MINOX – Lazare (Get Back/Suite Inc. Classics)            

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Lo so, non dovrei stare qui a menarvela con dischi rarefatti, post-jazz, sperimentali o ambient (peraltro datatissimi come questo) quando fuori il rock ‘n roll incalza, mentre Nick Cave ha rotto il pianoforte e ha deciso di dedicarsi alla chitarra, i REM tirano nuovamente fuori i distorsori, i Counting Crows rubano il riff di Smells Like Teen Spirit, Morrissey ostenta virilità e riesce a tirar fuori finalmente i primi due pezzi dignitosi del dopo-Smiths e tutti (tranne me) aspettano per il nuovo dei Pearl Jam.

E invece eccomi a parlare di uno dei più sottovalutati dischi italiani di tutti i tempi, finalmente onorato di una ristampa digitale (ecco, uno dei casi in cui il vinile mortifica la musica di un gruppo, a meno che non usiate una testina nuova per ogni ascolto, NdLYS) che rende giustizia a quelle registrazioni catturate da Steven Brown e mixate da Gilles Martin nel lontano 1986.

In questi mesi dannati in cui tutti si sono accorti quanto può essere piacevole imbottire il vuoto della propria casa con le note del pianoforte (Giovanni Allevi! Ne hai rovinati più tu che le dirette de Il Grande Fratello!!! NdLYS) sarebbe davvero un crimine che la reissue di Lazare non godesse della visibilità che merita.

Non che il disco in questione c’entri molto con la musica dei vari Allevi e Einaudi che scorrazzano per l’Italia, ma siamo su paritetici piani di musica evocativa e meditativa che ora, ad orecchie allenate, potrebbero stuzzicare molta più gente di quella che allora metteva prurito gli adepti alla loggia massonica di Rockerilla. 

Strepitoso l’inno inaugurale di Purgatorio: spazzole, tromba, linee morbidissime  e rotonde di basso, grappoli di pianoforte, atmosfera di ovatta, cantato onirico fino alla lunga coda jazz per clarino e piano. Ossequioso delle ambientazioni dei Tuxedomoon più morbidi, il suono dei Minox si schiude in tutta la sua dolcezza emanando un tepore fasciante. Preludio, come il titolo recita, è un breve intermezzo che si allunga sospeso tra il minaccioso e l’inquieto fino a che i synth annunciano l’arrivo di Hybrid, uno dei brani più robusti dell’EP, grazie alla profondità marziale della batteria sulle quali si incastrano gli inserti del sax di Brown. Luogo crepuscolare e dolente in cui ci si crogiola delle lordure del mondo.

La title track ha invece una struttura e un portamento molto new-wave, sia per la possente intelaiatura ritmica che per le sue arie mediterranee che allora (soprattutto in Italia) incontravano grandi favori, nonché per l’impostazione vocale, vicinissima a quella di Phil Oakey. Psiche è invece un delicato e malinconico movimento per piano, molto vicino allo spirito minimalista in cui si trovano immersi proprio allora i Tuxedomoon di Revisionaries e le loro mini-suites “da camera” che poi finiranno su Ship of Fools. Dolce torpore autunnale, foglie secche che fioccano sull’asfalto e disegnano le ultime curve di vita mentre si suicidano per amore delle stagioni.

La scorta di bonus scelte per l’occasione riguardano invece altri tre pezzi per pianoforte: Suite Maniacal dall’allegato a Free, l’audiozine delle Industrie Discografiche Lacerba dell’84 e due versioni non molto dissimili di Theme For Two, una toccante nenia composta da Daniele Biagini in memoria di Enrico Fagioli e Raffaello Banci, bassista e tastierista dell’ensemble, deceduti poco dopo l’uscita di Lazare. Dolore che diventa luogo accessibile, acqua e sale che sgorgano senza bisogno di invocare nessun miracolo che non sia quello doloroso della vita.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GAZNEVADA – The Invincible Guardians of World‘s Freedom! (Astroman)  

