THE KINKS – Kinda Kinks (Pye)

Ditemi una band inglese, al volo!

Ahahah. Fermi, fermi. So già le risposte.

Beatles, Rolling Stones, Sex Pistols, Clash. Come dite laggiù in fondo? Ah si…Smiths, Oasis, Blur…eh? Stone Roses???? Ok.

Ora ve ne nomino una io: The Kinks.

Non un gruppo di musica inglese, ma l’Inghilterra in musica.

Una delle meraviglie del mondo moderno.

Quando escono col primo album i Beatles hanno già inciso i loro primi tre dischi e gli Stones un intero album di pezzi altrui.

La Gran Bretagna sta già cambiando volto.

Ma non ci sono ancora ne’ My Generation e neppure (I Can’t Get No) Satisfaction.

Loro invece hanno un pezzo come You Really Got Me, che cambia più di quanto forse loro stessi possano immaginare.

La storia del rock moderno parte da lì, più o meno, Jimmy Page compreso.

Ray Davies è uno che scrive di getto, con lo stomaco.

Quando tornano dal primo tour orientale, scrivono e incidono Kinda Kinks in due settimane. Shel Talmy impacchetta tutto in fretta e sputa il disco nel mercato il 5 Marzo del 1965, sfuttando gli stessi criteri di produzione del primo disco: presa diretta, sovraincisioni ridotte al minimo, suono asciutto come un biscotto secco.

Ray non ne resta pienamente soddisfatto e gli ruberà pian piano il posto dietro il banco di produzione trasformando la musica dei Kinks prima in un biscotto al burro, poi in quello di una muffin.

Il suono dei Kinks di questi anni è ancora elementare, privo di quell’eleganza vittoriana e liberty che caratterizzerà il loro periodo dei tardi anni Sessanta disegnando ritratti di vita inglese belli come un drappo barocco.

È un avvolgimento di rame attorno al cuore del rock ‘n roll che sta invadendo l’Inghilterra di quegli anni. Bo Diddley più che Chuck Berry.

È quello che ne fa, assieme ai Troggs, i profeti di un’essenzialità primitiva, troglodita, non mediata che in molti poi prenderanno ad archetipo del garage-rock. 

Ma Ray ama pure l’amara disillusione dei folksingers, ama contorcesi nel tormento prima di affrancarlo in qualcosa di dolcemente liberatorio.

Sono due facce che conviveranno a lungo nell’anima dei Kinks, Quella feroce e anche spietata e quella gentile ed amabile. Cui si aggiungerà negli anni quella del Davies maturo, cinico, sarcastico, osservatore e commentatore placido delle manie che si agitano nella sua Inghilterra.

Qui emerge più il lato garbato di pezzi come Tired of Waiting For You e di cupe ballate come Nothin’ In the World e So Long che fanno affiorare le ombre di Jake Holmes rispetto a quello crudo di pezzi come Look For Me Baby o Got My Feet On the Ground che sfruttano il calco dei pezzi più tirati.

Non è il disco perfetto dei Kinks, quelli arriveranno più tardi.

Ma ha già tutto il loro fascino odioso di una imperfezione ostentata, esibita con la spocchia di chi ti sta dipingendo la Gioconda davanti al muso.

Eleganti gentlemen che sanno come dosare lo zucchero nelle tazze da tè.

E che quando suonano non si guardano nemmeno in faccia.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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