AA. VV. – Il canto di malavita: le canzoni della mafia (Amiata)  

Disco insolito e curioso questo licenziato in Italia dalla Amiata e paradossalmente arrivato da noi dopo aver già venduto un congruo numero di copie nel resto dell’Europa per conto della Play It Again, Sam. Per i cittadini che non masticano la “lingua della mafia” questo disco deve un po’ suonare come certe produzioni di musica tibetana esportate in tutto il mondo dalla Real World. Ma per noi che certe inflessioni le viviamo quotidianamente, il gusto esotico un po’ kitsch lascia il posto all’attenzione per il tema concettuale attorno cui gira il disco.

Il canto di malavita non è infatti un semplice souvenir del Sud Italia anche se immagino che qualcuno lo possa spacciare con facilità per questo (del resto la mafia, come gli spaghetti, sono la cosa più facilmente associata all’Italia nel comune immaginario straniero), ma un documento pregno di un significato meno didascalico. Sbagliato sarebbe del resto pensare che qui si faccia l’apologia della malavita, dei suoi costumi e delle sue leggi: Il canto di malavita è un documento storico/sociale dal valore incredibile che fa luce su un fenomeno ancora oggi non del tutto compreso perché sradicato dalle due origini fortemente intrise nel tessuto sociale in cui esso nasce (la Sicilia, la Calabria, la Campania) e che appare oggi esso stesso lontano dalle sue connotazioni di riscatto popolare. Lo scandaglio della ricerca operata da Domenico Siclari scava nelle leggi (im?)morali (Omertà, Appartegnu all’Onorata) nella ricerca linguistica (sia negli intermezzi parlati che in molti brani si usa il rinomato baccagghiu, lo “slang” parlato tra gli Uomini d’Onore, NdLYS), nella tragica ineluttabilità delle punizioni allo “sgarro” (I cunfirenti, Cu sgarra paga, Sangu chiama sangu), nelle mille sfaccettature e nel percorso quasi obbligato (Canto di carcerato, Ergastulanu) ma vissuto con dignità e orgoglio che segnano le tappe della vita dei “galantuomini”. Il canto di malavita è dunque qualcosa che sta una spanna sopra il “prodotto musicale” (del resto, i mafiosetti da quattro soldi che riempiono le strade oggi si rivolgeranno ad altra roba più banalmente “out” e musicalmente più popolare e disimpegnata, da Franco Staco a Gianni Celestre), è un supporto educativo da portare in giro nelle scuole e negli ambienti più ricettivi per aiutare a studiare il fenomeno mafioso trattandolo non solo con il piglio da cronaca nera cui siamo ormai abituati da almeno un ventennio ma come tappa fondante di un’insurrezione ideologica, di un riscatto sociale nelle terre da sempre vessate dai padroni (i Borboni di allora non erano molto diversi dallo Stato Democratico di oggi) e che sbatte il muso, allora come oggi, sulle stesse ingiustizie e discriminazioni sociali, sulle piaghe dello sfruttamento delle risorse, della manovalanza nera, del “mordi e fuggi” dell’imprenditoria nordista. Compratelo e diffondetelo più che potete ora, prima che quell’altro mostro di cemento del Ponte sullo Stretto diventi l’ennesima usurpazione del nostro orgoglio isolano.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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