ST. PHILLIP‘S ESCALATOR – Endless Trip… (Living Eye)

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Obbligo e cruccio di ogni Re è, si sa, assicurarsi un erede al trono. Maschio e germogliato nel giusto equilibrio di educazione, agiatezza, integrità morale, rispetto della tradizione. Così anche nel lontano regno di Rochester i sovrani del luogo hanno assolto ai propri obblighi. Il trono dunque non rimarrà vacante. Anzi. I nuovi prìncipi paiono ancora più agguerriti e ambiziosi dei loro avi. Cresciuti con le menti devastate dai volumi altissimi con cui i tre (un quartetto in origine, prima che il loro cantante iniziasse a desinare in “jamming” ogni cazzo di canzone che ci si dilettava a storpiare in cantina) deformavano i pezzi di Cream, Blue Cheer, Hendrix, Amboy Dukes. Un’ossessione, questa per Ted Nugent, che li avrebbe ispirati anche nella scelta del nome, ossequiando un paio di pezzi dei Dukes (Saint Phillips Friend e Down On Phillip‘s Escalator, lo scrivo per quanti hanno solo una vaga idea di storia del rock, NdLYS).

Ancora oggi, anche dopo le “sedute” con Andy Babiuk e Greg Prevost nel retrobottega della House Of Guitar dove lavoravano insieme, l’approccio del gruppo alla materia “sixties” è fortemente “compromessa” da una foga spietata, da un uso dei volumi esasperato e maniacale, da una energia proto-hard che li ha resi una autentica macchina da guerra. Ascoltate al massimo del volume consentito il loro Endless Trip… e mi saprete dire.

Freak-out blues punk assolutamente DEVASTANTE. Un oscilloscopio beat da far schizzare seme ed inchiostro ai sismografi di mezzo mondo suonato con una consapevolezza già adulta nonostante la tenera età del terzetto (62 anni in 3…).

Non c’è disco garage che gli possa competere, di questi tempi. Un muro del suono che assorbe e riflette gli Stones debosciati del ‘68 (Cross the Line), i lampi psichedelici dei We the People (In Through My Head), le spirali freak che inghiottivano i Fleurs de Lys (Fading Out), le cripte R&B dove la Chocolate Watch Band si calava per riverberare il suo suono (Shadows) e spurga i succhi acidi di Belfast Gypsies, Pretty Things e lo stesso garage punk dei Chesterfield lasciato decantare in un vortice di chitarre (Ryan Moore, oltre a possedere una voce dolcemente perversa e lasciva alla Greg Prevost, è un chitarrista abile ed efficace, che tocca la sei corde come se stesse lavorando sotto la gonna di una groupie, nel corridoio prospiciente al camerino) suonate con uno strumming lacerante e sfrontato, ossequioso alla tradizione per rispetto all’“etichetta” (suvvia, sempre di alta nobiltà stiamo parlando) ma pronto a fare il maleducato alla prima occasione.

Endless Trip… è la resurrezione sixties-punk che tutti aspettavamo e gli Escalators la prima incendiaria Nuggets-band degli anni duemila.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE GO – Howl on the Haunted Beat You Ride (Cass)  

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I Go sono una delle miriadi di bands neo-garage di Detroit ad aver goduto del successo riflesso del fenomeno White Stripes. Oggi, A.D. 2008, Bobby Harlow e soci cambiano pelle e spostano il tiro. Scordatevi i vecchi fragori elettrici e gli shake gonfi di maracas come Get Me Free: Haunted Beat è un atto d’amore verso i Beatles epoca Rubber Soul e dei loro più validi epigoni e rivali, Monkees, Beau Brummels, Beach Boys e Knickerbockers compresi. Una scelta che imporrà ai loro fans un rapido adattamento alle smanie pop dei loro beniamini che devono aver studiato a fondo la materia tanto da risultare, oltre che perfettamente retrò, ampiamente credibili. Un suono così perfetto anche nelle ariose armonie vocali non si costruisce senza un amore sincero verso Brian Wilson, John Sebastian, Ray Davies o Paul McCartney. Bravi Go!

