PARLIAMENT – Osmium…plus (Edsel)

0

Un disco della Madonna. Anzi, un disco di George Clinton, il Dio nero dello “stoned funky”. Inciso nel 1970, quasi in contemporanea con il secondo album dell’ altra band di Clinton di quegli anni, ovvero i Funkadelic, in realtà Osmium sembra una costola di Funkadelic, il debutto di Clinton come profeta del p-funk, dopo i successi (e le delusioni) nel mondo del doo-woop con i Parliaments.

Osmium è un disco carico di funky spastico, quello che tornerà anni dopo ad influenzare più certe indie-bands (Moonshine Heater è un pezzo dove troviamo i Make-Up e i Lynnfield Pioneers con venticinque anni di anticipo, ad esempio, NdLYS) che le centinaia di crew hip-hop che faranno di Clinton il Dio pagano della musica nera a fianco di James Brown.

Ma è anche un disco parossistico, caricaturale, che sconfina nella country music nashvilliana (Little Ole Country Boy sottolineata da violini agresti, pedal steel e scacciapensieri e dal famoso coro yodel poi campionato dai De La Soul e sfruttata come retro per ben quattro singoli!!!), nello spiritual (l’invocazione Oh Lord, Why Lord/Prayer che sembra una elegia barocca figlia di Traffic e Procol Harum) e nei canti folk (The Silent Boatman con tanto di cornamusa), in parte figlie della collaborazione con Ruth Copeland che il gruppo ricambierà partecipando in toto alla registrazione del suo Self Portrait e al successivo I Am What I Am (entrambi da poco ristampati, sempre da Edsel, NdLYS).

Tuttavia non è là che risiede il germe malato della musica dei Parliament, quanto piuttosto nelle tracce dove l’elettricità psichedelica si insinua dentro le impalcature ritmiche di Billy Bass Nelson e Tiki Fulwood.

Sono pezzi come I Call My Baby Pussycat, Moonshine Heater, Nothin’ Before Me But Thang, Funky Woman e nei singoli successivi Breakdown, Red Hot Mama e Come In and Out of the Rain, tutti qui inclusi assieme ad altre tracce seminali come Loose Booty e Fantasy Is Reality. La prima illuminante esempio di funk “corretto” in chiave rap e la seconda figlia dell’ossessione per lo space-funky che Clinton subirà lungo il corso di tutto il decennio.

Osmium è soul music infetta, mutante e freak, figlia degli eccessi della cultura psichedelica e in qualche modo sintomatica delle smanie progressive che incomberanno sugli anni Settanta. Pruriginoso come ogni disco di musica nera ma anche multiforme e pazzoide, capace di inghiottire bocconi di rock bianco e ruminare qualcosa che non ne è una rilettura secondo altri canoni, come in passato era pure stato fatto da Otis Redding, Ray Charles e quant’altri si erano trovati costretti a dover osteggiare il crescente successo della montante invasione inglese di Stones e Beatles reinterpretandone il catalogo, ma un blob organico figlio delle crisi rapsodiche e delle doti camaleontiche del suo creatore.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

13074811

EVERYTHING BUT THE GIRL – Eden (Blanco Y Negro)

0

Ogni stagione ha i suoi dischi, legati ad esse come quei rituali quotidiani che ne caratterizzano l’arrivo o il loro lento o frenetico srotolarsi.

Eden è il il disco dell’Autunno.

È il disco dei cappotti che ridiventano protagonisti degli armadi,

Delle sciarpe che tornano a proiettare le loro curve grigie sulle grucce.

Delle prime piogge che odorano di ozono e di appuntamenti traditi.

Dello spleen appassionato che si appiccica ai vetri e li imbianca di vapore pesante. Delle foglie che corrono impaurite e in fuga sotto i marciapiedi come croccanti larve di clorofilla riuscite a diventare farfalle per un solo giorno.

