90 DAY MEN – To Everybody: (Southern)  

Diciamolo: è un periodo di dischi di merda. Voglio essere ottimista, e considerarlo come il preludio a qualcosa che esploderà tra qualche anno. Come quando il Re Leone gira attorno alla preda prima di scagliarsi con i denti sulla carotide della vittima ignara. Voglio ancora sperare che ci sia qualcosa da dire e che non sia qualcosa che abbiamo già sentito. Che ci si prepari, tastando il terreno, a dare una spinta in verticale, come quando un disco degli Hüsker Dü ti prendeva il culo e ti sbatteva il cranio sul soffitto. Per ora molti dischi si limitano a tastartelo, il culo. Te lo palpeggiano come sulla metropolitana. E tasta oggi, e tasta domani. Finchè non ti girano i coglioni e decidi di spaccargli il setto nasale. E malgrado le riviste ufficiali continuino a consigliarti almeno dieci capolavori al mese, solo uno stolto può ancora dar loro credito.

A meno che non ci si accontenti di poco.

To Everybody: non è il disco che ti schianta al tetto di casa ma tra quelli che ti palpano il fondoschiena è quello che ti fa godere di più. E’ un disco che rimescola le carte, che osa, ponendosi come un lavoro di passaggio importante, di evoluzione e non di stasi.

Creativo.

Rischioso.

Che già conosciate o meno il precedente lavoro dei 90 Day Men, poco importa. Non ci trovereste molti collegamenti: il feroce tiro new-wave che era stato sparato da Critical band è qui fagocitato dentro un ovattato lavoro di complessa struttura progressiva. Riadattato ad un nuovo elaborato livello di scrittura e arrangiamento. Fuliginoso.

Fuorviante.

Dopo essere introdotti da una voce a metà tra John Lydon e Arrington De Dyoniso che declama su un basso mulinante e circolare, quest’ultimo cede la scena, al secondo minuto e mezzo, ai tasti d’avorio di Andy e da qui in poi le atmosfere mutano pelle, indicandoci la strada che porta al climax dell’opera. Chitarre e basso si arrampicano intrecciandosi ai grappoli di note del pianoforte, vero protagonista della rivoluzione in atto nel suono del gruppo di St. Louis….

“da una primadonna all’altra” come ci avevano già anticipato su quel groviglio now wave che fu l’albo di debutto, indicandoci la chiave di volta per l’evoluzione musicale della band. L’aereo dei PIL dirottato nell’aeroporto privato dei Rachel’s.

Il furgone dei Blonde Redhead fuori strada, tra i campi di frumento e avena di una comune hippy in pieno trip Soft Machine. Scuro e sofferto, decadente e malinconico come un disco dei Radiohead. Nella città che urbanizzò il blues, qualcuno sta lavorando a qualcosa di cattivo.      

                                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 90-day-men

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...