THE SONICS – Introducing The Sonics (Jerden)

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Nell’estate del ‘66, forte del nuovo contratto di distribuzione con la ABC-Paramount siglato l’anno precedente, la Jerden Records decide di mettere sotto contratto i Sonics e di spingere, come era successo con Louie Louie dei Kingsmen tre anni prima, The Witch e Psycho (che infatti vengono rieditate entrambe come singoli, NdLYS) oltre i patri confini. L’album che deve fare da contorno all’operazione viene messo su in quattro e quattr’otto dallo stesso JERry DENnon, speculando sulla forza di quei due pezzi (featuring The Witch and Psycho, recita il titolo completo, NdLYS) e aggiungendo nove tracce nuove di zecca che però della furia degli esordi conservano poco o nulla. Si tratta perlopiù (You Got Your Head on Backwards, Like No Other Man, la cover di I‘m a Man) di una versione insipida degli Yardbirds e dell’abortito tentativo di scrivere una canzone da pomicio come Love Lights. Le cose migliori sono riservate alla seconda facciata del disco, con il riff discendente e la valanga di piatti di I‘m Going Home, la cavalcata fuzz di High Time e lo sporco soul di Maintaining My Cool. La carica esplosiva dei primi due album è però definitivamente sedata, nonostante il bellissimo look da matador del Northwest punk sfoggiato con classe sul bordo piscina scelto per lo scatto di copertina.

Tra la polvere alzata dagli zoccoli del bovino e dai tacchi cubani dei Sonics nessuno si accorge che dentro l’arena c’è un toro senza corna.

I toreri hanno gioco facile, fino alla noia.

Davanti al microfono la più bella voce del garage punk del Nord Ovest americano si spegne in uno sbadiglio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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RAGE AGAINST THE MACHINE – Evil Empire (Epic)

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Seppellire l’America sotto una sassaiola di parole, sputate fuori come dalla bocca di un AK47.

Parole che crivellano il corpo dello Zio Sam e lo inchiodano al crocifisso delle proprie crudeltà.

Evil Empire conferma, senza sostanziali modifiche, l’impianto sonoro devastante del disco di debutto. Dimostrando che i Rage Against the Machine riescono ad aggirare le trincee delle mode strisciando col passo del giaguaro sotto il filo spinato delle tendenze, supportati ora da un attivismo militante che ne rafforza l’urlo insurrezionalista di cui si fanno portavoce credibili.

Un atto d’accusa moderno sulle falsità del sogno americano e sul suo prezzo. Qualcosa che va oltre l’atto di rivendicazione razziale di cui il linguaggio rap è stato spesso veicolo, che va ben oltre la protesta del ghetto, oltre la rabbia dei sobborghi, reso ancora più assordante dall’ assalto sonoro helmetiano di Morello, Commerford e Wilk. 

Evil Empire è animato da una rabbia viscerale ed ostile, ancora più radicale ed intensa di quella del suo predecessore pur avendone ormai metabolizzato, da ascoltatori passivi, l’effetto sorpresa.

Se quattro anni prima il commando californiano ci aveva sorpresi nel sonno, Evil Empire ci trova adesso vigili ma non meno inermi davanti all’avanzare di panzer come Bulls On Parade, People of the Sun, Tire Me, Vietnow, della zeppelliniana Darkness o della fugaziana Year of the Boomerang.

Usciremo fuori dalle nostre tane con le mani alzate o con le dita premute contro il grilletto? 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Rage Against The Machine Evil Empire

THE KINKS – Kinda Kinks (Pye)

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Ditemi una band inglese, al volo!

Ahahah. Fermi, fermi. So già le risposte.

Beatles, Rolling Stones, Sex Pistols, Clash. Come dite laggiù in fondo? Ah si…Smiths, Oasis, Blur…eh? Stone Roses???? Ok.

Ora ve ne nomino una io: The Kinks.

Non un gruppo di musica inglese, ma l’Inghilterra in musica.

Una delle meraviglie del mondo moderno.

Quando escono col primo album i Beatles hanno già inciso i loro primi tre dischi e gli Stones un intero album di pezzi altrui.

La Gran Bretagna sta già cambiando volto.

Ma non ci sono ancora ne’ My Generation e neppure (I Can’t Get No) Satisfaction.

Loro invece hanno un pezzo come You Really Got Me, che cambia più di quanto forse loro stessi possano immaginare.

La storia del rock moderno parte da lì, più o meno, Jimmy Page compreso.

Ray Davies è uno che scrive di getto, con lo stomaco.

Quando tornano dal primo tour orientale, scrivono e incidono Kinda Kinks in due settimane. Shel Talmy impacchetta tutto in fretta e sputa il disco nel mercato il 5 Marzo del 1965, sfuttando gli stessi criteri di produzione del primo disco: presa diretta, sovraincisioni ridotte al minimo, suono asciutto come un biscotto secco.

Ray non ne resta pienamente soddisfatto e gli ruberà pian piano il posto dietro il banco di produzione trasformando la musica dei Kinks prima in un biscotto al burro, poi in quello di una muffin.

Il suono dei Kinks di questi anni è ancora elementare, privo di quell’eleganza vittoriana e liberty che caratterizzerà il loro periodo dei tardi anni Sessanta disegnando ritratti di vita inglese belli come un drappo barocco.

È un avvolgimento di rame attorno al cuore del rock ‘n roll che sta invadendo l’Inghilterra di quegli anni. Bo Diddley più che Chuck Berry.

È quello che ne fa, assieme ai Troggs, i profeti di un’essenzialità primitiva, troglodita, non mediata che in molti poi prenderanno ad archetipo del garage-rock. 

Ma Ray ama pure l’amara disillusione dei folksingers, ama contorcesi nel tormento prima di affrancarlo in qualcosa di dolcemente liberatorio.

Sono due facce che conviveranno a lungo nell’anima dei Kinks, Quella feroce e anche spietata e quella gentile ed amabile. Cui si aggiungerà negli anni quella del Davies maturo, cinico, sarcastico, osservatore e commentatore placido delle manie che si agitano nella sua Inghilterra.

Qui emerge più il lato garbato di pezzi come Tired of Waiting For You e di cupe ballate come Nothin’ In the World e So Long che fanno affiorare le ombre di Jake Holmes rispetto a quello crudo di pezzi come Look For Me Baby o Got My Feet On the Ground che sfruttano il calco dei pezzi più tirati.

Non è il disco perfetto dei Kinks, quelli arriveranno più tardi.

Ma ha già tutto il loro fascino odioso di una imperfezione ostentata, esibita con la spocchia di chi ti sta dipingendo la Gioconda davanti al muso.

Eleganti gentlemen che sanno come dosare lo zucchero nelle tazze da tè.

E che quando suonano non si guardano nemmeno in faccia.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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