Eden ha un torpore tutto autunnale, quel bisogno di rifugio dopo le esposizioni solari dell’estate appena passata, quella necessità di sostituire con l’ovatta l’odore di poliestere dei costumi appena sfilati e di trovare riparo tra le coperte lasciando sedimentare i ricordi della bella stagione.

Ben Watt sceglie di raffigurare l’estate che scolora con un batida chitarristico rubato ai maestri della bossanova Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim che caratterizza buona parte dei brani (Each and Everyone, Bittersweet, Even So, Fascination, I Must Confess) ma allo stesso tempo aggiungendo a questa saudade l’amore per il jazz ammiccante ed elegante di Cole Porter (una cover di Night and Day era stato il loro debutto su 45giri solo un anno prima, NdLYS).

Lo dimostrano l’incedere “spazzolato” di Tender Blue, le trombe Bakeriane di Crabwalk o l’organo sincopato della bella Frost and Fire che diventano gli avamposti per il recupero del cool jazz che in quello stesso momento stanno operando personaggi come Style Council, Joe Jackson, Working Week, Sade Adu, Carmel, Matt Bianco.

La voce di Tracey Thorn è l’altro strumento determinante per tratteggiare con misurato distacco questo diagramma di linee semitonali discendenti e di ance discrete. Mai disperatamente accorata, mai del tutto lieta anche quando tutte le altre condizioni sembrerebbero volgerle a favore (il solare riscatto morale cantato su Another Bridge tutta scintillante di chitarre semiacustiche e organo Hammond o nei sapori vagamente spagnoleggianti della poesia d’amore di Even So punteggiata da un sottile gioco di nacchere o nella rilassata e morbida dolcezza sprigionata da The Spice of Life).

Languori pop/jazz che il duo di Hull abbandonerà presto scivolando verso il guitar-pop, il country, il pop orchestrale, fino a rigenerarsi totalmente (e riscattarsi ecomonicamente, NdLYS) nell’elettronica figlia della jungle e del trip-hop dei mid-Nineties ma che qui rappresentano la raffigurazione musicale perfetta dei molli ed esangui pomeriggi autunnali che tornano ad ammuffirci il cuore ogni anno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

R-372059-1271419231

THE PANDORAS – It‘s About Time (Voxx)

0

La Voxx decide di ripubblicare, senza promozione e in sole 200 copie, il primo album delle Pandoras.

Lo fa male, ma lo fa.

Perché, al di là dei suoi limitati meriti artistici, It‘s About Time fu l’apice passatista delle all-female band che dominavano la scena californiana dei primi anni Ottanta.

Anni in cui la playa di Los Angeles era ancora sgombra dal silicone e piena di ragazzine ninfomani che preferivano le Rickenbacker alle tavole da surf.

Paula Pierce era una di queste.

Si era portata a letto mezza scena neogarage della zona e aveva deciso di mettere su una sua band.

Non necessariamente gente che sapesse suonare.

Trova Deborah Mendoza, Gwynne Kahn e Casey Gomez che verrà subito sostituita da Bambi Conway per questo primo album.

Quattro puttane psichedeliche, come Paula stessa le definirà man mano che i letti da sporcare diverranno sempre più numerosi e il suono delle Pandoras sempre più tamarro, alla ricerca dell’“onda giusta” che per loro non arriverà mai.

It‘s About Time è l’istantanea di un attimo dove calcolo ed istinto riescono a creare un’immagine presto soffocata dalle banalità e dalla lacca.

Tecnica dozzinale, furtarelli passati in prescrizione e tanta tanta gioia adolescenziale.

