NICK DRAKE – Five Leaves Left (Island)

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Le sei del mattino.

L’ora in cui gli spettri della notte si diradano per fare spazio a quelli del giorno.

L’ora perfetta per lasciare che la musica di Nick Drake riempia la stanza, con la sua malinconia bagnata da un autunno che prelude a un inverno che anticipa un altro autunno che sfocerà in un inverno infinito.

Perché moriamo tutti in un giorno di pioggia, sotto un ombrello bucato.

Avvolti nelle pagine di un calendario che ci siamo stancati di sfogliare.

Schiacciati dal masso di Sisifo, scivolato giù dal monte delle nostre illusioni.

Seppelliti da un cielo che è caduto giù assieme alle macerie dei castelli che ci avevamo costruito sopra.

Ossequiati da amici che ci avevano negato il loro sorriso e che adesso vorrebbero condividere con noi la carezza che non hanno avuto il coraggio di regalarci in vita.

Nessuno sa chi sei eccetto la pioggia e l’aria. Ma non preoccuparti, tutti sapranno chi sei una volta che te ne sarai andato, ci canta Nick su Fruit Tree.

E Nick è uno che ha fretta di andarsene, come me.

Per sentire il rumore che fanno gli abbracci, quando non puoi più sentirne il calore.

Non ci sono cinguettii, tra le fronde dei rami che Drake spia dalla sua finestra su Carlyle Road.

Poi, dopo trentasette minuti, il sole del sabato sospinge finalmente le imposte, con la stessa timidezza cortese della pioggia che l’ha preceduto.

Nick Drake poggia la sua chitarra sul letto e si siede al pianoforte, carico di nostalgia per la gente che è passata dietro le imposte di casa sua senza avere il tempo di fermarsi.

E il sole del sabato portava gente e volti
che non sembravano entrarci molto
Ma quando mi ricordo quella gente,
quella gente e quei luoghi
a loro modo erano davvero troppo belli
a modo loro, a modo loro
.

 

Così la domenica se ne stava seduta
Al sole del sabato
E piangeva per un giorno che se ne era andato.

 

Le sei e quarantuno.

Indosso la mia camicia migliore.

Come se ad aspettarmi, oltre ai silenzi, ci fosse anche un abbraccio così intenso e sincero da riuscire a stropicciarmela.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

     

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THE KINGSMEN – Louie Louie – The Best of The Kingsmen (Repertoire)  

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Esiste una r ‘n r band che non custodisca in scaletta Louie Louie?

Ve lo dico io: no. Non esiste perché Louie Louie racchiude nei suoi 160 secondi tutta l’essenzialità famelica del rock ‘n’ roll. Un richiamo debosciato che ne causò l’immediata censura nonostante la semplicità del testo. Era il 1963 e l’FBI e l’America tutta si trovava nuovamente ad osteggiare la dissolutezza dei costumi giovanili, dopo le mosse del bacino di Elvis. I Kingsmen furono una delle più importanti bands dell’epoca pre-Beatles, autentiche icone del cosiddetto frat-rock: musica da party dove i soliti tre accordi (in genere sempre gli stessi, NdLYS) si inseguivano cambiando di volta in volta titolo, e poco altro. Suono legnoso, virtuosismi banditi, call and response senza soluzione di continuità e standards del calibro di Little Latin Lupe Lu, Jolly Green Giant, Money, Little Sally Tease, The Climb: la festa è servita, gli uomini entrano solo se adeguatamente accompagnati.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE TELL-TALE HEARTS – The “Now” Sound of The Tell-Tale Hearts (Voxx)

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Nell’estate del 1984, mentre la band è in giro a fare concerti, Greg Shaw ha fretta di mettere sul mercato il disco di debutto di quella che egli reputa, a ragione, una band fuori dall’ordinario. Senza rispettare i patti, Mr. Bomp decide di remixare da solo le tracce di quello che sarà l’omonimo debutto dei Tell-Tale Hearts e lanciarlo sul mercato. La band si trova il suo disco in vetrina prima ancora di rimettere piede a San Diego e resta delusa a mio avviso più che dal risultato tecnico dall’atteggiamento dispotico e prepotente di Greg.
Lo scontro verbale dentro gli uffici della Voxx si conclude con la decisione di mettere in circolazione, a breve scadenza, un nuovo disco.
Registrate a pochi isolati dalle loro case, negli Swingin’ Studios di Mark Neill (il chitarrista degli Unknowns di Bruce Joyner e diventato produttore acclamato nel 2010 dopo aver messo mani su Brothers dei Black Keys, NdLYS) su un poverissimo tre-tracce (il debutto era stato registrato su un molto più moderno 24-tracce), le sei canzoni di The “Now” Sound amplificano la forza d’urto del R&B dei Favolosi Cinque con una doppia tripletta di canzoni che lasciano sconcertati per abilità di scrittura (It‘s Just a Matter of Time), struttura (si ascolti It‘s Not Me e i suoi cambi di atmosfera ma pure il ponte di No Surprise), potenza e coesione strumentale (One Girl, stuprata da un’armonica in perfetto stile Phil May), adesione (la strepitosa cover di Everything I‘ve Got to Give) e simulazione (l’animalesco sound di Bye Bye Baby) dei modelli originali.
Un disco che non “rivela” nessuna imperfezione.
I Tell-Tale Hearts diventano la band più grande del pianeta.
Sembrano sfiorare il successo, quello vero: dai concerti assieme ai Red Hot Chili Peppers e ai Cramps all’infame articolo sulle colonne di People dove i nostri vengono esibiti come manzi in bella posa dentro il Cavern Club di Greg Shaw assieme a delle modelle in mini skirt (una estenuante posa di cinque ore a fronte di una misera intervista di cinque minuti) ma senza essere di fatto menzionati nel banale articolo dedicato alla nuova scena di Los Angeles e dintorni.
Alla fine del 1986, al termine di un anno dove i conflitti tra i membri del gruppo diventano sempre più accesi, Eric Baher lascia la band, rimpiazzato da Peter Maisner dei Crawdaddys giusto in tempo per la registrazione dell’ultimo singolo pubblicato dall’australiana Kavern 7. Ancora due canzoni fantastiche. Una scritta da Ray Brandes e l’altra rubata al repertorio degli Scorpions di Manchester.
Il giorno di San Valentino del 1987 Ray Brandes manda il suo ultimo biglietto d’amore al resto del gruppo.
Il cuore non batteva più.
La villetta della Presidio Drive poteva essere abbattuta.

 
                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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