.

Poi si lanciano nel vuoto.

Abbracciati.

I passanti alzano gli occhi al cielo.

Pare che piova.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 resize

Annunci

THE SEEDS – Raw & Alive (GNP Crescendo/Big Beat)

0

Il disc jockey Humble Harve Miller, nascosto dietro i soliti occhiali neri  introduce la band a una folla oceanica accorsa al Merlin‘s Music Box di Orange County, quindi i Seeds prendono il loro posto sul palco e attaccano il loro set.

Le urla del pubblico arrivano a folate, travolgendo tutto e tutti.

Un entusiasmo che si riversa inarrestabile anche quando i Seeds decidono di mettere accanto ai grandi classici del repertorio qualche nuova canzone come la lunga e bellissima 900 Million People Daily All Making Love o la sperimentale Night Time Girl costruita attorno al suono dell’ultrararo Vox V251, una chitarra/organo realizzata in poche decine di esemplari.

Sky grugnisce mentre la band incalza tornando dopo le sfortunate spedizioni nel flower-power e nel blues al belligerante beat psicotico degli esordi, davanti al pubblico in delirio che improvvisa un’orgia dionisiaca in onore dei loro idoli.

Peccato che sia tutto finto.

In realtà i Seeds sono chiusi agli United-Western Studios di Los Angeles e il pubblico, quello che rasenta l’isteria durante lo spettacolo, in realtà si sta strappando i capelli per i Beach Boys, a Santa Barbara.

Anche le foto che corredano il disco, su cui campeggia uno Sky Saxon vestito come Lawrence D’Arabia, risalgono a molto prima. A quando la Seedsmania folleggiava per i club della California. In realtà, dopo Future e A Spoon Full of Seedy Blues, i Seeds non se li fila più quasi nessuno. Quella del disco dal vivo è l’ultima carta che resta da giocare a Gene Norman per salvare i Seeds dall’oblio.

Li porta in studio nel Febbraio del ’68 dapprima con una audience scelta tra gli estimatori di lunga data poi, scontenti del risultato finale, da soli, nell’Aprile dello stesso anno. Una volta “truccato”, il risultato viene messo in commercio il mese successivo, infilato in una bellissima copertina che promette nuovamente dei Seeds selvaggi e vivi.

E in realtà, cosi è. Il suono dei Seeds di Raw & Alive, registrato in presa diretta con la band che suona in studio guardandosi in faccia, è quello dei Seeds migliori, ancora capaci di tirare fuori un singolo strepitoso come Satisfy You/900 Million People Daily ma incapaci di gestire l’egemonia di Saxon che ne causerà il collasso.

L’intera trafila di registrazioni è adesso tracciata su questa ristampa definitiva, assieme alla versione originale del disco e alla sua versione “muta” (ovvero senza l’aggiunta del pubblico in visibilio). Se avete ancora un posto vuoto nello scaffale dedicato al rock californiano, adesso è il momento di riempirlo.

 

Franco “Lys” Dimauro

CDWIK2-314

THE VISITORS – The Visitors (Citadel)

0

Bruciate le scorte di cherosene, l’astronave Radio Birdman si disintegrò nello spazio lasciando una pioggia di meteore che continuarono ad ardere per qualche anno. Un evento astronomico i cui reperti sono da anni custoditi dai Templari del Sole Sfregiato in teche preziose (per quanto mi riguarda, i miei scaffali di vinile, NdLYS) e raramente esibiti agli adepti di altri culti. Degli Hitmen abbiamo parlato giusto qualche numero fa. Tocca ora ai Visitors godere della stampa in digitale del loro unico album. Musicalmente e visivamente i Visitors rappresentavano la naturale appendice al Birdman-sound e all’iconografia militare del gruppo madre. Un suono torbido e scuro, con il timbro teso della tastiera a ricamare sul muro granuloso delle chitarre. Minaccioso e fosco, l’album dei Visitors ha lo stesso muso sporco di sangue dei Birdman e dei New Christs e resta uno dei documenti più lucidi e appassionati di tutto l’Aussie-rock. Mayday, mayday….

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

1476211_10151888889149620_1597516488_n

AA. VV. – The ZTT Box Set (Salvo)

0

Se siete stati adolescenti durante gli anni Ottanta non ne siete passati indenni.

Forse non ne siete stati consapevoli e magari vi ci hanno costretto con l’inganno ma era impossibile non avere a che fare con la musica della Zang Tumb Tuum.

