AA. VV. – The ZTT Box Set (Salvo)

Se siete stati adolescenti durante gli anni Ottanta non ne siete passati indenni.

Forse non ne siete stati consapevoli e magari vi ci hanno costretto con l’inganno ma era impossibile non avere a che fare con la musica della Zang Tumb Tuum.

Se accendevate la radio o la tivù (e so che lo facevate) non avevate scampo.

E anche se con una smorfia di orgoglio da rockers musoni e catarrosi vi rifiuterete di ammetterlo, inconsciamente i vostri muscoli, cardiaci e non, hanno battuto al ritmo delirante di Relax dei FGTH o bestemmiato ogni volta che passava il tormentone di Moments in Love degli Art of Noise. Non lo sapevate ma quelle sono piccole macerie su cui il vostro terzo orecchio si è sviluppato, al di là di ogni scelta consapevole. Che in quegli anni poteva voler dire spaccarsi i denti pogando sotto un concerto hardcore, sciogliere il cerone ascoltando Robert Smith fare le fusa, farsi cullare dal twee pop degli Aztec Camera, rullare cannoni sotto le istruzioni dettate direttamente da Peter Tosh, comprare beatle boots col tacco cubano dal piccolo importatore sixties per vestirsi come “quella” copertina degli Standells, quello che volete.

Fondata nel 1982 da Trevor Horn con l’aiuto della moglie Jill Sinclair la ZTT  rappresentò l’emblema della trasversalità della dance music.

Potevano starci tutti e ognuno poteva fare quel che cazzo gli pareva.

Un vero concetto di democrazia applicata alla musica.

Musica dance creata ed elaborata come se si stesse lavorando alla tela della Gioconda. Era uno dei concetti fondanti di Trevor Horn, già all’epoca dei Buggles:  lavorare su una canzone pop come se si stesse creando la cosa più importante e bella del mondo. Un perfezionista capace di spendere più di cento ore di lavoro in studio solo per trovare il giusto suono di hi-hat, come viene raccontato da Paul Morley nelle note del succoso libretto di questo box (Paul fu, tra l’altro, colui che battezzò l’etichetta con quel curioso martellìo di parole che doveva ricordare il rumore di un fucile giocattolo e anche quello di una drum-machine, NdLYS).

E di piccoli capolavori pop il catalogo ZTT era colmo. Basterebbe citare il tribalismo di plastica dei FGTH (una micidiale sequenza quella del trittico Relax/Two Tribes/The Power of Love che inaugura il cofanetto), la grazia di una Duel dei tedeschi Propaganda (uno dei pezzi pop perfetti degli eighties), il sapore decadente di una Slave to the Rhythm di Grace Jones (purtroppo esclusa da questo cofanetto per problemi legati ai diritti), la voce da elfa di Bjork fissata su Ooops degli 808 State, i tetris algebrici che si incastrano su Close (to the Edit) degli Art of Noise, il soul morbido e ruffiano del Seal di Crazy (e chi stravede per gli ultimi Kings of Leon farebbe bene a non storcere il naso), il funky androide di Snobbery & Decay degli Act di Thomas Leer (roba per cui i nuovi alfieri del techno-pop, dai Ladytron ai Cut/Copy, pagherebbero tangenti ai Casalesi per poter scrivere, NdLYS), le block rockin’ beats di Red Summer dei Sun Electric.

A questa babele di suoni sono dedicati i tre cd audio di questo cofanetto celebrativo mentre il quarto disco è dedicato agli esperimenti creativi del settore video della label, della cui potenza mediatica Trevor fu uno dei primi a capirne la portata (superfluo ricordare che la sua Video Killed the Radio Star fu storicamente la prima clip ad essere trasmessa da un canale dedicato, NdLYS).

Non ci sono i video che “bucarono” le scalette di MTV, VideoMusic e DeeJay Television per tutto un decennio, ma una scelta che va dagli esperimenti di Godley & Creme su Two Tribes dei FGTH alle riprese low-budget (200 sterline) per The Amusement di Andrew Poppy per poi planare con le ali tese nelle produzioni video della seconda stagione (quella che loro stessi definiscono la fase post-Seal), compreso il video diretto da Johnny Depp per That Woman‘s Got Me Drinkin’ di uno Shane McGowan in fuga dai Pogues.

Sconsigliato ai fanatici delle chitarre-grattugia e dei megaconcerti per palestrati con le spade di Artù tatuate sui bicipiti.  E non perché questa musica sia meno finta di quella, solo perché a Trevor Horn girerebbero i coglioni a vedervi girare attorno alle sue creature di plastica.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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