THE DREAM SYNDICATE – Medicine Show (A&M)  

È il 1984 quando la A&M “fiuta” l’affare Paisley. I Dream Syndicate, gruppo-cardine  del ritorno alla roots-music che si respira nei primi anni Ottanta, vengono messi sotto contratto e chiusi in studio con un produttore di discreta fama (tra le sue produzioni ci sono i Pavlov‘s Dog, i Dictators e il discusso secondo album dei Clash, tra l’altro) e di buona inventiva lessicale (a lui pare si deva il termine “heavy metal” così come il moniker dei Blue Öyster Cult, NdLYS) come Sandy Pearlman che però, grazie al cielo, fallisce il tentativo di rovinare del tutto la musica del gruppo di Steve Wynn plasmandola alle leggi del mercato secondo le indicazioni della major. Questo perché i Dream Syndicate di Medicine Show sono ancora una band che, pur avendo accusato il primo grande colpo (la defezione di Kendra Smith, che andrà a formare gli Opal), sa scrivere grandi canzoni. Polversose, epiche, nervose, taglienti, figlie di quell’epopea dei grandi perdenti che abitavano i dischi di Neil Young, Lou Reed e Bruce Springsteen. Quella che ne esce più visibilmente malconcia è Armed with an Empty Gun, ammaccata da una batteria sovrappeso, bardata con una chitarra col gain sbagliato, goffamente appesantita da cori barricadieri. Tutto il resto mantiene una dignità pari a quella dei dischi precedenti, anche se è completamente evaporata quell’elettricità abrasiva figlia dei Velvet e dei Television che aveva generato le epilessie di Halloween o Some Kinda Itch. Il campo pestato dai Syndicate è piuttosto il rock muscoloso e sudaticcio per charros tormentati dall’apologia del selvaggio West e con le narici ingolfate dallo sterco dei buoi (Still Holding On to You, Daddy‘s Girl, Bullet with My Name On It), la ballata polverosa (Burn col piano cristallino di Tom Zvoncheck e i cori precisi dei Long Ryders e il pathos da terra di frontiera evocato dall’inarrivabile Merritville) e la jam chitarristica orfana dei Quicksilver e dei Crazy Horse (Medicine Show e la lunga John Coltrane Stereo Blues diventeranno dei classici irrinunciabili dei loro live-show), da sempre una delle “smanie” della band. 

Quindi, paradossalmente e a sorpresa, la discussa scelta di Pearlman al banco regia si rivela efficace: Sandy effettua un drenaggio necessario all’interno del suono del gruppo ripulendo gli interstizi dalle ultime scorie new-wave di cui pure Wine & Roses era in qualche modo “infetto” (un pezzo come Then She Remembers era autentico delirio post-punk, per tacere delle linee di basso che avvelenano tutto il disco o il gorgheggio cafone di Until Lately). Ecco perché, ancora oggi, se dovessimo definire il Paisley Underground usando un solo album a paradigma, Medicine Show sarebbe il primo titolo a venirci in mente. E’ la canonizzazione di un genere, l’album dei ricordi del roots-rock americano, una sagoma da tiro al bersaglio abbandonata in qualche ranch devastato da cowboys senza troppi scrupoli e con troppe cose da dimenticare. 

                   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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