THE CHARLATANS – Who We Touch (Cooking Vinyl)

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Una volta i Charlatans erano la miglior band di brit-pop, in grado di scrivere una cosa come Can‘t Get Out of Bed e di sbatterti davvero giù dal letto, malgrado il titolo.

E tirartici fuori saltando, come fosse il giorno più bello della tua vita.

Mica sbattendo il muso sullo stipite della porta.

Poi gli anni sono passati per tutti, loro e me compresi.

E la voglia di tirar fuori la gente dal letto è venuta meno. E i colpi sugli stipiti, per quanto mi riguarda, sono più frequenti delle botte a mia moglie.

Però mi piace vedere che credono ancora in quello che fanno e che la Cooking Vinyl non ha tarpato le ali a cotanta abnegazione pubblicando in edizione doppia il loro nuovo disco e pubblicando un promo “fisico” (udite udite, cari amici discografici che mandate i file delle suonerie Nokia al posto dei dischi) che è una perfetta copia del disco ufficiale: doppio cd, copertina di cartone lucida e apribile, libretto interno. Insomma, a parte il numero di catalogo, una copia perfetta.

Sarà una banalità ma anche da queste cose ti accorgi se una band è diventata del tutto di serie B o se conta ancora qualcosa. Magari solo per se stessa.

I Charlatans non credo faranno nuovi proseliti. Non con questo disco.

Hanno già detto tutto e quel poco che rimane loro da dire lo ribadiscono all’infinito (It’s All Down to Our Intimacy ripetuto fino alle crisi convulsive, Sincerity o Smash the System quasi…NdLYS) o lo fanno dire ad altri come nell’episodio migliore del disco affidato alle parole e all’ugola maleducata di Penny Rimbaud dei Crass.

Da questo punto di vista la scelta di uscire con un disco doppio comprendente gli scarti e i provini appare esecrabile. I La’s hanno dovuto aspettare quindici anni per vedere pubblicati gli scarti di un capolavoro, che i Charlatans abbiano almeno il buon gusto di aspettare un paio di mesi. O no?

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LOVE – Forever Changes (Elektra)

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They’re locking them up today

They’re throwing away the key

I wonder who it’ll be tomorrow, you or me?

We’re all normal and we want our freedom

Freedom… freedom… freedom… freedom.

Come in una macchina del tempo Arthur Lee racconta della sua prigionia con trent’anni di anticipo.

In realtà non è così, perché nel 1967, anno di uscita di Forever Changes, i Love non parlano d’altro se non della libertà ideologica della loro generazione, quella che sogna di poter cambiare il mondo avvolgendolo in una bolla d’amore universale e quando scrive The Red Telephone, più che dal carcere è ossessionato dall’idea della morte.

Forse è per questo timore che Forever Changes risulta così ambizioso: Lee vuole combinare assieme il folk e il rock acido e coprire tutto con una patina di leziosità cameristica che ha assorbito dagli ascolti di Burt Bacharach.

Vuole creare un nuovo standard di classicità pop che sacrifichi certi furiosi attacchi punk dei primi album ed esalti invece il lato più onirico e melanconico dei Love con una maestosità spesso invadente e volutamente eccessiva (le trombe mariachi che soffocano Alone Again Or, l’atmosfera autunnale e parigina dei violini che inondano Old Man, le trombe sudamericane di Maybe the People Would Be the Times or Between Clark and Hilldale, le partiture orchestrali di The Red Telephone, il finale trionfale di The Good Humor Man He Sees Everything Like This, il tono da Nabucco del crescendo di You Set the Scene). Tutto splendido e immaginifico.

Le perle del disco rimangono tuttavia gli episodi dove questa tendenza all’eccessivo viene invasa dall’acido che esce fuori dai rubinetti della chitarra di MacLean come A House Is Not a Motel devastata da un finale hendrixiano o Live and Let Live o laddove viene preservato il gusto per una musica sofficemente lambita dai richiami alla tradizione folk e country (la troppo spesso dimenticata Bummer in the Summer, la fragilità estatica di Andmoreagain, la stramba The Daily Planet che sembra scivolata fuori dallo scatolone folle di A Quick One dei Who). Forever Changes pur nella sua ambizione inesplosa rimane uno dei vertici della storia della musica americana, polvere pirica infilata sotto il prato verde del folk/rock, pioggia acida sopra i campi di cotone degli Stati Uniti d’America.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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