CHRISMA – Chinese Restaurant / Hibernatiòn / Cathode Mamma (Polydor)

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Nessuno capì bene se ci fossero o ci facessero ma di certo dei Chrisma si fece gran parlare (e vedere) alla fine degli anni ‘70. Loro erano il lato più scandalistico del punk, ovvero l’unico che allora interessava gli italiani. Così, dopo l’esordio in chiave afrobeat di Amore, i Chrisma decidono di mettere scompiglio e cavalcare l’onda del sado-punk: Christina canta senza mutande al Festivalbar e Maurizio rilascia interviste ficcandosi la spilla da balia sulla guancia e simulando mutilazioni on stage: un gossip eccentrico e provocante utile ai giornalisti per gettare merda sul punk, una macchina spietata per fare clamore e alimentare facili scandali. I primi due LP sono pura avanguardia per la musica italiana degli anni di piombo, sospesa tra certo decadentismo teutonico e l’algida suburbia di Ultravox!, Kraftwerk, Suicide e Tuxedomoon ma sono soprattutto il frutto dell’ingegno elettronico dei fratelli Papathanassiou che lavorano fattivamente ai dischi. Cathode Mamma cede alle adulazioni dell’hit-parade e emigra verso un elettropop mansueto abbandonando il plumbeo e decadente minimalismo dei primi due dischi con cui i Chrisma battezzarono, con pochissimi mezzi, la nascita della new-wave italiana, in piena strategia della tensione e stragismo di Stato. Cult.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE STAIRS – Who Is This Is (Viper)

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Apparentemente dileguati nel nulla dopo l’uscita di quel capolavoro rough-beat di Mexican R ‘n’ B, gli Stairs continuarono in realtà a sconvolgere il loro suono elaborandolo così tanto da destabilizzarsi. Il secondo disco viene allora accantonato e la band si sfascia, per sempre. L’album esce ora grazie al lavoro appassionato di Paul Hemmings e della sua Viper: il crudo e crepitante R ‘n B stonesiano del debutto è diventato un budino allucinogeno dove galleggiano grumi di psichedelia, Northern Soul, Detroit-punk, hard-blues, prog-rock, echi di Move, Mayfield, Stones, Action, sciccherie barocche da Magical Mistery Tour, modismo da Magic Bus, vapori Hendrixiani e sevizie fetish da L.A. Blues.

Le chitarre si dilatano e si attorcigliano, Edgar spinge le corde vocali fino allo spasimo e fanno capolino fiati e flauti. Un suono che si celebra così tanto da auto-indursi alla eiaculazione (come nel solo Bonham-iano di Stop Messin’  o nella fellatio chitarristica di Happyland, NdLYS) ma che avrebbe potuto darci ancora quelle vibrazioni che invece ci vennero negate. Grandi Stairs.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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Q65 – Nothing But Trouble 1966-68 (Rev-Ola)

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C’è un vicolo poco calpestato nella storia del rock ‘n roll: è quello del neder-beat dei mid-sixties di bands come Outsiders, Motions, Cuby + Blizzards, Golden Earrings, Jay-Jays, Baroques e soprattutto loro: gli ENORMI Q65. Gente capace di far deragliare il R&B albino degli Stones e dei Pretty Things facendolo stramazzare al suolo con una veemenza bastarda, facendogli sputare sangue e tirandogli fuori le interiora. Accordi sporchi e lacerati, ritmi della giungla, standard blues oltraggiati e mutilati col rasoio. Tutto, nei Q65, era pura deflagrazione e affronto punk, perlomeno prima che si saturassero polmoni e cervello con massicce dosi di fumo afgano. Questa raccolta impagabile fa luce sul triennio più prestigioso della loro storia, con le feroci stilettate beat-punk di Cry in the Night, I Despise You, I Got Nightmares, It Came to Me, You‘re the Victor, lo strangolamento di Willie Dixon e l’omicidio simulato a Bo Diddley su una I‘m a Man alla tetanospasmina. Il tutto con ottimo corredo di foto e liner notes firmate Lenny Helsing. Acquisto obbligato.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE WRECKERY – Past Imperfect (Memorandum)

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Appena fuori dai Bad Seeds Hugo Race realizzò che il suo conto col blues non era ancora stato saldato. Musica del diavolo, si sa. Contratti vergati col sangue, anime vendute, angel hearts, veleno difficile da smaltire. Col cazzo che te ne esci dopo un disco, anche se quel disco si chiama From Her to Eternity.

I Wreckery nacquero da questa necessità, all’interno della comunità swamp blues australiana ispirata dalle sevizie goth-punk dei Birthday Party e pur non avendo la tossicità malsana degli Scientists o il fascino scheletrico dei Beasts of Bourbon furono in grado di turbare più di un sogno. Valeva dunque la pena reintingere gli stivali in questi pantani di chitarre impregnate nella pece, tromboni arrugginiti e catene che pestano a morte iene e diavoli di Tasmania (I Think This Town Is Nervous) o sprofondare nel salmodiare pagano di pezzi come Hometown Exile o Two Wings. Un po’ prolissa la scelta di ricavarne un doppio, ma l’omaggio era dovuto.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro 

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