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Inutile, ozioso, anche fastidioso dirlo a chi c’era. Lo diremo allora a chi non c’era: i Gaznevada furono la prima e più importante band new wave partorita in Italia. A molte ragioni, diremo anche la più geniale. Di certo molto più spiazzante di quelle che poi conquisteranno “mercato” e visibilità come Diaframma o Litfiba tanto per fare gli esempi più clamorosi (ma entrambe le bands, come il 90% dei gruppi che nasceranno da lì a poco, subiranno almeno in origine il fascino emanato dal gruppo di Billy Blade, basti ascoltare un disco come Eneide di Krypton per averne contezza). I Gaznevada erano veramente l’onda-nuova del rock prodotto in Italia: futuristici, epilettici, moderni, affilati, contorti. Partiti dal punk bacchettone (una cover band dei Ramones praticamente), erano partiti per un altro pianeta e lì erano rimasti, dialogando col mondo dalla loro astronave di plastica e luci colorate. Ma la cosa più sorprendente è che, ascoltando ora questa ristampa della Astroman (label dietro cui si cela Oderso Rubini, allora deus-ex-machina della Italian Records e che si propone, appunto, di ristampare tutto il catalogo della prestigiosa etichetta emiliana, NdLYS), il suono dei Gaznevada è ancora oggi, 24 anni dopo, tagliente, eversivo ed epilettico come quando lo ascoltammo la prima volta. Ancor più del primo album dei Devo o dell’incerto debutto dei Talking Heads. Molto più del primo Tuxedomoon, a volerla dire tutta. Rispetto alle prime produzioni degli Skiantos che riascoltate oggi ti fanno quasi tenerezza, Sick Soundtrack e Dressed to Kill (infilati qui dentro assieme al primo strepitoso singolo e alla mitica Mamma dammi la benza dalla cassetta di Harpo‘s Bazaar) mettono ancora paura, tanto sono belli, decelebrati, psicotici. Due dischi che non sono invecchiati bene, ma non sono invecchiati punto. Minchia come eravamo belli. E si che ce ne eravamo quasi scordati…

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE REPLACEMENTS – Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash (Twin/Tone)

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Un disco che è un conato di vomito. Uno di quelli che in epoca hardcore si riusciva ancora a tirare fuori, magari sopra un palco. O dentro un disco.

Ora che il disgusto ci ha forato lo stomaco, ci mancano quegli anni. Ci mancano i dischi dei Replacements.

A ognuno il suo.

A Federico Fiumani ad esempio manca All Shook Down.

A me ne mancano tre o quattro.

Uno di questi è Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash, straordinario sin dal titolo.

Mi si inceppava la lingua ogni volta che dovevo passarlo in radio, finendo per parlare come un nigeriano dietro un banchetto di cd pirata al mercatino rionale. Ma chi se ne fregava.

 

Era il 1981. Qualcuno di loro era appena maggiorenne. Qualcuno no.

Io avevo undici anni.

Mangiavo conserva di amarene e avevo sul disco il debutto dei Replacements.

Tutto il resto contava poco. Le donne, nulla.

Ma c’era tutto questo gran frastuono, per Dio!

Customer, I Hate Music, Careless, Rattlesnake, Takin’ A Ride, Shut Up, Love You Till Friday.

Non serviva neppure conoscere l’inglese per capire che dentro c’era tutta la sciagurata rabbia dell’adolescenza, quella che vale davvero qualcosa e che nessun’altra rabbia potrà mai eguagliare. Quella che ti fa mettere su una rock band e pensare che possa essere la migliore del mondo, ad eccezione da quella che gira sul tuo stereo.

Quella che brucia e non s’acquieta.

Quella che la miseria umana non la conosce ancora ma la percepisce come avversaria ed ostile.

Quella in cui non pensi ai bisogni degli altri ma solo ai tuoi.

Quella in cui non ti importa del futuro ma solo del presente.

Non metti nulla da parte ma bruci tutto e subito.

Tranne la spazzatura. 

I Replacements dimenticano quindi di buttare via la spazzatura.

E la tengono in casa. Seppelliti vivi da un immondezzaio che puzza di malto e di orina.

Il loro disco di debutto risuona di quella sporcizia necessaria.

 

C’è il gioco linguistico di Something to Dü (con l’impagabile “break the Mould” biascicata in chiusura e le chitarre che suonano più Hüskeriane degli stessi Hüskers).

