WOLFMOTHER – Wolfmother (Modular)    

Non capita spesso di imbattersi in un disco capace davvero di scuoterti. Capita ancora meno quando, dopo un gran battage pubblicitario, ti ritrovi in mano la prima uscita del gruppo in questione e la chiara e spiacevole sensazione di sentirti frodato. E invece stavolta…

Come è ormai consuetudine nel nuovo mondo dei blog, del peer2peer, del file sharing e di tutte quelle nuove tecnologie che stanno rinnovando non solo il concetto di fruizione della musica ma anche il campo di messa a fuoco delle nuove formazioni, dei Wolfmother si è cominciato a parlare prima ancora di avere qualcosa di concreto in mano (e per noi fuori dai loro circuiti live, anche nelle orecchie). Cì è voluto il singolo Dimensions uscito alla fine dello scorso anno a prepararci al botto di questo loro esordio e a ridimensionare il legnoso paragone con i Zeppelin e con i Sabbath che in molti avevano avanzato. I Wolfmother per fortuna non sono ne’ i nuovi Led Zep ne’ i nuovi Sabbath anche se è innegabile il potere esercitato da queste bands sul loro suono. Sono invece una band moderna, che prende a piene mani dal passato per creare qualcosa che suona attuale anche se fascinosamente retrò.

Dimension si apre con un riff possente e proto-stoner che si muove su una ritmica scattante, prima di “allargarsi” su un inciso di chiaro stampo Osbourniano. Anche se la voce di Andrew Stockdale non ha niente del tocco ferino e ossianico di Ozzy. White Unicorn ci porta invece ai climi acustici dei Zeppelin del terzo album e gioca sull’alternanza di questo semplicissimo giro acustico e dallo scatenarsi di uno scontato ma efficace riff hard rock. Nessuna ombra delle delizie chitarristiche di Jimmy Page, tutto molto angolare e semplice. Come quando intorno al terzo minuto ti aspetti che d’improvviso tutto si trasformi nella solita passerella di “guarda quanto sono bravo” e invece tutto resta sospeso nel liquido apparire di un organo, come trattenuto. E ti accorgi che la forza dei Wolfmother sta qui, nel loro non voler andare sopra le righe, fermandosi un attimo prima che tutto diventi pedante e fine a se stesso, prima che tutto si riduca a una sciocca esibizione di muscoli e a una lode al testosterone. Ancora Zeppelin sognanti sono quelli che fanno capolino su Where Eagles Have Been che muta e cambia tempi e luoghi come nella Stairway to Heaven di Zoso.

Woman riparte con un riffone peso, e ti ricordi di quando ascoltavi a tutto volume Grand Funk Railroad e Blue Öyster Cult. Quanto tempo è passato? Dieci anni? Venti? Trenta? Non importa, tutto è nuovamente QUI ed ORA! Apple Tree è invece un pezzo di hard rock elementare, ultreveloce e moderno, sulla stregua di quei pezzi alla Jet molto garagistici, ieratici. È il “rock moderno” della generazione di MTV, quella cresciuta senza conoscere i Kinks e i Who. Ma noi sappiamo dove andare a cercare il vasetto con le radici e le bacche no?

Joker & the Thief è un baldanzoso rock giocato sugli accordi di un organo e stempera un po’ l’aria. Che riprende a farsi elettrica sull’incedere di Colossal, che è hard rock come lo si può intendere nel dopo-Kyuss e in epoca di White Stripes. Ovvero con chitarre sature che lavorano su mini-riffs e la voce pericolosamente vicina a quella di Jack White. Quindi ecco apparire la nenia di Mind’s Eye che avevamo già amato sul mini dello scorso anno, dolce mostro di psichedelia heavy di una suggestione immane, a fare da lancio per il turbine hardrock di Pyramid dove basso e chitarra si interscambiano e lavorano sul riff come scalpellini attorno a una pietra.

Più dinamica Witchcraft che Myles Heskett rende grande con un uso della batteria fenomenale, tutta scatti e velluti jazz come nello stile di Paul Francis e che sfocia poi in un cerbero di memorie Jethro Tull e Traffic: John Barleycorn soffocato dalle ragnatele di Very Eavy…Very Umble degli Uriah Heep, ucciso dal suo stesso vomito. Il disco si stempera poi nel languido fluire di Tales, di tanto in tanto scossa da piccoli vortici elettrici fino al riapparire dei Led Zeppelin sulle dune di Bron-Y-Aur e del vagabondare cieco di Doc Watson lungo l’hoedown di Vagabond che suggella un disco fenomenale, di quelli che può svoltarti una giornata, visto che i dischi che ti hanno fatto svoltare la vita sono tutti usciti più di venticinque anni fa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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