THE DOORS – The Soft Parade (Elektra)

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The Soft Parade conferma l’affondamento del lato creativo dei Doors, ormai in grado di provocare catarsi ed emozione solo dal vivo, nella teatralità camaleontica ed egocentrica del loro leader che ingurgita e rivomita addosso al suo pubblico le paure e le inquietudini di una intera generazione cresciuta nel sogno di un mondo d’amore e inghiottita invece dai propri incubi.

Jim Morrison si è trasformato da sciamano custode dell’ingresso al tempio della percezione nel profeta della disillusione e adesso, siamo nel 1969, è già la voce di una generazione chiamata a sacrificare le sue prime vittime.

Ancora di più e ancora peggio, spesso decide di lasciare vacante il trono del Re Lucertola e di fare sedere al suo posto qualcun altro: ben metà del disco è stavolta frutto della mente più lucida ma certamente meno visionaria di Robby Krieger.

Musicalmente The Soft Parade “sbanda” decisamente verso il R’ n B e la soul music, lasciandosi infarcire da fiati come gli orifizi delle groupies si lasciavano riempire sempre più compulsivamente dal seme del Dio Jim.

Tell All the People, Touch Me e la Runnin’ Blue dedicata a Otis Redding si muovono regalando sorrisi di cartone.

Più vicine al classico clima da melodramma doorsiano sono Shaman‘s Blues e Wild Child mentre del tutto inopportune sono il vaudeville di Easy Ride e la Wishful Sinful zavorrata di violini così come da nessuna parte conduce, a dispetto di una durata di viaggio che sembra voler gareggiare con le tappe conclusive dei primi due album (The End e When the Music‘s Over) la “parata conclusiva” che dà il titolo all’intero lavoro.

La musica dei Doors pare del tutto svuotata del suo lirismo e privata di ogni suggestione drammatica, incapace di spingersi oltre quelle porte che si augurava di scardinare. I passeggeri della macchina doorsiana lanciata a folle corsa preferiscono guardare dagli specchietti retrovisori piuttosto che dal lunotto anteriore. La Celebrazione del Gambero.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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NICK CAVE – From Her to Eternity (Mute)

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L’uomo nero arriva.

Arriva col suo sacco.

L’uomo nero arriva, e non è da solo.

Con lui ci sono Blixa Bargeld, Barry Adamson, Mick Harvey, Hugo Race e Anita Lane.

Facce da criminali rubate allo schedario della polizia di Melbourne, Manchester e Berlino. Sono loro i Bad Seeds (nome rubato all’EP berlinese dei Birthday Party), presenti su questo primo disco solista di Nick Cave come “featuring” e invece parte integrante del diabolico progetto Caveiano, tanto da assumere la connotazione Nick Cave and The Bad Seeds già qualche mese dopo.

From Her to Eternity è quindi il sacco dell’uomo nero.

Provate ad infilarci le mani, se siete coraggiosi.

E poi provate a guardarvele, una volta tirate fuori.

From Her to Eternity è un disco di grumosi e grotteschi blues e di pesanti allegorie.

È lo snodo che, senza rinnegare il recente passato, lascia presagire le pesanti nubi che graveranno sui tratti salienti della scrittura e della poetica di Nick Cave.

La più ingombrante di tutti è il peso perenne del peccato.

Nick Cave è l’Adamo del Ventesimo Secolo.

In continua fuga da se stesso.

In perenne conflitto con la sua anima e le chele dei suoi rimorsi.

In un costante ed ininterrotto bisogno di perdono.

A Box for Black Paul e Well of Misery sono sintomatiche di questa necessità e di questo tormento.

C’è quindi la nube del sangue e del raccapriccio, dell’amore/morte che verrà raccontata come una Spoon River maledetta su Murder Ballads, anni dopo.

Qui è raccontata nel primo pezzo indimenticabile della discografia di Cave, quello che ne intitola l’intero album. Desiderio di possesso che lentamente trasfigura in voglia omicida.

Poi ci sono gli altri tormenti che, soprattutto nei primi anni della sua carriera, scavano con la fredda tenacia di un’ossessione malvagia il ventre scheletrico di Nick e ne costituiscono le sue prime influenze: il blues, Elvis, l’alcol, Cohen, il Vecchio Testamento, Conrad. Sono questi gli spettri che si agitano tra le pieghe di Avalanche, Saint Huck, In the Ghetto, The Moon Is in the Gutter, Wings Off Lies e sul ponte del battello di Cabin Fever! e che cominciano ad infestare la casa maledetta dei Bad Seeds finendo per sbarrare la strada ai meno audaci. 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro   

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JAPAN – Adolescent Sex (Hansa)

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Funky gelido, immagine da froci, nome esoticamente orientale.