C’è quella che è probabilmente la più bella ballata dell’epoca hardcore, ovvero l’estremo saluto ante tempus all’amico Johnny Thunders che apre la seconda facciata.

Ci sono i Ramones, Buddy Holly, gli Heartbreakers.

Suonati da teppisti ancora più incapaci dei loro già incapaci maestri.

Non era con quella roba lì che avrebbero conquistato il “tetto” del mondo.

La spazzatura alla fine, l’avrebbero portata fuori due anni dopo.

 

Loro erano nel frattempo diventati tutti maggiorenni.

Io avevo compiuto tredici anni.

L’età in cui sarebbero arrivati gli amici.

Qualcuno vero, altri falsi.

Pochi buoni, molti cattivi.

Ma tra tutti il peggiore sono sempre stato io.

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

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TUXEDOMOON – Holy Wars (Cramboy)

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In genere viene licenziato in fretta, Holy Wars.

In effetti, viste le premesse inaugurali, Holy Wars delude per la sua compostezza e la sua disciplina. L’anarchia sonora che era stata prerogativa degli esordi della band di San Francisco viene immolata sull’altare di una musica elegante, sofisticata ed accademica.

C’è pochissima follia sonora dentro Holy Wars eppure, ciò malgrado, non riesco a bocciarlo.

So di nuotare contro corrente ma confesso di averlo amato più di un disco agonizzante come Divine.

Perché è un disco di canzoni. Un disco di canzoni tristi.

Ha il fascino di certe vecchie eleganti signore ormai in decadenza, chiuse dentro ermellini leggermente ingialliti dal tabacco e solcate da rughe profonde che tuttavia non riescono a deturpare la bellezza che è passata su quella stessa pelle in una giovinezza sempre più lontana e inafferrabile.

The Waltz allenta delicatamente le imposte lasciando passare piccoli fasci di luce nella camera piena di fiori appassiti e piante avvizzite dal peso della polvere.

A dispetto del suo titolo, nessun tempo ternario la deturpa. Procede sdrucciolosa e liquida, come le lacrime.

Fortemente ritmica è invece la successiva St-John, sciancata mini-sinfonia dove tutto l’armamentario sonoro dei Tuxedomoon ha modo di trovare i suoi dieci secondi di gloria.

Bonjour Tristesse è invece un melanconico volo d’uccello tra i balconi liberty dei viali parigini.

Hugging the Earth è una carambola ritmica che ricorda il Peter Gabriel scimmia-mutante dei primi album e sulla quale diluviano grumi sintetici di tastiere, clarini e organi ecclesiastici, voci esanimi.

In a Manner of Speaking è un refuso da Theoretically Chinese di Winston Tong, una afflitta composizione dove la voce del cantante giapponese viene doppiata dalla chitarra sbilenca di Luc Van Lieshout e ulteriormente raggelata dalle stalattiti che sgorgano dal flauto polare di Bruce Gedulging.  

La seconda facciata si apre invece con le sfericità orientali di Some Guys prossime al gusto esotico e dandy dei Japan, tuffandosi quindi nelle atmosfere da strade bagnate della title-track e nel flagello meccanico per sovrapposizione sonora di Watching the Blood Flow per andare a morire poi sulla spiaggia egiziana della mortifera e appannata Egypt.

Holy Wars col suo carico di malinconia mitteleuropea è il ritratto di una band che ha trasformato le sue maschere di cuoio e metallo in bigiotteria pregiata adatta ai portagioie dell’Europa borghese e conservatrice, Fronte Ovest del muro di Berlino. Dipingendo il ritratto esclusivo del suo fascino decadente e del suo elegante, inevitabile declino.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THOMPSON TWINS – Quick Step & Side Kick (Arista)

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Tom Bailey è l’anima anarchica che si muove dentro il corpo dei Thompson Twins.

L’arrivista malefico che progetta il golpe ai danni dei compagni.

L’inizio fu In the Name of Love, il pezzo scritto per il secondo album della band di Sheffield. E’ il brano che frantuma la storia del gruppo segnando i cambiamenti definitivi che preparano il terreno alla virata commerciale dei Thompston Twins.