Se accendevate la radio o la tivù (e so che lo facevate) non avevate scampo.

E anche se con una smorfia di orgoglio da rockers musoni e catarrosi vi rifiuterete di ammetterlo, inconsciamente i vostri muscoli, cardiaci e non, hanno battuto al ritmo delirante di Relax dei FGTH o bestemmiato ogni volta che passava il tormentone di Moments in Love degli Art of Noise. Non lo sapevate ma quelle sono piccole macerie su cui il vostro terzo orecchio si è sviluppato, al di là di ogni scelta consapevole. Che in quegli anni poteva voler dire spaccarsi i denti pogando sotto un concerto hardcore, sciogliere il cerone ascoltando Robert Smith fare le fusa, farsi cullare dal twee pop degli Aztec Camera, rullare cannoni sotto le istruzioni dettate direttamente da Peter Tosh, comprare beatle boots col tacco cubano dal piccolo importatore sixties per vestirsi come “quella” copertina degli Standells, quello che volete.

Fondata nel 1982 da Trevor Horn con l’aiuto della moglie Jill Sinclair la ZTT  rappresentò l’emblema della trasversalità della dance music.

Potevano starci tutti e ognuno poteva fare quel che cazzo gli pareva.

Un vero concetto di democrazia applicata alla musica.

Musica dance creata ed elaborata come se si stesse lavorando alla tela della Gioconda. Era uno dei concetti fondanti di Trevor Horn, già all’epoca dei Buggles:  lavorare su una canzone pop come se si stesse creando la cosa più importante e bella del mondo. Un perfezionista capace di spendere più di cento ore di lavoro in studio solo per trovare il giusto suono di hi-hat, come viene raccontato da Paul Morley nelle note del succoso libretto di questo box (Paul fu, tra l’altro, colui che battezzò l’etichetta con quel curioso martellìo di parole che doveva ricordare il rumore di un fucile giocattolo e anche quello di una drum-machine, NdLYS).

E di piccoli capolavori pop il catalogo ZTT era colmo. Basterebbe citare il tribalismo di plastica dei FGTH (una micidiale sequenza quella del trittico Relax/Two Tribes/The Power of Love che inaugura il cofanetto), la grazia di una Duel dei tedeschi Propaganda (uno dei pezzi pop perfetti degli eighties), il sapore decadente di una Slave to the Rhythm di Grace Jones (purtroppo esclusa da questo cofanetto per problemi legati ai diritti), la voce da elfa di Bjork fissata su Ooops degli 808 State, i tetris algebrici che si incastrano su Close (to the Edit) degli Art of Noise, il soul morbido e ruffiano del Seal di Crazy (e chi stravede per gli ultimi Kings of Leon farebbe bene a non storcere il naso), il funky androide di Snobbery & Decay degli Act di Thomas Leer (roba per cui i nuovi alfieri del techno-pop, dai Ladytron ai Cut/Copy, pagherebbero tangenti ai Casalesi per poter scrivere, NdLYS), le block rockin’ beats di Red Summer dei Sun Electric.

A questa babele di suoni sono dedicati i tre cd audio di questo cofanetto celebrativo mentre il quarto disco è dedicato agli esperimenti creativi del settore video della label, della cui potenza mediatica Trevor fu uno dei primi a capirne la portata (superfluo ricordare che la sua Video Killed the Radio Star fu storicamente la prima clip ad essere trasmessa da un canale dedicato, NdLYS).

Non ci sono i video che “bucarono” le scalette di MTV, VideoMusic e DeeJay Television per tutto un decennio, ma una scelta che va dagli esperimenti di Godley & Creme su Two Tribes dei FGTH alle riprese low-budget (200 sterline) per The Amusement di Andrew Poppy per poi planare con le ali tese nelle produzioni video della seconda stagione (quella che loro stessi definiscono la fase post-Seal), compreso il video diretto da Johnny Depp per That Woman‘s Got Me Drinkin’ di uno Shane McGowan in fuga dai Pogues.

Sconsigliato ai fanatici delle chitarre-grattugia e dei megaconcerti per palestrati con le spade di Artù tatuate sui bicipiti.  E non perché questa musica sia meno finta di quella, solo perché a Trevor Horn girerebbero i coglioni a vedervi girare attorno alle sue creature di plastica.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

download