THE CULT – Born into This (Roadrunner)  

Facile parlare male dei Cult. Talmente scontato che so di qualcuno che ha scritto (male, ovvio) di questo disco prima ancora di averlo ascoltato. Per partito preso.

Perché i Cult del post-Love andavano male sempre e comunque. Electric svoltava di netto verso gli AC/DC: male. Sonic Temple era troppo AOR-oriented: male. E poi, quando il rock sciamanico si è annacquato tra le penne indiane di Ceremony o ha tentato di riattualizzarsi sui dischi successivi, be’….male, male anzi malissimo.

Ian e i suoi hanno perso sputi in faccia per qualsiasi cosa facessero (Holy Barbarians, Colorsound, lo Ian Atsbury solista, i Doors), fosse anche sulla tinta dei capelli. Minchia…..il mondo si sucava pantomime come gli Slipknot e qualcuno osava criticare una ossigenazione o un taglio di capelli pur di parlare male di qualcuno che gli stava sulle palle. Ora, questa non sarà certo una arringa in difesa dei Cult, è un dato di fatto che la band abbia già dato il meglio di se. Esiste forse una band in giro da trenta anni che abbia ancora qualcosa da dire, a parte i Cramps che si limitano a riprodurre se stessi, e in questo sono credibili? Born into This è dunque un album di una band in età matura, di una band di “mestiere”. Ma è un album onesto, non una roba messa fuori solo per “contratto”, anche perché di contratti in corso i Cult non ne avevano alcuno. Chi da loro continua ad aspettarsi chissà quale disco miracoloso (chissà poi, perché) è in mala fede. I Cult, stavolta in compagnia di Martin Glover (ovvero Youth, bassista dei Killing Joke e produttore di moltissimi dischi, nonché uno dei detentori del mistero attorno a Chinese Democracy dei G n’ R, NdLYS), tornano a lavorare al loro suono classico che ha ormai da anni abbattuto ogni ponte con l’eredità gotica dei Southern Death Cult ma è invece un hard rock fortemente evocativo. Billy Duffy misura i suoi interventi e lavora su riff elementari ma senza eccedere nel mostrare i bicipiti. Senza machismi,  con misura. Ian dal canto suo non ha più la voce di un tempo e questo stranamente di avverte di più quando i toni si fanno rilassati come in Holy Mountain, unico pezzo veramente inutile della raccolta. Il resto, come già detto, mette in mostra una band che scrive ancora delle canzoni sufficientemente potenti e accattivanti, certamente un gradino sopra quelle dei Velvet Revolver, unica band che mi sento di accostare ai “moderni” Cult, e buone soprattutto per la resa live.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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