Così si presentano al giro di boa degli anni Settanta i Japan, cinque annoiati efebici ragazzi della Londra borghese bruciati dall’impatto con le ambiguità sessuali di New York Dolls, Roxy Music e David Bowie. La Hansa decide di investire su di loro e di farne i paladini della silente comunità gay inglese.

Sono belli e stravaganti.

E pensano che tanto basti.

E in effetti non si sbagliano di tanto: Adolescent Sex, che specula sin dal titolo imposto dalla divisione marketing della Hansa/Ariola sulla disinibita ambiguità sessuale del gruppo inglese, diventa immediatamente un disco di culto nei bar per omosessuali del Regno Unito mentre nei paesi del sol levante i Japan vengono accolti, adottati e premiati con un fanatismo che li ripaga per la curiosa scelta del nome. Il fascino per la cultura, l’iconografia e la musica orientale sono però al momento poco più che un vezzo adolescenziale e una pacchiana messa in scena promozionale montata ad arte dall’etichetta del gruppo che decide di promuovere il lancio del disco piazzando un lottatore giapponese all’ingresso delle redazioni dei giornali per regalare delle copie promo dell’album per le recensioni (tutte puntualmente negative, NdLYS) d’ordinanza.

Il suono dei Japan degli anni Settanta è ancora profondamente occidentale. Si tratta perlopiù di un tentativo di candeggiare le nervose sincopi funky sbiancandole in una forma di glam-rock danzereccio e sintetico costruito attorno alla voce androgina di David Sylvian, depredandolo della sua carica erotica e sensuale e detergendo ogni goccia del suo sudore.  

Adolescent Sex è un’evirazione di James Brown con pochissime chance di sfondare nel mercato in fermento dell’Europa post-punk, soprattutto se si decide, come venne deciso, che i Japan aprano i concerti per una band al testosterone come i Blue Öyster Cult col risultato di venir cacciati giù dal palco al grido di “donnine adolescenti” e invitati a tornare a rifarsi il make-up sciolto dai fari davanti agli specchi della toilette di casa propria. David Sylvian, Rob Dean, Mick Karn, Steve Jensen e Richard Barbieri tornano nella loro periferia londinese a meditare sulla loro identità artistica senza tuttavia scoraggiarsi.

A chi chiede loro come ci si sente ad essere delle stelle di un firmamento che nessuno vuole fermarsi a guardare, rispondono semplicemente di essere “big in Japan”. Se non loro, chi?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 


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TUXEDOMOON – You (Cramboy)

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You, il disco chiamato a celebrare il decennale della formazione di San Francisco indugia in una lambiccata fusion (Roman P., The Train, l’orientaleggiante Never Ending Story, la languida e fiacca dance di You) e mostra una discutibile propensione per climi da thriller che sconfinano in un horror di bassa lega (i tre movimenti di Boxman, i sospiri evanescenti di 2000 e la spettrale Stockholm che sembra una ridicola partitura sulla ghost house di Mario Bros.).

È un goticismo da videogame che non rende giustizia alla storia di una delle band più innovative della new-wave americana, una grottesca ed innocua caricatura del gelido jazz elettronico degli esordi che sembra ormai scivolare sempre più verso un intrattenimento sofisticato ma completamente disinnescato dal punto di vista emotivo.

Musica per ascensori.

Musica per aeroporti. 

Musica per obitori. 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

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BASSHOLES – Broke Chamber Music (Secret Keeper)

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Chi ha fatto di Jon Spencer il proprio idolo votivo dovrebbe di tanto in tanto andarsi a risentire un vecchio disco intitolato The Man Who Loved Couch Dancing, A.D. 1990. Jon Spencer stava praticamente tutto là (anche fisicamente). Era il terzo disco dei Gibson Bros: tre chitarre e un drum-kit. Un disco della madonna. Dalla putrefazione di quel cadavere sarebbero nati i Bassholes di Don Howland educati alla stessa attitudine minimale, scheletrica, essenziale al downhome blues e al country rattrappito. Anzi, ridotti a duo il suono dei buchi si fa ancora più ossuto, deragliante, sfilacciato. Le loro origini sono quelle rappresentate dai primi singoli per labels come In the Red o SFTRI tutti qui inclusi assieme a nove inediti che ne accrescono l’appetibilità. Bella raccolta, anche se preferisco indirizzarvi sul loro disco dello scorso Dicembre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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