HOODOO GURUS – Magnum Cum Louder (RCA)

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Un gioco di parole e una stramba copertina che sembra voler parodiare il famoso logo dei Fuzztones inaugura il nuovo contratto con la RCA: Magnum Cum Louder pur con un suono più incattivito non tradisce l’abilità e la classe pop degli Hoodoo Gurus.

Lo rivela subito, in apertura, Come Anytime.

Chitarre scintillanti e melodia a presa rapida che naufragano in un mare di increspature Hammond.

Gli Hoodoo Gurus si presentano agli esami di maturità puntando sul sicuro.

E non sbagliano.

Another World, a ruota, rilancia sulla stessa linea confermando l’incapacità di Faulkner di scrivere una sola canzone men che bella. 

Il suono si inasprisce con Axegrinder con un Brad Shepherd incontenibile e i tamburi di Mark Kingsmill che gridano pietà. Glamourpuss è un attacco garage impetuoso e deragliante, sostenuto nell’altra facciata dai suoni più roots dall’altrettanto grintosa I Don‘t Know Anything guidata da un Faulkner che riesce sempre a risolvere tutto con un gusto melodico senza pari.

L’altra perla pop del disco si intitola All the Way e, se fosse esistito un Dio giusto nel mondo delle classifiche, avrebbe dovuto sterminare le folle invece di restare a girare per mesi sul mio piatto.

Baby Can Dance è invece una ballata che si apre e si chiude quasi come un Zeppelin acustico così come Hallucination si copre di chitarre slide che sembrano voler richiamare il blues elettrificato dei Led Zeppelin più giovani.

Una tesi di laurea sulla pop-song perfetta discussa con stile e cognizione di causa.

Promossi con lode. E con bacio in fronte, ora che i capelli cominciano a farsi più radi, Dottor Faulkner.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 Magnum-Cum-Louder

 

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THE CRAMPS – Gravest Hits (I.R.S.)

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Sacramento, California. Estate del 1972.

Erick Purkisher sta girando su una decapottabile assieme ad un amico per la periferia della città, ascoltando una vecchia cassetta di Hasil Adkins.

Ridono e parlano delle solite cose. Droghe, donne, rock ‘n roll.

D’un tratto, mentre Sally Weedy Waddy Woody Wally esce fuori gracchiante dalle casse dell’autoradio, a bordo della strada si materializza uno dei sogni erotici di Erick e ha le forme di una pantera. Capelli rossi, curve da pin-up, un toppino e dei mini-shorts da Ultravixen con uno strappo che lascia qualche buon centimetro di visibilità su una piccola mutanda rossa e su qualche millimetro di pelle color avorio. Erick alza gli occhiali da sole, rallenta. Lei smette di ancheggiare, si volta e mostra il dito. Non il medio, come forse lui si aspetterebbe che fosse, ma il pollice: quello schianto di donna che risponde al nome di Kristy Wallace è una autostoppista. Erick le chiede di salire, Kristy accetta.

In quella macchina, quella sera, nasce una delle più belle storie d’amore di sempre.

Su quella decapottabile che viaggia verso il tramonto con la musica di Adkins che frusta l’aria, quella sera, nascono i Cramps.

Erick (nel frattempo diventato Lux Interior) e Kristy (ribattezatasi Poison Ivy) passeranno assieme i successivi 37 anni, fino alla morte di lui ma non si sposeranno mai, nonostante tutti continueranno a chiamarli marito e moglie.

Eppure celebreranno quell’unione ogni secondo della loro vita. Morbosamente attratti dalle stesse cose, mossi dalle stesse passioni, ossessionati dalle stesse fobie. Pericolosamente identici, straordinariamente perversi.  

Ecco perché i Cramps diventeranno, in assoluto, la band più erotica della storia del rock ‘n roll. Rock ‘n roll ragazzi. Non quella pantomima di muscoli e smorfie da sollevatori di pesi che è il rock ma ROCK ‘N ROLL: stordimento maniacale, effervescenza ormonale, sudore, divertimento, dissacrazione, nichilismo e sovversione alle regole del buon gusto.