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

R-1297322-1376248404-8554

THE POLICE – Outlandos D’amour (A&M)

3

Quando i Police nell’immediato dopo-punk esordiscono nella scena rock inglese non sono lupi di primo pelo. Stewart Copeland è un ventisettenne spilungone che ha suonato le pelli dei tamburi e la carne della cantante dei Curved Air, Sting è un biondo ventottenne che si è fatto le ossa nel circuito jazz di Newcastle e Andy Somers, che dapprima affianca e poi rileva il primo chitarrista Henry Padovani, è un trentaseienne reduce dell’epoca freakbeat che ha partecipato allo storico singolo The Madman Running Through the Fields/Sun Come Bursting Through My Cloud dei Dantalian‘s Chariot e condiviso i sogni lisergici di Robert Wyatt e Eric Burdon, prima di bucare il provino per diventare il sostituto di Mick Taylor negli Stones. Tre biondissimi che col punk hanno poco a che spartire, per attitudine, capacità strumentali ed immagine pubblica.

È Miles, il fratello più grande di Stewart, ad obbligarli a salire forzatamente sul carrozzone già mezzo sfasciato del punk, storcendo il naso quando si tratta di caricarsi sul groppone un vecchio hippie come Andy. È ancora lui a finanziare la registrazione del loro album di debutto, nonostante quello che viene fuori da quelle sessions sia mille miglia distante dalle sue prospettive tanto da costringerlo ad abiurare all’iniziale idea di intitolare il disco Brutality ed optare per un più adeguato Outlandos D’amour (il “commando fuorilegge dell’amore”).

Le iniziali scorie punk, quelle vomitate sul palco del Festival Punk di Mont de Marsan a fianco di Eddie and The Hot Rods, Boys, Damned, Clash e Dr. Feelgood l’anno precedente e sui quattro minuti del loro primo 45 giri, sono state già quasi del tutto smaltite. Ne resta giusto un timido accenno nell’iniziale, velocissima, Next to You. È il “dove eravamo rimasti” di un debutto che invece si sposta subito su altri territori, già frequentati dalle compagini punk del Regno Unito, come quelli del pub-rock, del reggae e del power-pop. Nessuno aveva però trovato l’equilibrio ritmico, compositivo, esecutivo che potesse farne una formula accattivante come succede nei Police. Quella ritmica asciutta e decisa, quel basso avvolgente e fasciante,  quegli accordi di chitarra che splendono come se venissero davvero colpiti dai raggi del sole giamaicano, quella sovrapposizione di voci così funzionale all’innegabile appeal radiofonico di quelle canzoni. Quello che viene mutuato dal punk è l’essenzialità delle canzoni che, nonostante le enormi capacità tecniche dei tre sbirri, vengono private da ogni sbrodolatura, circoscritte in un’asciuttezza espressiva che le rendono affini, concettualmente, ai vecchi inni mod dei Who.

Il trittico in levare So Lonely/Roxanne/Hole in My Life rivela al mondo la ricetta fortunata del terzetto inglese. Peanuts, in chiusura di facciata, torna a pestare la merda punk (e qui, le affinità nascoste con i Who diventano invece evidenti, con uno strumming chitarristico di chiara discendenza Townshendiana, il pirotecnico assolo dello stesso Summers, l’innesto del sax di Sting che ricorda tanto l’amato corno di John Entwistle, NdLYS) e a lanciare invettive più o meno palesi contro Rod Stewart. Dal vivo il pezzo raggiunge velocità vertiginose con i roadies costretti a rimontare la batteria di Copeland durante o appena dopo l’esecuzione.

Una presa per i fondelli (Peanuts, più che un omaggio ai cartoon, è una allegoria verbale di Penis) che vale quanto un intero album dei Green Day.

La side-B si apre con un altro trittico fenomenale come Can‘t Stand Losing You/Truth Hits Everybody/Born in the 50’s prima di annegare nell’inconcludente poesia di Be My Girl-Sally e di lasciare esplodere, dopo mezz’ora di costrizione, la voglia di sperimentare, con i cinque minuti e mezzo di Masoko Tanga, dissertazione divertita sull’amata musica giamaicana.

Sting imparerà anni dopo ad esplodere dopo molto più esercizio, diventando il profeta occidentale dell’amore tantrico. Sotto di lui, la sua donna si era addormentata molto tempo prima, senza che lui se ne accorgesse.  

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

R-793593-1201128430