MC5 – Purity Accuracy (Easy Action)

6 CD 6 per celebrare la storia degli MC5. Ovvero il doppio di quanto realizzato ufficialmente dalla formazione di Detroit durante la sua tormentata esistenza. Una sorta di paradosso, soprattutto se la concateniamo a tutta la serie di celebrazioni che ultimamente stanno coinvolgendo il gruppo di Wayne Kramer e soci. Roba che le  buonanime di Rob Tyner e Fred Smith non si sognavano nemmeno lontanamente: troppo vivido il ricordo delle mazzate della censura, delle menzogne, delle sorveglianze occulte del Dipartimento della Difesa, dell’esilio artistico e sociale per sognare un qualche “sdoganamento” commerciale dei Motor City Five. Quando Nina Antonia scrive, nelle lunghe note che accompagnano il box, che sarebbe stato impensabile fino a qualche tempo fa poter vedere una T-Shirt col logo degli MC5 sul corpicino delizioso della moglie di Brad Pitt (il riferimento è al lungometraggio “Friends”) è infatti quanto mai vicina alla realtà. Ma questa è la misura del mito. Essere infinitamente più grandi della propria storia, essere infinitamente più avanti rispetto alle altre storie che ti stanno intorno. La spettacolarità eversiva degli MC5 non avrà altri eguali nel corso della storia del rock a stelle e strisce, nessun altro gruppo riuscirà ad avere lo stesso impatto destabilizzante, la stessa consapevolezza politica, la stessa carica detonatrice. Ma veniamo al cofanetto: 22 tracce occupano il primo CD intitolato Reharsals con versioni strumentali, inedite, acustiche o alternative del periodo Back in the USA/High Time, una perla di rock ‘n roll caustico che ridà onore e dignità a un periodo da molti considerato erroneamente come “calante” nella breve storia del gruppo. Balle. Roba come Skunk, Poison o Sister Ann sono l’unica evoluzione possibile e auspicabile per un suono sballato e potente come quello del gruppo americano. Il secondo disco, 1965-1968, si occupa ovviamente delle origini della band e fa emergere, per contrasto, quale fosse stato l’impatto che l’incontro con John Sinclair avrebbe avuto sulle coscienze di Smith e soci. La storia embrionale degli MC è infatti quella tipica di tante altre garage bands che popolavano gli Stati Uniti in quel medesimo periodo, con un occhio alla soul music di Ray Charles e James Brown e una al blues/rock ‘n roll traviato di Bo Diddley o Jay Hawkins con un gusto appena accennato verso le derive chitarristiche rumorose, slabbrate, grezze. La svolta politica li avrebbe poi portati a scoprire artisti più “impegnati” e visionari come Sun Ra, John Coltrane, Archie Shepp e Pharaoh Sanders (contemporaneamente agli Stooges di Fun House, ossessionati dalle stesse articolazioni free e sviluppate in ambito noise, NdLYS). Il terzo disco è il concerto al Saginaw Civic Centre del Capodanno del 1970. E’ il periodo più movimentato per la band, con un nuovo disco in uscita per quello stesso mese e un altro già pronto oltre a una serie di date programmate per tutti gli Stati Uniti e l’annunciato sbarco europeo programmato per il Luglio a venire. L’aria è satura ed elettrica, seppure i toni epicamente tribali di Kick Out the Jams siano già stati consegnati alla storia. Bella la versione di Fire of Love di Jody Reynolds e l’orgia finale destinata a Starship/Kick Out the Jams/Black to Comm/Teenage Lust. Le serate folli al Grande Ballroom di Russ Gibb sono immortalate (oltre che su KOTJ, ovviamente inciso là la sera di Halloween) invece sul quarto disco: Live at The Grande Ballroom 1968. Si tratta di 7 estratti da 5 diverse serate sul celebre palco della Motor City tra cui una lunga dissertazione blues intitolata I’m Mad Like Eldridge Cleaver. Il suono è torbido come piscio, e non potrebbe essere diversamente. La bandiera americana viene oltraggiata ripetutamente, il Ballroom è una orgia di capelloni che brindano col vino dell’anarchia. Più articolata la scaletta del concerto del 27 Giugno ’68 allo Sturgis Armory, Michigan che occupa il quinto disco con una parte centrale dedicata ai signori dalla pelle d’ebano James Brown, Pharaoh Sanders e Little Richard, mentre i classici si chiamano I Want You, Borderline, Come Together e l’inevitabile Kick Out the Jams, Motherfuckers. Live at the 100 Club London 13th March 2003 chiude invece il pacchettino con 20 minuti rubati alla tanto chiacchierata esibizione sponsorizzata Levi’s® dello scorso anno con gran polvere (ma giusto quella, NdLYS) di stelle tutt’intorno. Ignoro i motivi che hanno portato a spurgare solo quattro pezzi dalla scaletta ma essendomi sucato l’intero DVD pieno di zombi come Dave Vanian o Ian Atsbury e avendo sbadigliato copiosamente, direi che la scelta alla fine risulta vincente: c’è Lemmy che azzanna le lame dell’armonica che accarezza la pelle della sorellina Anne, una discreta Gotta Keep Movin’, la Looking at You cantata da un Dave Vanian che credo stesse ascoltando qualcos’altro in cuffia, e la sempre infinita Skunk che, come la Pamela Anderson, credo sia impossibile riuscire a rendere brutta. Un autentico monumento con cui la giovane Easy Action si consegna, sin da ora, alla storia. Ora sapete cosa chiedere a Babbo Natale vero?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

R-553410-1255608735

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