THE SICK ROSE – The Hot Roses! (Indie)

0

In Via Gattico 14, Torino cresce il roseto più florido del garage punk italiano.

È il giardino di Cristina Scanu, agguerritissima fan n. 1 dei Sick Rose.

Nel 1988, per brindare ai primi quattro anni di attività della migliore garage band italiana, arriva una cassetta di quindici pezzi pubblicata dalla Indie Records di Mestre.  Prezzo di vendita 12500 Lire. Chi vuole può abbinarlo all’acquisto di Covers, un 7” con quattro cover inedite (99th Floor, Blue Girl, Night of the Sadist, Yeah!, ora quotato intorno ai 25 Dollari, NdLYS) e On Video, una VHS registrata durante il tour europeo del 1987.

Oggi credo non la troviate più da nessuna parte, manco se vi prostituite.

È il periodo d’oro del fan club della band piemontese.

The Hot Roses! è un documento che racchiude session radiofoniche come quelle per la storica puntata di Stereodrome dedicata ai Doors del 25 Ottobre 1986, svariati pezzi destinati a compilation italiane (Things Getting Better per Tracce) e straniere (Don‘t Come With Me per Declaration of Fuzz, She‘s Got per Raw Cuts), inediti in studio (le cover di 2120 South Michigan Avenue, Mr. Nobody e Bad Day Blues) e live (tutta la seconda facciata). Niente di eccezionalmente alto a livello artistico ma certamente un dessert piacevolissimo per i palati dei tanti golosi e voraci fanatici della band torinese.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 images

THE CLASH – Cut the Crap (CBS)

0

Il 28 Maggio del 1983 davanti a centoquarantamila persone assiepate al Parco Regionale del Glen Helen di San Berardino in California, il sogno dei Clash si sbriciola. Quello che divenne famoso come “il giorno in cui la new-wave morì” si risolse in una coda di polemiche e di scontri con promoters, dj e gli artisti metallari in scaletta il giorno seguente.

Anche i rapporti tra i quattro punk inglesi stanno per sfociare nell’odio. 

La guerra contro il sistema sta diventando la guerra contro se stessi.

I meccanismi dello show-biz stanno inghiottendo i Clash con tutte le ossa, acuendo la dipendenza da alcol di Topper Headon ormai incapace di reggere i ritmi che la “professione” richiede e alimentando lo scontro tra Strummer e Jones sulla via evolutiva che a quel punto il gruppo deve intraprendere, dopo aver tracciato la strada per uscire dal ghetto punk.

Joe Strummer a quel punto decide di fare dei Clash un affare personale. Con un rapido giro di telefonate fa fuori Mick Jones e Topper Headon, quindi telefona a Paul Simonon chiedendogli “sei con me o contro di me?”.

Paul si accende una sigaretta e si passa le mani sul ciuffo.

Sa che come musicista deve tutto a Mick.

Però sa che deve tutto come uomo ai Clash.

I Clash. Un nome che, mentre il mondo si ostina a declinare al plurale, è singolare maschile.

.“….five guitar players but one one guitar” continua a ripetersi Paul.

Lui chiede a Joe chi terrà il nome.

“Noi”, risponde Joe, “The Clash siamo noi”.

Sa che Simonon non potrà più rifiutare. E infatti non rifiuta.

I Clash sono davvero loro, più il vecchio amico Terry Chimes (poi rilevato da Pete Howard, assoldato con lo stesso trucco usato per Simonon, NdLYS) e ben due chitarristi. Perché l’assenza di Mick si senta di meno.

Perché tutto faccia meno male.

La band ci mette un po’ ad ingranare. E quando esce l’atteso Cut the Crap, il 4 Novembre del 1985, non tutto è ancora al suo posto, tanto che il working-title per l’album è  proprio Out of Control, poi sostituito da Bernie Rhodes senza nemmeno chiedere l’approvazione della band. Del resto, pensa Bernie, “quale band?”.

L’album viene registrato con l’apporto di session-men e tante sovraincisioni, contrariamente allo stile diretto dei vecchi Clash.

La cosa che stupisce di più, al di là dell’empasse creativa e della banalità che attanaglia gran parte del lavoro, è che a conti fatti le analogie stilistiche tra Cut the Crap e This Is, primo disco dei Big Audio Dynamite di Jones uscito praticamente in contemporanea, sono sicuramente ben più evidenti delle insormontabili divergenze stilistiche annunciate in sede di separazione, aggiungendo la beffa al danno ormai consumato.