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ALLEY CATS – Nightmare City (Time Coast)

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Le aree metropolitane della California erano, durante gli anni del punk, una polveriera di bands, eventi e dischi micidiali in parte documentati su The Decline of Western Civilization e dai carboni raccolti sui bracieri di Dangerhouse. La California è il posto dove il punk si evolve e muta pelle, si disintegra in mille pezzi e fomenta nuove ricerche. Tenendo fede al suo credo, non si fossilizza, ma si trasforma. Nasce il beach-punk, l’hardcore, il cow-punk, il crossover, il deathpunk. Nascono anche loro: gli Alley Cats di Dianne Chai (la Ronnie Spector del punk) e Randy Stadola.

Qualcuno si sarà imbattuto in loro di striscio, magari guardando Urgh! A Music War!, tra un Wall of Voodoo e un Cramps d’annata: ingiustamente relegati al ruolo di X di serie B (e se credete la prima sia solo una lettera dell’alfabeto, cambiate recensione, NdLYS) per l’uso delle due voci e il suono roots delle chitarre, i Cats esordirono con questo piccolo capolavoro di musica metropolitana schietta e disperata. Fate spazio nel vostro primo scaffale di dischi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NEW YORK DOLLS – Too Much Too Soon (Mercury)

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Malgrado goda di reputazione nettamente inferiore rispetto al disco di debutto, Too Much Too Soon mostra, in maniera forse ancora più sfacciata, l’autentico spirito trash delle New York Dolls. La produzione affidata a George Francis Morton avvicina in maniera del tutto naturale la band newyorkese ad una delle sue principali fonti di ispirazione ovvero la musica delle girls-band bianche degli anni Sessanta, Shangri-Las in primis (Morton era stato l’uomo dietro Leader of the PackRememberGive Him a Great Big KissWhat Is LoveI Can Never Go Home AnymoreSophisticated Boom BoomDressed in Black), dando meno gain alle chitarre, adulterando il suono grezzo del gruppo con l’uso di qualche effetto (come era già stato per i dischi delle Shangri-Las) e l’aggiunta di cori femminili e consegnando nelle mani di Johansen e Thunders qualche oscuro 45giri della sua collezione con l’intento di aggiungere qualche cover alla scaletta del disco, per rendere il gioco ancora più grottesco e allo stesso tempo, credibile. La scelta cade su Bad Detective dei Coasters, Showdown di Archie Bell & The Drells e Stranded in the Jungle dei Jayhawks cui viene aggiunta la Don‘t Start Me Talkin’ di Sonny Boy Williamson che le Dolls hanno in repertorio già da un paio di anni.

È un suono da cui pescheranno a piene mani un nugolo di grandi band (quanto Fleshtones c’è dentro Don‘t Start Me Talkin’ e It’s Too Late oltre che, ovviamente, dentro i Chesterfield Kings del muro di Berlino? E quanto sleaze rock deve il suo unico motivo di esistenza dai riff di Human Being e Who Are the Mistery Girls? senza cui forse neppure i Damned sarebbero mai nati? O basti pensare, ascoltando Bad Detective e Stranded in the Jungle che in fondo tutto quello che avrebbero detto i King Kurt in fatto di rock ‘n’ roll della giungla qualche anno dopo, era già stato detto. E ancora, come tacere dell’attacco di Puss ‘n Boots che i Sex Pistols avrebbero ripreso pari pari per la loro Liar senza essere mai citati per plagio?) e che ha raggiunto in pochissimo tempo un livello espressivo efficace e convincente. Ma, soprattutto, Too Much Too Soon rappresenta la scelta precisa e coraggiosa di defilarsi dal ruolo di nuovi eroi del rock ‘n roll in favore di quello di intrattenitori sarcastici e beffardi. In perfetta antitesi con gli Stones che quell’anno pubblicano il serioso e inopportuno It’s Only Rock ‘n’ Roll. Le New York Dolls scelgono di smascherare la loro vulnerabilità, senza alterare il ghigno burlone che li contraddistingue.

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

                                                                                            

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