GRAHAM PARKER AND THE RUMOUR – The Parkerilla (Lemon)  

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Uno dei pochi dischi live davvero imprescindibili nella storia della rock-culture, The Parkerilla resta il manifesto ruggente del periodo d’oro del pub-rock. Una band incendiaria, un’autentica E-Street Band proletaria alle prese con numeri di soul-rock da pelle d’oca come Fool‘s Good, Gypsy Blood, Tear Your Playhouse Down o Don‘t Ask Me Questions al cui confronto gli Stones di Black & Blue o Some Girls erano solo delle pantomime. I Rumour erano, ma lo sarebbero stati ancora per poco, una band MOSTRUOSA e Graham, malgrado non fosse proprio un simpaticone, riusciva a tirare come una mandria di buoi e Parkerilla, nonostante pubblicato più per risolvere il contratto Vertigo che per reale vezzo artistico, ne era la dimostrazione. Questa ristampa, dopo che la furia cieca del punk nella sua travolgente corsa iconoclasta ne aveva cercato di cancellare le tracce, rappresenta il suo riscatto morale. 

                                                                    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE COME ‘N GO – Something‘s Got to Give (Voodoo Rhythm)  

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Ricordate Robert Butler, bassista di Untold Fables e Miracle Workers (e tutte le varie incarnazioni successive) durante l’epopea neo-garage degli anni Ottanta? Bene, è ora al servizio di questo quartetto svizzero (cui si aggiunge qui, oltre a Bob anche Alicja dei Lost Sounds, NdLYS) che da anni agita le chiappe dei rockers d’Oltralpe col suo rock ‘n roll lordo e primitivo. Roba dove Butler sguazza da tempo immemore e che i Come ‘n Go ripropongono con una dedizione autentica e viscerale. Molto meno deragliante e crampsiano che in passato, il suono dei Come ‘n Go è oggi un potente e tossico latrato bluespunk che lambisce i Dirtbombs meno arty andando a riannodarsi alle fustigate di prime movers come Gories e Oblivians. Ne viene fuori un disco strepitoso che strabocca di umori come una vagina in amplesso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FOUR BY ART – The Early Years ’82-’86 (Area Pirata)

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I primi anni e anche gli ultimi: tutta la vicenda discografica dei Four by Art di Milano.

Una delle prime band retro-rock a pestare in Italia e la prima in assoluto (con gli Underground Arrows di Roma, NdLYS) ad esibirsi nel circuito mod inglese, patria del movimento. Autentici prime movers cui la storia DOVEVA prima o poi rendere omaggio. E il giusto tributo arriva oggi, stipato dentro questo CD che ne raccoglie i cocci. 25 pezzi = 25 lacrime di nostalgia per uno dei momenti più vivi della storia del rock italiano. I Four by Art portarono i colori nella cinerea scena dopo-punk che aveva attecchito in Italia e sostituirono con il verde dei parka il grigio degli spolverini new-wave rispondendo con un I‘m Having Fun all’isolazionismo concettuale che dilagava nel “nuovo rock italiano”. Si tornava a muovere le chiappe al suono dell’organo Hammond, del northern-soul, del beat-punk, del garage rock. Qualcuno aveva ucciso il rock ‘n roll e i Four by Art erano lì per vendicarlo. 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PJ HARVEY – Is This Desire? (Island)

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Il desiderio, carnale e spirituale, che divora il corpo di Polly Jean dall’interno trova nuove domande su Is This Desire? dove l’innesto di suoni digitali si sovrappone agli strumenti di Mick Harvey, John Parish, Eric Drew Feldman, Jeremy Hogg, Joe Gore, Terry Edwards, Richard Hunt e del ritrovato Rob Ellis.

Il risultato è un disco increspato e scricchiolante che anticipa di due anni quanto poi verrà applicato dai Radiohead per il fortunato Kid A (si ascolti la sequenza The Garden/Joy), una ansimante galleria di ritratti di donne infelici a dispetto dei nomi che sono stati loro inflitti a beffa di una vita miserevole (Joy, Angelene, Elise, Leah, Catherine). In questo rosario di anime tormentate e di corpi abusati, ci sono uomini che vanno (per sempre, come il Jeff Buckley portato via dal Mississippi raccontato su The River) e vengono (con la patta gonfia di desiderio e le tasche colme di denari, come quelli che bussano alla porta di Angelene o col cuore sanguinante come il Giuda di The Garden).

Rispetto all’immaginario stagnante e claustrofobico di To Bring You My Love, i personaggi ingombranti di Is This Desire? si muovono e percorrono distanze, come a doversi perennemente confrontare, più che con l’ambiente che li ospita e con gli elementi naturali ed artificiali, con le ombre che li imprigionano alla terra.

Condannati alla morte, come tutti.

E all’attesa.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

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NIRVANA – In Utero (Geffen)

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Il potenziometro dei bassi a livello 2.

Quello degli alti sulla tacca del 5.

Sono i suggerimenti di Steve Albini per la resa perfetta di In Utero.

