RICHARD HELL AND THE VOIDOIDS – Blank Generation (Sire)

Roberta Bailey è la fotografa che ha raccontato per immagini gran parte del punk newyorkese dei primi anni Settanta.

New York Dolls, Blondie, Heartbreakers, Ramones, Suicide.

E naturalmente Richard Meyers, diventato Hell quando arriva l’inferno del punk.

È suo lo storico, splendido scatto di copertina di Blank Generation: Richard che apre il giubbotto sul suo petto glabro sfoggiando una scritta tatuata col Magic Marker: You make me____ .

È quella riga, quella sottolineatura al nulla (che Hell pronuncerà in maniera altrettanto “muta” anche sul ritornello del pezzo che intitola l’intero album, NdLYS) ad esprimere il nichilismo che si respira dentro il disco di debutto dei Voidoids, pubblicato quando Richard non è più giovanissimo e ha già mandato a fare in culo i Television e gli Heartbreakers, stanco di dover pascolare il suo genio sregolato nel cono d’ombra di altri disperati rivoluzionari come Tom Verlaine e Johnny Thunders.

Così nel 1976, Richard mette in piedi una band tutta sua, per poter debuttare in tempo (col suo nome in bella vista) sul cartellone del CBGB‘s nell’anno chiave del punk.

L’album di debutto esce qualche mese dopo, in contemporanea con quello dei colleghi/rivali Heartbreakers.

Un disco disordinato come il look di Hell.

Visionario come i suoi occhi senza futuro.

E invece, a dispetto dell’immagine marcia che Richard esibisce in copertina, il suo futuro sarà lungo e anche abbastanza pieno, a scherno del vuoto che il suo album voleva rappresentare.

Canzoni costruite attorno ad un suono nervoso e spigoloso che a tratti (Who Says? l’esempio più avvincente in questo senso) sembra quasi sovrapporre le nevrosi di altre due band newyorkesi come Velvet Underground e Talking Heads.

Le chitarre di Ivan Julian e Robert Quine sono l’equivalente di quelle di Verlaine e Richard Lloyd. Lavorano in maniera speculare attorno ad un’idea minimale di riff, ricamandoci attorno idee che della essenzialità del punk hanno veramente poco, se non quel senso di strafottente insolenza teppistoide che ne dilata la smorfia impertinente che sono orgogliosi di mostrare.

Il punk di Richard Hell è dunque più concettuale che formale, aderendo più che ad un canone ad un istinto biologico generazionale.

Richard Meyers apparteneva ad una generazione che non credeva più in nulla, neppure a se stessa.

Voi a quale pensate di appartenere?

E in cosa credete?

Giratevi e contatevi.

E non pensiate di valere qualcosa solo perché qualcuno mette ancora un “mi piace” sulla vostra pagina Facebook.

Nessuno sa veramente quello che state cercando di dire.

E chi lo sa, tace. Perché ciò che è condivisibile non è mai del tutto condiviso.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

  

BlankBig

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