Tom rivoluziona la formazione riducendo drasticamente la numerosa line-up a tre soli elementi, licenzia il cantante Pete Dodd e manda a casa Joe Leeway e il suo armamentario di percussioni africane che aveva messo in mostra su pezzi come Animal Laugh e Lama Sabach Tani, elimina le chitarre e posiziona i sintetizzatori al centro del palco e del disco che i Thompson Twins stanno costruendo per scalare le classifiche.

Quel disco, il terzo, arriva nel 1983. Si intitola Quick Step & Side Kick e ha dentro tutto l’orrore plastico degli anni Ottanta così come li ricordiamo.

Prodotto da Alex Sadkin (quello di Nightclubbing di Grace Jones) e introdotto da un pezzo facilone come Love On Your Side (che arriverà al nono posto della chart britannica), QS&SK è la deriva del funky-soul così come lo avevano tratteggiato in Gran Bretagna gli Scritti Politti e immaginato gli ABC.

E come sognavano di riscriverlo, qui in Italia e con maggiore eleganza, i Matia Bazar. Eppure per un paio d’anni i Thompson Twins dominano il mondo, con il loro pop-spazzatura.

Arrivano dal nulla, parlano del nulla, suonano sul nulla e ritornano nel nulla.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 Quick+Step+and+Side+Kick

U2 – The Joshua Tree (Island)

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La fascinazione degli U2 per l’iconografia sociale e culturale americana era partita con The Unforgettable Fire:

4th of July, MLK, Elvis Presley and America, Pride, Indian Summer Sky fino al “risveglio” statunitense celebrato con Wide awake in America avevano chiarito dove guardavano gli U2 per i nuovi territori di conquista. 

Ma cinquanta concerti nel Nord America non possono non lasciare un segno.

Sono tanti quanto le stelle della bandiera degli Stati Uniti.

Non puoi far finta di niente.

Apri le finestre e ti accorgi che…Outside is America!

E non sei più un turista, sei un Americano, anche se rabbrividisci all’idea di essere governato da Ronald Reagan.  

The Joshua Tree celebra il matrimonio civile tra gli U2 e l’America, così come il successivo Rattle & Hum celebrerà quello religioso.

I vecchi partigiani irlandesi sono alla ricerca di nuove terre dove piantare la loro bandiera.

Oltreoceano trovano un popolo di colonizzati pronti già ad accoglierli a braccia aperte.

Una foresta di braccia.

Altro che i cactus solitari del deserto del Mojave.

E gli irlandesi sbarcano con un disco magniloquente e solenne. 

Un album che ingoia zolle di terra americana e che riappacifica la band con quella musica roots a lungo ignorata da Bono e gli altri e che in qualche occasione è costata non poco disagio a causa della poca familiarità con le sue regole base.

Sintomatico e rivelatore di questo viaggio nel tempo è uno dei pezzi ingiustamente meno considerati di The Joshua Tree: l’immobile Running to Stand Still che si apre con un accenno di slide guitar nella miglior tradizione blues e si spegne dentro un soffio d’armonica springsteeniana.

La sbandierata coscienza politica degli U2 esplode nelle denunce sociali di Bullet the Blue Sky, Red Hill Mining Town, Mothers of the Disappeared così come il tema religioso da sempre caro alla formazione di Dublino trova modo di venire sviscerato sull’enfatica preghiera gospel di I Still Haven‘t Found What I‘m Looking For e in maniera più ambigua sul brutto singolo With or Without You che, così come era stato per Pride sull’album precedente, costituisce l’anello più debole di un disco che, nonostante le accuse mosse dallo zoccolo duro dei fan, ha invece una sua credibilità artistica e un poker di canzoni dalla passionalità viva e vibrante (Bullet the Blue Sky, One Tree Hill, In God‘s Country e Trip Through Your Wires) che ha la meglio sulla celebrativa ed ecclesiastica apertura di Where the Streets Have No Name o sulla Mothers of the Disappeared che sembra ricalcata sulla Heartbeat dei Wire in una versione scura e rallentata che fa da sigla conclusiva a questa conquista dell’America dell’era pop.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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