E io lo ascolto così da quasi due decenni.

In Utero.

I Nirvana.

I vent’anni che non torneranno più, come Kurt Cobain.

Il grunge, la flanella, Courtney Love che suona senza mutande, la generazione X, lo zeppelin del rock alternativo che si schianta sullo Space Needle di Seattle e si infiamma, bruciando tutti.

Il bambino che galleggiava nell’acqua di Nevermind è adesso tornato nell’utero, alla ricerca di una innocenza che ha già perduto.

Kurt è quel bambino.

Assediato dal suo pubblico che ama guardargli le tonsille mentre lui urla e si contorce dentro la sua culla.

Schiacciato da un amore pesante come i monoliti trasportati da Obelix.

Il successo, il matrimonio, Frances Bean, i giudici, il tribunale. 

E tutta quella cazzo di gente attorno che chiede le tue canzoni.

Tutto così forte e tutto così in fretta.

E poi quell’altro fardello di Nevermind da scrollarsi di dosso, le pressioni della Geffen che vuole altre canzoni da vendere e ha già organizzato conferenze stampa, sessions fotografiche, apparizioni televisive, interviste, copertine.

Tutta quella maledetta roba che nel suo diario sta rubando il posto alle sue poesie.

In Utero arriva nei negozi l’unotrenovenovetre, cercando di non scontentare nessuno. Kurt ha affidato a Steve Albini il compito di registrare quella solita sfilza di canzoni avvolte dal rumore che la band mette in scena dentro i Pachyderm Studio appena sgombrati da PJ Harvey e dalla sua band per le registrazioni di Rid of Me.

È il suono di quel disco, oltre a quello di Surfer Rosa dei Pixies, come sempre, a tormentarlo. Ed è per questo che ha deciso di chiamare Albini.

Vuole allontanarsi dal cliché di Nevermind ma non ci riuscirà fino in fondo, nonostante gli sforzi del produttore.

La Geffen giudica il disco inascoltabile. Che nel loro gergo vuol dire invendibile.

E obbliga la band a smussare qualche spigolo con l’aiuto di Scott Litt.

Vogliono un disco che venda. Possono tollerare che Kurt parli del suo dolore, purchè gli metta addosso un abito da vetrina.

Kurt è un fantoccio. Che sa scrivere canzoni bellissime.

Gli chiedono una nuova Smells Like Teen Spirit. E lui scrive Rape Me.

Vogliono una nuova On a Plain e lui la porge loro addomesticata a dovere intitolandola Dumb.

Riscrive Come As You Are intitolandola All Apologies e rispolvera il vecchio tiro grunge di Bleach su Radio Friendly Unit Shifter.

Per il suo dolore vero si riserva pochissimo spazio: quello di Milk It, dell’urlo di Munch seppellito sotto le polveri piriche di Tourette‘s e del panzer metallico di Scentless Apprentice dove la mano di Steve e dei suoi trenta microfoni con cui circonda la batteria di Dave Grohl si sente pesante e decisa.

Ma quando In Utero esce dal ventre che lo ospita, Kurt ha già smesso di ridere da un pezzo.

Ricordate? “Io odio me stesso e voglio morire”.

Sa scrivere canzoni buone per milioni di persone ma non riesce a trarne nessuna gioia, a trovare il suo nirvana. Non si sente più in pace con sé stesso né onesto nei confronti del suo pubblico. Sa che non riuscirà a crescere una figlia se non avrà prima imparato a crescere egli stesso.

Mentre scrive le sue ultime poesie un falegname sta piallando una croce di legno da conficcare in cima al Monte Rainier.

Cobain sale verso il patibolo.

Sotto di lui le radio dello stato di Washington suonano all’unisono Pennyroyal Tea, il suo ultimo singolo. 

 

                                                                            

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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PAVEMENT – Wowee Zowee! (Matador)

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Strano, mi dico.

Tutti mi davano per matto quando anni prima proponevo con entusiasmo le canzoni dei Camper Van Beethoven e ora tutti impazziscono per questo disco dei Pavement.

Per carità, i Pavement fanno dei signori dischi, e questo terzo non è da meno degli altri, ugualmente ubriaco e sbilenco, con la voce di Malkmus perennemente stonata e quell’aria oziosa e svaccata da domenica mattina.

E ha dentro delle signore canzoni dai titoli bizzarri come We Dance, Rattled By the Rush, Father to a Sister, At & T, Flux=Rad, Kennel District che diventeranno di certo degli stereotipi per l’indie rock della prossima metà di questi anni Novanta, un po’ come furono quelle dei Sonic Youth per il decennio precedente.  

Con le piastrelle di questo pavimento si costruiranno tante camerette un po’ ovunque, Italia compresa. E il rock alternativo sarà salvo per un altro decennio.

Però il dubbio mi rimane, ed è lecito: perché i Camper Van Beethoven rimangono un affare per pochi e con i Pavement si grida al miracolo?

Che tutti avessero le orecchie tappate? Da cosa? Da chi? Ma, soprattutto, perché?

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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