Conosco un posto, lontano da qui, dove i benpensanti non oseranno disturbarci” canterà anni dopo Lux Interior. Ecco. I Cramps vivranno per 35 anni in quel posto lì.

Abbarbicati nel loro castello come dei Dracula, alimentano leggende sinistre e incutono terrore e fomentano odio.

Gravest Hits è ritenuto il loro debutto ma in effetti non lo è.

Si tratta di un mini-LP messo su dalla I.R.S. per celebrare la firma del contratto con la band più chiacchierata della scena punk newyorkese. Un’operazione di marketing strategico per presentare al mondo i primi due singoli della band di Lux e Ivy, già stampati in forma privata su etichetta Vengeance (del secondo esiste una versione con inchiostro fosforescente: se la possedete, siete al riparo da ogni riforma pensionistica, NdLYS): Surfin’ Bird/The Way I Walk e Human Fly/Domino. Il quinto pezzo aggiunto è un’altra cover, una sbilenca canzone scritta nel 1958 da Baker Knight e portata al successo da Ricky Nelson: Lonesome Town.  

Il disco ha un suono deragliante. Si assiste impotenti allo stupro ai danni di Surfin’ Bird dei Trashmen così come si viene divorati dal ronzare maledetto dell’ uomo-mosca, primo personaggio della lunga saga horror della galleria Lux & Ivy.

Altro che teddy boys e banane.

I Cramps umiliano il rockabilly. I Cramps sono lo scheletro del rock ‘n roll, non i suoi muscoli.

I Cramps hanno cattivi maestri.

I Cramps sono malsani, annichilenti, paradossali, grotteschi, dissacranti.

Forse sono davvero cattivi dentro, o forse no.

Ma chi li vede suonare ad inizio carriera, tra le mura del CBGB‘s o dentro l’area comune di qualche ospedale psichiatrico ha comunque un fremito dentro le mutande. Nessuno torna a casa com’era prima, dopo uno show dei Cramps.

E quando metti sul piatto un disco dei Cramps è come se lasciassi schizzare il tuo seme su un tizzone d’Inferno. Sempre.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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GREEN DAY – Dookie (Reprise)

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L’ho evitato per venti lunghi anni.

Poi, alla fine, ci sono cascato.

Venti anni durante i quali i Green Day sono diventati quel monumento all’ovvietà che me li ha fatti odiare più di quanto meritassero di essere odiati.

E invece, un giorno, non sapendo cosa pescare dai miei scaffali semovibili, ho infilato le mani e tirato fuori Dookie, comprato alla sua uscita, ovvero nell’anno in cui il punk-rock sommerse le classifiche riprendendosi la visibilità che il grunge gli aveva sottratto. L’anno in cui i Bad Religion tornarono a sorridere, mentre il mondo piangeva sul feretro di Kurt Cobain.

L’anno in cui il punk strattona i capelloni e si infila nei cataloghi delle major.

I Green Day passano dalla Lookout! Alla Reprise.

Una band di venduti e un disco stra-venduto, che raccoglie platino e oro ovunque cammina, come una puttana d’alto bordo.

Ma io che già non sopporto la lana merinos, figurarsi la lana caprina.

Dookie, anche risentito oggi (anzi forse più oggi che allora), svela una buona capacità di scrivere canzoni power-pop appena sfigurate dal ghigno irriverente di tre teppistelli di buona famiglia che hanno molto tempo da perdere e poca voglia di fare un lavoro ordinato.

Armstrong, Dirnt e Trè Cool raramente sbagliano un colpo, in questo disco che mette in sequenza riff su riff, suonando come un sacco di roba che abbiamo già ascoltato e che ci siamo buttati alle spalle, dai Ramones a Steve Earle, dai Jam ai Knack.

Un album che ha pochissimo peso specifico, in termini di scrittura.

E che quindi può permettersi di volare leggero.

Sopra Patti Smith e sotto un Dio che non si incazza più, proprio come me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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