L’accesso massivo all’elettronica (sintetizzatori e beat-box) e la vigorosa componente ritmica sono le caratteristiche che emergono rapide e, ahimè, insipide all’ascolto. A queste due risorse viene affidato l’ingrato compito di riempire quasi del tutto l’enorme vuoto creativo di Cut the Crap, come avviene ad esempio su Dictator, Are You Red..y, Cool Under Heat, Fingerpoppin’ o Life Is Wild. Anche le logore cartoline punk (Dirty Punk) e reggae (Three Card Trick) sembrano più una caricatura dei Clash che un omaggio ai vecchi tempi.

Va meglio quando Strummer e Rhodes cercano di resuscitare il fuoco anthemico dei tempi andati (This Is England e Play to Win che tuttavia sembrano più delle canzoni da campo sportivo che da stadio, se riuscite ad afferrare la differenza, NdLYS) o anticipare certi latinismi che più tardi Joe tornerà a scolpire in forme più definite e motivate coi Mescaleros (North and South) ma è un fuoco di paglia.

E i primi ad accorgersene, subito dopo i vecchi fan, sono proprio loro.

Gli ultimi tizzoni dei Clash si spengono sotto la neve del Gennaio 1986.

Qualche fan spiritoso si improvvisa fachiro e cammina a piedi nudi sui carboni e sulla cenere della più grande rock band inglese, dimostrando che quei fuochi che prima ustionavano le carni ormai non scottano più neppure l’epidermide. 

 

Il mohicano alzò la mano insanguinata fin sulla tempia, simulando con il pollice il cane e con l’indice la canna di una pistola.

Guardò in faccia il poliziotto che lo teneva sotto tiro.

E con un’ultima smorfia di follia spavalda e omicida, intonò il suo ultimo giro di basso. Puff…Puff……..Pufffff.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Cut_the_Crap

THE GRUESOMES – Hey! (Ricochet Sound)

0

Si chiude in malo modo il contratto tra i Gruesomes e la Ricochet Sound, col gruppo che rifiuta le offerte di suonare nei festival estivi italiani e spagnoli e la label canadese che ricatta la band rifiutando di promuovere nel Vecchio Continente l’ultimo atto della loro discografia vintage. Un finale patetico giocato con spregevole ambiguità sul Myspace ufficiale della label e quello “fake” della band con un Raye che vuole meschinamente salvare capra e cavoli. Insomma, una merdata.

Un po’ come fu questo terzo album della garage-band canadese che tirava lo sciacquone sulle sozzerie dei primi due dischi con un garage sempre meno punk e sempre più innocuo e molliccio. C’erano le maracas, c’erano le parolacce, c’era la blues-harp e anche il fuzz maniacale. E stavolta c’era anche una ballata neo-esistenziale come World of Darkness. Quello che mancava era la libidine. Mancava la sensazione di un analfabetismo trash che invece trasudava dai primi dischi. La stessa differenza che c’è tra guardare Mondo Cannibale e un palloso documentario di Ulisse sulla cultura tribale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

R-3217733-1320930897

FIVE O’CLOCK HEROES – Speak Your Language (Glaze)

0

Il loro debutto aveva fatto pestare qualche piedino, compreso il mio, grazie alla verve contagiosa di Skin Deep e di qualche altra mou appiccicosa. Speak Your Language non fuga però i dubbi che emergevano da quel disco. Affiorano i soliti richiami al rock britannico dei tempi d’oro, da Costello ai Pogues passando per Paul Weller, Madness e Boomtown Rats e gli “eroi” azzeccano qualche brano (l’iniziale giga elettrica di Judas, il tiro-Kooks di New York Chinese Laundry, il richiamo combat-rock di God and Country) ma ci sono anche degli scivoloni rovinosi come l’irritante singolo Who affidato a quella zombie di Agyness Deyn, il banale reggae Don‘t Say Don‘t (la Bertè mignotta di La luna bussò se li mangia per intero, ossa comprese, per dire, NdLYS), il balletto senza nerbo di Alice, il coretto da Fantabosco di Grab Me e qualche altra puttanata buttata qua e là che ancora una volta ci lascia qualche riserva. Lavorate di filtro e setaccio e riuscirete però a farne il vostro piccolo rifugio da allegria a buon mercato.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

fiveoclock-heroes_speak-your-language