NIRVANA – In Utero (Geffen)

Il potenziometro dei bassi a livello 2.

Quello degli alti sulla tacca del 5.

Sono i suggerimenti di Steve Albini per la resa perfetta di In Utero.

E io lo ascolto così da quasi due decenni.

In Utero.

I Nirvana.

I vent’anni che non torneranno più, come Kurt Cobain.

Il grunge, la flanella, Courtney Love che suona senza mutande, la generazione X, lo zeppelin del rock alternativo che si schianta sullo Space Needle di Seattle e si infiamma, bruciando tutti.

Il bambino che galleggiava nell’acqua di Nevermind è adesso tornato nell’utero, alla ricerca di una innocenza che ha già perduto.

Kurt è quel bambino.

Assediato dal suo pubblico che ama guardargli le tonsille mentre lui urla e si contorce dentro la sua culla.

Schiacciato da un amore pesante come i monoliti trasportati da Obelix.

Il successo, il matrimonio, Frances Bean, i giudici, il tribunale. 

E tutta quella cazzo di gente attorno che chiede le tue canzoni.

Tutto così forte e tutto così in fretta.

E poi quell’altro fardello di Nevermind da scrollarsi di dosso, le pressioni della Geffen che vuole altre canzoni da vendere e ha già organizzato conferenze stampa, sessions fotografiche, apparizioni televisive, interviste, copertine.

Tutta quella maledetta roba che nel suo diario sta rubando il posto alle sue poesie.

In Utero arriva nei negozi l’unotrenovenovetre, cercando di non scontentare nessuno. Kurt ha affidato a Steve Albini il compito di registrare quella solita sfilza di canzoni avvolte dal rumore che la band mette in scena dentro i Pachyderm Studio appena sgombrati da P.J. Harvey e dalla sua band per le registrazioni di Rid of Me.

È il suono di quel disco, oltre a quello di Surfer Rosa dei Pixies, come sempre, a tormentarlo. Ed è per questo che ha deciso di chiamare Albini.

Vuole allontanarsi dal cliché di Nevermind ma non ci riuscirà fino in fondo, nonostante gli sforzi del produttore.

La Geffen giudica il disco inascoltabile. Che nel loro gergo vuol dire invendibile.

E obbliga la band a smussare qualche spigolo con l’aiuto di Scott Litt.

Vogliono un disco che venda. Possono tollerare che Kurt parli del suo dolore, purchè gli metta addosso un abito da vetrina.

Kurt è un fantoccio. Che sa scrivere canzoni bellissime.

Gli chiedono una nuova Smells Like Teen Spirit. E lui scrive Rape Me.

Vogliono una nuova On a Plain e lui la porge loro addomesticata a dovere intitolandola Dumb.

Riscrive Come As You Are intitolandola All Apologies e rispolvera il vecchio tiro grunge di Bleach su Radio Friendly Unit Shifter.

Per il suo dolore vero si riserva pochissimo spazio: quello di Milk It, dell’urlo di Munch seppellito sotto le polveri piriche di Tourette‘s e del panzer metallico di Scentless Apprentice dove la mano di Steve e dei suoi trenta microfoni con cui circonda la batteria di Dave Grohl si sente pesante e decisa.

Ma quando In Utero esce dal ventre che lo ospita, Kurt ha già smesso di ridere da un pezzo.

Ricordate? “Io odio me stesso e voglio morire”.

Sa scrivere canzoni buone per milioni di persone ma non riesce a trarne nessuna gioia, a trovare il suo nirvana. Non si sente più in pace con sé stesso né onesto nei confronti del suo pubblico. Sa che non riuscirà a crescere una figlia se non avrà prima imparato a crescere egli stesso.

Mentre scrive le sue ultime poesie un falegname sta piallando una croce di legno da conficcare in cima al Monte Rainier.

Cobain sale verso il patibolo.

Sotto di lui le radio dello stato di Washington suonano all’unisono Pennyroyal Tea, il suo ultimo singolo. 

 

                                                                            

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

Nirvanainuterocapa

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